Auguri Don Gesualdo: L’omaggio di Franco Battiato a Gesualdo Bufalino

Ad accomunare le figure di Franco Battiato e di Gesualdo Bufalino non è solo l’appartenenza alla terra di Sicilia, ma anche e soprattutto una totale, sincera, profonda devozione alla propria arte, quella delle note (ma non solo) per il primo, e quella delle parole per il secondo. Battiato è tra i più grandi cantautori italiani di tutti i tempi, ma negli ultimi anni il suo pubblico ha avuto modo di apprezzarlo anche come scrittore e come regista. L’esordio alla regia avviene nel 2003 con il lungometraggio PerdutoAmor, scritto con la collaborazione di Manlio Sgalambro, per il quale si aggiudica il Nastro d’Argento come miglior regista esordiente. Nel 2005 presenta il suo secondo film Musikanten, basato sugli ultimi quattro anni di vita di Ludwig van Beethoven. Il terzo film, nel 2007, dal titolo Niente è come sembra, è scritto sempre in collaborazione con Manlio Sgalambro. Nello stesso anno il cantautore realizza il docufilm La sua figura, che consiste in un omaggio alla cantante Giuni Russo. Nel 2010 Il cantautore torna dietro la macchina da presa per esprimere la sua profonda ammirazione per Gesualdo Bufalino, attraverso riflessioni e testimonianze, cogliendo l’occasione anche per raccontare la sua Sicilia. Il documentario, dal titolo Auguri Don Gesualdo, viene poi pubblicato in DVD da Bompiani in un cofanetto contenente la raccolta delle interviste effettuate dal regista, corredato da numerose fotografie che raffigurano Bufalino con la sua gente, nella sua Sicilia. Il docufilm contiene dei momenti particolarmente emozionanti che portano lo spettatore a soffermarsi su alcuni passaggi, su alcune espressioni, su alcune voci rotte dalla commozione nel ricordare “Don Gesualdo”, quell’uomo solitario, riservato, intimo, ma dal sorriso smagliante. Auguri don Gesualdo è un viaggio tra i luoghi simbolo di Gesualdo Bufalino (la piazza di Comiso, il cortile dell’omonima fondazione, i simulacri della morte, le antiche chiese e i giardini), con rari materiali di repertorio dello scrittore forniti dalle teche Rai. Le parole introduttive dello stesso Battiato (che tracciano un breve profilo biografico di Bufalino) sono seguite dalle testimonianze di altri autori che sono stati vicini allo scrittore (Manlio Sgalambro, Matteo Collura, Piero Guccione e molti altri) e da una serie di documenti rari dell’autore siciliano. Interessante, illuminante, a tratti commovente, il documentario girato da Franco Battiato vuole essere un invito all’approfondimento dell’opera di uno degli autori del Novecento che hanno segnato la narrativa italiana, in occasione del novantesimo anniversario della sua nascita. In una nota che apre il libricino che raccoglie le interviste, il musicista e regista scrive: Una combinazione di affetto e dovere mi ha spinto ad accettare la realizzazione di questo docufilm su Gesualdo Bufalino. L’affetto, per me, è il sentimento che più si avvicina alla verità, pur nella sua apparente parzialità. In una intervista di qualche anno fa Battiato ha avuto modo di rivelare come ha conosciuto Bufalino: Ho scoperto Bufalino verso la metà degli anni Ottanta, leggendo il magnifico “Argo il cieco”. L’ho conosciuto nel 1996, prima che morisse, in occasione di una mostra del raffinatissimo Guccione a Comiso, e siamo diventati amici. Fortunatamente aveva ed ha poco di contemporaneo. Sullo stile “poco contemporaneo” di Bufalino si esprime anche Ella Imbalzano, professoressa di Lingua e letteratura italiana contemporanea all’ Università di Messina, che ha dedicato allo scrittore anche un bellissimo libro (Di cenere e d’oro: Gesualdo Bufalino). Nel documentario la docente ci offre il suo interessante punto di vista sulla scrittura di Bufalino:  La sua scrittura non disdegna malizie moderne, pur connotandosi contestualmente come barocca. Un barocco che mi ha catturato, non frondoso ma procedente per successioni di sintesi logico-verbali, e perciò tale da rivendicare la densità della parola con l’impiego spiazzante del patrimonio retorico. Un neobarocco, insomma, che veicola i registri espressivi del teatro, del trucco, della guerra, della natura, a cui si legano temi fondamentali mediati, talora, da pensosa ironia: la vita e la morte, l’Isola iperbolica e metamorfica che le significa, lo spionaggio dell’esistenza e l’interrogativo sul divino, la malattia, la condanna della Storia, l’amore, la multiforme memoria, la scrittura che ” si pensa”…”

Molto interessante è anche la testimonianza di Francesca Caputo (curatrice dell’ opera omnia dello scrittore siciliano), che ha avuto il privilegio di conoscere Bufalino attraverso lo studio dei suoi appunti preparatori, delle sue annotazioni, delle varie stesure dei racconti, e di compilare le note ai testi delle opere pubblicate da Bompiani: Scriveva e riscriveva, correggeva e ricorreggeva di continuo, dimostrando una sorta di furore stilistico, un’incontentabilità riguardo a quello che aveva scritto, e ciò, in un’epoca in cui prevalgono l’approssimazione e la fretta, rivela un rigore etico, un rispetto della propria professione di scrittore, della propria vocazione…. e del lettore, al quale si vuole dare la pagina migliore. La lingua di Bufalino è senz’altro il motivo principale per cui vale la pena leggere e rileggere le sue opere. A proposito della sua scrittura, egli ci offre un prezioso suggerimento che sembra scaturire dalla sua profonda passione per la musica: Suggerisco innanzi tutto una lettura musicale delle mie cose, un’attenzione al ritmo, alle andature melodiche, alle scansioni ritmiche, ai campi metaforici, alla prosodia nascosta nei meandri del periodo. La passione di Gesualdo Bufalino per la musica è testimoniata dallo stesso Battiato: Gesualdo aveva adattato (a suo tempo) in italiano la famosa canzone di Charles Trénet “Que reste-t-il de nos amours”. Mi inviò il testo e avendo capito che ci teneva, a mia volta gli mandai un provino voce e piano. Purtroppo lasciò questo mondo fenomenico prima dell’ uscita del mio disco “Fleur 1”, che la conteneva. Bufalino era un grande appassionato ed intenditore di jazz. Possedeva più di 10.000 LP, ma rifiutava l’etichetta di “esperto”, diceva di sentirsi un semplice amateur di tutte quelle curiosità intellettuali che mi intrigano lo spirito, onnivoro di ogni sapere umano.

Gesualdo Bufalino, dopo gli anni dedicati all’insegnamento nei licei e qualche pubblicazione di poesie e racconti, inizia la sua carriera di scrittore nel 1981, all’età di 61 anni. Il suo primo romanzo, Diceria dell’untore, viene pubblicato solo dopo 20 anni dalla sua prima stesura, avvenuta nel 1950, anche grazie all’appoggio e agli incoraggiamenti del suo grande amico Leonardo Sciascia. Il romanzo ha un enorme successo e si aggiudica il Premio Campiello nel 1981. A proposito di quel Premio, è molto interessante l’intervento di Elisabetta Sgarbi, oggi editrice de La nave di Teseo, che nel 1981 era nella giuria del Campiello. Nel documentario, l’editrice racconta di aver dato a Bufalino il voto decisivo per la sua vittoria, nonostante avesse ricevuto pressioni dal fratello affinché votasse per Anna Banti, la concorrente più competitiva di Bufalino in quella edizione del Premio. La vittoria del Campiello fu una fondamentale rampa di lancio per lo scrittore siciliano, che qualche anno dopo vede il proprio romanzo rappresentato al cinema con la regia di Beppe Cino ed un cast che comprende gli attori Remo Girone, Vanessa Redgrave, Lucrezia Lante della Rovere e Franco Nero. Dopo il successo del suo primo libro Bufalino scrive numerose opere sia in prosa che in poesia: L’uomo invaso, Le menzogne della notte, L’amaro miele, Saldi d’autunno sono solo alcuni dei titoli di questo prolifico autore siciliano.

Tra i temi affrontati nel docufilm di Battiato c’è anche la venerazione che Bufalino nutriva nei confronti del grande Leonardo Sciascia. In una intervista, Franco Battiato racconta un divertente aneddoto che dimostra quanta ammirazione Bufalino avesse nei confronti del suo illustre conterraneo: Bufalino aveva una sorta di venerazione per Sciascia. Una volta stava per picchiare un meccanico che gli stava riparando l’automobile. Ma non era da solo. C’era anche Guccione. Guccione passa a prendere Bufalino. Hanno appuntamento con Leonardo Sciascia. Immaginali nella macchinetta attraversare l’entroterra siciliano. Nella strada per Palermo la macchina, ovviamente, si fonde. Riescono a farsi trainare da un meccanico. Un meccanico siciliano. Che si mette a riparare la macchina in maniera siciliana. Lenta e pensosa. Al che Bufalino e Guccione prima guardano interessati il meccanico che lavora. Ma a un certo punto si rendono conto che il meccanico siciliano è troppo siciliano. E iniziano ad agitarsi: ”Senta, non potrebbe spicciarsi?” (’fare più velocemente” in siciliano). ”No che non posso, ci vuole il tempo che ci vuole”, risponde quello. ”Ma noi abbiamo un appuntamento importante”. ”E che ci posso fare io?”, continua il meccanico armeggiando con calma siciliana intorno al motore. ”Ma lei non si rende conto – dice Bufalino alzando la voce – lei non sa con chi abbiamo appuntamento noi!”. Il meccanico tira fuori lentamente la testolina dal vano motore, li guarda, incrocia le braccia: ”Importante quanto?”. Bufalino guarda Guccione con gli occhi che gli escono di fuori. ”Come importante quanto? Importantissimo! Il siciliano più importante”. ”Come si chiama?”. ”Leonardo Sciascia!”. ”E chi minchia è?”, dice il meccanico rimettendosi a lavorare.

Il rapporto tra Gesualdo Bufalino e la Sicilia è complesso. In una intervista presente nel docufilm di Battiato, l’autore siciliano ne parla con una certa partecipazione emotiva: Io verso la Sicilia ho un doppio rapporto. C’è in me una specie di rigetto per tutti quegli aspetti neri che contraddistinguono i nostri comportamenti e che tutti sappiamo: l’intreccio tra la forza e la frode, il fondo facinoroso e levantino che distingue spesso la nostra vita civile. Il mio paradosso comunque è questo: guardo all’Europa come a una terra d’elezione, e non mi voglio scucire, dall’altro lato, la pelle carnale della mia terra. C’è insomma in me un legame carnale profondo con la Sicilia e nello stesso tempo quella resistenza, quel rifiuto di cui parlavo prima.

Proprio il suo guardare all’Europa come a una terra d’elezione porta Bufalino ad appassionarsi alla lingua francese. Importantissima è la sua traduzione de I fiori del male di Charles Baudelaire. Sulla passione di “Don Gesualdo” per la poesia francese Matteo Collura racconta un aneddoto molto interessante: Da ragazzo egli lesse I fiori del male di Baudelaire, ma la traduzione italiana non gli bastò. E poiché allora, in quel suo angolo di Sicilia, non era facile trovare libri in lingua originale, decise di tradurre quel testo in francese. Proprio così: lo tradusse nella lingua in cui era stato scritto. Poi, quando finalmente riuscì ad avere tra le mani un’edizione francese di Le fleurs du mal, si divertì a confrontare la sua traduzione con l’originale di Baudelaire.

In una delle interviste riportate nel docufilm di Franco Battiato, Gesualdo Bufalino parla della morte. L’autore siciliano afferma che nei paesi del mediterraneo, dove c’è più sole, e quindi più luce, il sentimento della morte è più intenso, più sentito, più doloroso: Perché io immagino – afferma lo scrittore – una morte nel nord, nelle nebbie del nord. Ebbene, lì morire dev’essere in qualche modo una cosa naturale: perdersi nel crepuscolo, nell’ovatta grigia del niente. Mentre qui, nella luce, nella forza, sotto la forza del sole, la morte rappresenta uno scandalo, un’infrazione, una trasgressione alla legge della vita, alla forza della vita. Gesualdo Bufalino muore a causa di un incidente stradale il 14 giugno del 1996, a Vittoria, nella sua Sicilia, proprio in quella luce mediterranea in cui la morte appare più ingiusta e più dolorosa. Ma il ricordo del grande scrittore siciliano non muore, grazie ai romanzi di rara bellezza che ci ha lasciato, e grazie ai tanti ammiratori che ne tengono viva la memoria, tra cui il Maestro Franco Battiato.

Daniele Muscò

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