L’azzardo delle parole nella poesia

In testa al libro, come vedete, c’è un distico firmato Leo Longanesi, lo scrittore poligrafo, dissacratore di mitologie, artefice di inesauribili stilemi comunicativi.

Più delle parole prese da altri testi – cioè dal pessimismo di Cioran, dalla nostalgia del divino di Holderlin, dall’idea di Kafka che si può attingere la verità solo dalla morte – mi hanno colpito quelle dello scrittore romagnolo che, nel dar giudizi, non indulgeva mai alla solennità, preferendo nasconderla, semmai, dietro un velo di ironia, fosse un paradosso, o uno sberleffo; e da cui, invece, Nicola Vacca trae fuori una frase nata per essere proprio quello che è, una sentenza che va diritta al suo scopo con un’intenzione non dissimulata, anzi, pronta a dichiararsi in tutta la sua esplicita, perentoria, drammatica condanna: “La morale è morta”. Non la riprendo sull’onda delle citazioni che si affollano, in questo centenario della nascita, attorno al nome di Longanesi, ma perché, tra le tante usate da Vacca, è la più in sintonia con la sua inquieta, persino tormentata lettura del nostro mondo occidentale, come corroso dalla pretesa di essere ciò in cui consiste il meglio di tutti i lasciti della storia umana: in realtà, un universo sconfitto da una sequela di “imperatori folli” che, al culmine di una agonia senza stile, manca di un Nerone capace di dare una paradossale, visionaria, abnorme dignità alla propria decadenza.

Mi sono preso la licenza di estrarre con le pinze e collocare diversamente le parole di Cioran per stringere più compiutamente il legame della triangolazione Longanesi-Cioran-Vacca a proposito di un’irredimibile deriva dei “valori” in cui ci siamo formati: un bilancio estremo nella lucidità di Longanesi, mitologico nell’eccentrica e catastrofica metafora di Cioran, struggente nell’impervia aspirazione al sovrannaturale di Holderlin, simbolico nelle trasversali percezioni di Kafka, e infine etico nella pena civile e interiore del nostro poeta, spoglia d’ogni codice intellettuale e speculativo, frutto di coraggiose “incursioni nell’apparenza” per capire la realtà secondo la scandalosa certezza della poesia e quella che per Federico Fellini era l’infallibile imprecisione della grazia.

Sono i poeti a dire dov’è l’accesso al reale delle cose, perché la poesia ne ha la chiave unica, gratuita, incorruttibile, sembra dirci Nicola Vacca, attonito e via via più austero dopo un lungo e proficuo uso di quella chiave; fino a entrare, stoicamente, in questa degradante sconfitta. Mi seducono i percorsi di Longanesi, di Cioran, di Holderlin e di Kafka, ciascuno con i suoi chiavistelli, e mi par chiaro come con essi, pur nella diversa qualità dei giudizi, si possano aprire le medesime tagliole disseminate dall’ideologia e dalla storia, dalla filosofia e dall’esistenza; ma ancor più capisco perché un poeta come Vacca, che ha sempre fatto della poesia una sorta di controcanto della realtà, abbia chiesto avalli di tale prestigio per denunciare una sofferenza morale che nei suoi versi, complice la poesia, e grazie ad essa, oggi si assume anche quella sociale, civile, culturale, così poco difese proprio dalla realtà, cioè dalla storia.

Questa volta Vacca alza il registro concettuale e il tono lirico abituali, e lo fa con un lavoro di decantazione che esige una nudità assoluta – non solo, per esempio, la rinuncia alle aggrondate e sferzanti virtuosità carducciane, ma anche ai lasciti, ben più amati, della “divina indifferenza” laicamente montaliana, o della religiosità di Betocchi, di Rebora, fino a quel magistero spirituale più alto che fu di Luzi. E si veste così dei suoi soli, non fungibili panni di testimone di tutte le contraddizioni etiche e scientifiche, le dubbiosità illuministe e le dedizioni interiori da cui una personalità intellettuale e poetica come quella di Vacca non poteva non restare toccata, e quindi arricchita.

La svolta, a parer mio, è proprio qui, nell’avere affrontato la condizione della civiltà in cui siamo oggi immersi nel suo momento cruciale, tragicamente esploso l’11 settembre del 2001, quando, nel nome feroce della superiorità, una dimensione civile e spirituale venne trasformata in un incendio attizzato dalla più dissennata e strumentale religiosità, da una parte, e dalla più neutrale e vitrea razionalità, dall’altra. Cavarne una poesia di questa vibrazione etica, avendo da dire cose di una barbarica concretezza, rinfocolata dagli appiccatori d’incendi, e non sopita dalla politica, né dalla filosofia, né dalla fede, è un atto di coraggio che spettava, ormai, solo all’estrema qualità della poesia, cioè al modo in cui il testo poetico obbedisce alla più creaturale e tuttavia sconvolgente delle possibilità umane. Sicché, nel suo improvviso scarto di tono, non meraviglia che il dettato di Vacca abbia rinvigorito la propria struttura anche linguistica, né che lo stesso empito valoriale si sia dato un livello di questa forza, al di là delle mitezze dell’uomo e del poeta. Questa nuova tonalità mi ricorda che un uomo di pace, Martin Luther King, ebbe l’impeto di gridare “io vi scongiuro di essere indignati!”, lasciandomi pensare che Vacca si è dato quell’intonazione per rispondere alla seconda parte della citazione longanesiana là dove lo scrittore, dopo aver detto che “la morale è morta”, ha rincarato la sentenza aggiungendo che “viviamo senza accorgerci della sua assenza”. E lo fa con un canto trattenuto, senza le ridondanze moralistiche spesso presenti anche nella più sorvegliata poesia civile, denunciando una non più sopportabile privazione: l’abbandono, sempre più inerte, all’incontestabilità del reale, a una sua inderogabile e definitiva legge di natura, all’idea che quanto è più visibile dalla maggioranza di noi sia, per ciò stesso, la più verosimile delle verità.

Conosco l’azzardo dei richiami, delle similitudini, delle assonanze, la loro connaturata arbitrarietà, ma in questa raccolta di versi Vacca lascia intravedere una sorta di coscienza offesa, di pronuncia quasi estorta a se stesso – per la loro esplicitezza urgente e allarmante – che riconduce a qualcosa di lontanamente foscoliano, senza invettive, né rampogne virtuose, ma annunciando che nella nostra storia va addensandosi il più subdolo dei peccati umani, il disincanto, l’idea che tutto accadrà, comunque, lontano da noi, quindi senza di noi, e persino contro. È l’avvisaglia di una malattia morale e civile alla quale Vacca oppone, laicamente, l’invito del salmista a “far nuove – anche noi – tutte le cose”: e con lo strumento meno ideologico che possa darsi, la poesia, ci invita a riflettere sulle “incursioni dell’apparenza”, cioè sul male occulto di questa civiltà del reale che in ogni momento ci dà miliardi d’immagini di noi stessi senza dircene il senso, e quindi celando le sole vere. Quelle in cui muore, nel nostro cuore, l’Occidente, per concludere, parafrasandolo, col verso decisivo di questa dolente e vigorosa raccolta. 

Sergio Zavoli

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