La Primavera: l’enigmatico capolavoro con cui Botticelli ci racconta l’amore

San Francesco d’Assisi: sono tanti i concetti che questo nome ci porta alla mente, dall’ordine da lui stesso fondato alla regola della povertà, dalla straordinaria chiesa nella città umbra ai dipinti di Giotto che lo ritraggono in maniera inedita per la concezione dei santi dell’epoca; ma soprattutto è il suo apporto alla letteratura italiana che merita una menzione speciale.

Di datazione incerta, anche se le fonti più accreditate lo collocano intorno al 1224, appena due anni prima la scomparsa dell’autore, Il cantico delle creature è in grado di emozionare ancora oggi, soprattutto per il potere del significato che ha insito.

Francesco di Pietro di Bernardone crea una vera e propria cesura con la mentalità religiosa elitaria dell’epoca, ritornando un po’ alle origini e rifacendosi direttamente al messaggio del figlio di Dio, secondo cui gli ultimi saranno i primi,che, agli effetti, segnò il dilagare del neonato credo cristiano: era infatti proprio la prospettiva della felicità in una vita eterna oltre la morte che spingeva i romani delle classi subalterne a sopportare le sofferenze che gli presentava l’esistenza terrena.

Nel XIII secolo, il frate umbro compone il testo letterario in questione con straordinaria modernità, sembrando quasi anticipare lo stile cinematografico: partendo da quello che potremmo definire un establishing point (quell’inquadratura, cioè, ampia al punto da consentire allo spettatore di vedere tutta l’ambientazione), dall’universo (messor lo frate sole e sora luna e le stelle) san Francesco restringe sempre più il campo concentrandosi sull’essere umano, in funzione del quale la natura stessa prospera al fine di permettergli la vita; egli viene perciò ad essere di fatto il centro dell’universo stesso ed è per di più dotato di libero arbitrio: sta a lui scegliere se seguire la volontà divina e guadagnarsi così il paradiso o compiere peccati mortali giungendo anche alla morte dell’anima oltre a quella del corpo; in altre parole finendo all’inferno.

Proprio questa centralità che il santo di Assisi attribuisce all’essere umano proseguirà anche fino agli albori del Rinascimento con la filosofia neoplatonica, in particolare nelle teorie di Marsilio Ficino, secondo cui L’uomo ascende ai regni superiori senza abbandonare il mondo inferiore, e può discendere al mondo inferiore senza abbandonare quello superiore.

Egli infatti divide il mondo in sfere ai cui estremi compaiono Dio e la materia, l’uomo, dotato di ragione, è l’unico essere vivente in grado di poter sempre scegliere se elevarsi a Dio o degradarsi alla condizione di animale; concetto, questo che è facile ravvisare iconologicamente nella splendida immagine dell’Uomo Vitruviano lasciataci da Leonardo da Vinci in cui  la figura umana si inscrive perfettamente sia nel cerchio che nel quadrato, emblemi rispettivamente del regno celeste e di quello terrestre.

Va notato che entrambe queste personalità erano legate alla corte medicea, esattamente come lo era Sandro Botticelli.

Al secolo Alessandro Filipepi, il celeberrimo artista nasce nel 1445 e attinge il suo soprannome da battigello, altro termine con cui era definito l’orafo; e infatti i suoi primi passi vengono mossi nel campo dell’oreficeria in cui poi eccellerà il fratello Antonio.

Destinato a cambiare la concezione artistica tra ‘400 e ‘500, non di rado dipinge i membri della famiglia più potente di Firenze, in particolare i fratelli Lorenzo e Giuliano; le sue opere traggono ispirazioni eterogenee: dalle Sacre Scritture alla letteratura boccaccesca e dantesca (Cristoforo Landini lo volle per le illustrazioni alla Divina Commedia ch’egli per la prima volta redasse corredata di commento), ma molti critici sono concordi nel far risalire le due più celebri alle Stanze per la giostra di Giuliano de’ Medici scritte da Poliziano nel 1475 e pubblicate solo nove anni più tardi.

Il componimento in ottave segue e celebra la vittoria del minore dei Medici in un torneo, ma tocca il tema del suo amore per Simonetta Cattaneo Vespucci (amore che è ancora ampiamente discusso se sia stato solo platonico o meno), la sans par,come la definì Giuliano stesso, per la cui eccezionale bellezza non solo divenne musa botticelliana, ma sembra che, alla sua morte, fu addirittura portata in corteo per le strade fiorentine in una bara scoperta così che tutti potessero ammirarne i lineamenti un’ultima volta.

Mai portata a compimento a causa delle morti di entrambi i protagonisti avvenute nel 1476 e nel 1478, l’opera consta di soli due libri, ma condensa tutto il gusto artistico della corte medicea, in particolare risulta essere pregna di riferimenti alla mitologia greca.

Immune ai tormenti amorosi, il fratello più piccolo del Magnifico si diverte a gabbare coloro che invece ne sono colpiti, scatenando le ire di Amore il quale, a gloria di sé stesso e della madre Venere, ordisce la sua vendetta per poi annunciare a quest’ultima ch’i’ho tolto dal coro di Diana/el primo conduttor, la prima guida/colui di cui gioir vedi Toscana/di cui già insino al ciel la fama grida; è infatti proprio durante una battuta di caccia, mentre come un novello Ercole insegue una cerva, che Giuliano incontra Simonetta e se ne innamora immediatamente e perdutamente; un innamoramento che Poliziano descrive così vividamente da mettere i brividi.

Proprio l’ambientazione di questo loro incontro viene cristallizzata nella tavola che Botticelli realizzò lo stesso anno in cui il giovane Medici trovò la morte nella congiura dei Pazzi, tanto da dar credito all’ipotesi che siano proprio i due protagonisti delle Stanze ad esservi ritratti, nonostante l’opera sia stata un dono per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, detto il Popolano: Giuliano infatti trova Simonetta in un boschetto rigoglioso e lussureggiante, in una giornata di primavera baciata dalla brezza di Zefiro; un’Arcadia che si replica poi anche in Cipro, la casa di Venere, nella cui descrizione pare di vedere il dipinto in oggetto: ma fatta Amor la sua bella vendetta/mossesi lieto pel negro aere a volo,/e ginne al regno di sua madre in fretta,/ov’è de’ picciol suoi fratei lo stuolo:/al regno ov’ogni Grazia si diletta/ove Biltà di fior al crin fa brolo,/ove tutto lascivo, drieto a Flora,/Zefiro vola e la verde erba infiora.

Sono qui elencati tutti i personaggi che animano La Primavera, capolavoro enigmatico cui nel corso del tempo sono state fornite innumerevoli chiavi di lettura, una della quali si rifà proprio alle teorie di Ficino e pone l’amore, più che l’essere umano, su un duplice livello: terreno e spirituale.

L’opera che, probabilmente per motivi di collocazione, viene inusualmente letta da destra verso sinistra, vede da un lato la rappresentazione dell’amore sensuale e carnale nella figura di Zefiro che insegue la ninfa Clori e la feconda, permettendole la trasfigurazione in Flora/Primavera, dall’altro invece le tre Grazie che, nella loro danza, portano il concetto d’amore ad un livello più aulico, spirituale appunto, che trova riscontro in quello oblativo già teorizzato da Seneca che si compone di tre livelli: il saper dare, il saper ricevere e il saper restituire.

Al centro non più l’uomo, ma la divinità: Venere, nello specifico, che non solo funge da raccordo armonico della composizione pittorica, ma appunto da mediatrice tra la dimensione terrena e spirituale; ella è qui Humanitas ficiniana, è cioè capace di elevare la componente istintuale a quella razionale.

Se risulta piuttosto palese che Mercurio abbia le fattezze di Giuliano, se non altro per l’innegabile somiglianza con un ritratto che di lui Botticelli realizzò fra il 1478 e il 1480, ardua è invece l’attribuzione di Simonetta: secondo alcuni è la Grazia di spalle che si volta a guardare Mercurio e a cui sembrerebbe essere diretta la freccia che Amore è in procinto di scoccare; con ogni probabilità ella è Pasitea, la sposa di Hypnos, che pure è menzionata nelle Stanze come quella che sovra a tutte [le Grazie] è la più bella.

Secondo altri, invece, è la stessa Flora; ipotesi anch’essa suffragata da quanto narrato nelle Stanze: l’immagine dipinta dal Botticelli infatti trova piena corrispondenza in quella che, secondo Poliziano, si presenta al giovane Medici nel momento in cui vede per la prima volta madonna Vespucci: Ell’era assisa sovra la verdura,/allegra, e ghirlandetta avea contesta/di quanti fior creassi mai natura,/de’ quai tutta dipinta era sua vesta./E come prima al gioven puose cura,/alquanto paurosa alzò la testa;/poi colla bianca man ripreso il lembo,/levossi in pié con di fior pieno un grembo.

Ma se resta da un lato la certezza che molti degli enigmi di questo splendido dipinto dell’arte italiana non verranno mai interamente svelati, incrementando la sua bellezza con un alone di mistero, dall’altro sappiamo che, per quanto il destino abbia condotto Giuliano e Simonetta ad una morte prematura, la mano di un uomo, di un artista fuori dal comune, ha concesso loro il dono dell’immortalità e il loro amore continuerà ad emozionarci dai vividi colori di quell’Arcadia che è La Primavera.

Roberta Manfredi

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