Max Manfredi, il vagabondo della musica

«Trasversale, imprendibile sotto un’etichetta, vagabondo dalla musica al teatro, dalla letteratura alla didattica, Max Manfredi è un artigiano di musica e parole, ma anche uno dei pochissimi artisti della canzone che vale la pena di conoscere e amare oggi.
Sulla scena da oltre vent’anni, Max Manfredi racconta di viaggi, climi, città e metropoli, storie d’amore e di disincanto, prende a schiaffi e carezze, evoca scene meridiane o crepuscolari in cui per riconoscersi basta un minimo di abbandono, e lo fa accompagnato da musicisti provenienti da esperienze disparate,  eccezionali per tecnica e passione. Una musica onnivora, meteoropatica. Una presenza magnetica sul palco. Un poeta della scena che, per lucidità ironica e potere visionario non ha eguali oggi in Italia».

Questo è il ritratto di Max Manfredi, cantautore  davvero atipico tutto da scoprire e da ascoltare, eclettico e libero, insofferente alle regole e dedito soltanto alla libertà della sua arte. In questi giorni sta lavorando a Il grido della fata, il suo ultimo disco. Lo abbiamo incontrato

Da dove nasce la tua musica ?

Nasce dalla mente, dai ricordi musicali inconsci e consci, da altre musiche ascoltate o che ascolto, dai suggerimenti del computer.

Il digitale permette di usare infiniti timbri, infiniti suoni, ma obbliga poi a limitarne drasticamente il numero, e soffermarsi su quei  pochi che più ritieni idonei alla narrazione.

Al suono viene affidato un compito poetico: la scenografia acustica ed emotiva della parola.

Le canzoni quindi per me  non si compongono come si faceva una volta, nella musica leggera: uno strumento, la penna, un provino, e poi tutto affidato all’arrangiatore e al produttore. Poi si mettevano in condizione di viaggiare e raccogliere i risultati.

Nascono invece consustanziate ai loro suoni, che non si limitano a rivestirle, ma le compongono e le ricompongono.

Le parole possono essere state scritte da me trent’anni fa, e poi recuperate,  o l’altro ieri, non importa. A volte son state scritte con una musica diversa, niente, vuol dire che si cambia. La canzone è un organismo vivo, fermentante. Lo è già nel suo farsi, prima di ogni fruizione.

 La pratica dell’elettronica, che io unisco alle voci di interpreti e strumenti reali, ti suggerisce lapsus, cancrizzazioni (la musica alla rovescia, come facevano già i Beatles o gruppi metal buontemponi per celare messaggi satanici) gag sonore: funziona secondo una sua semantica autonoma. Non Mickey mousing, ma sinestesia concreta.

C’è una bella differenza rispetto al processo: canzone con la chitarra o il pianoforte – arrangiamento scritto o composto coi o dai musicisti – registrazione, promozione e produzione. Cioè l’antica e gloriosa canzone d’autore, per usare un termine che ebbe la sua meritata fortuna.
Adesso si è zombificato anche il linguaggio, col linguaggio il lignaggio,  e quasi tutti usano l’orrenda parola “cantautorato”.

Io penso che ormai si sia resa necessaria una consapevolezza nuova nell’invenzione delle canzoni e nel comporle insieme. E’ cambiato davvero quasi tutto quel che riguardava la “canzone d’autore”.

È  “nave senza nocchiero in gran tempesta”, per farci accompagnare da Dante, ma può diventare “l’acqua ch’io corro giammai non si corse” da un momento all’altro.
Il nostro merito è esclusivamente nel capirlo.

Ci vuoi parlare del nuovo disco?

Lo sto facendo insieme agli amici di Vibrisse Studio, con strumenti-automi e strumentisti veri.
E’ una casa-studio. Ci prendiamo i nostri tempi, così evitiamo di perderne troppo.
Presto istituiremo un sistema di donazioni e prevendite. Anche questi procedimenti necessari sono completamente diversi da quelli che erano ai tempi della “canzone d’autore”, quando il produttore ci metteva il grano per poi guadagnarci.

Di che parlano queste canzoni?

C’è un po’ di tutto: soldati che giocano a carte e ricordano i loro amori, arpiste bretoni che innamorano i vecchietti, preti pedofili, re spodestati e governanti slave, guasta-amori, latterie, dischi volanti, donne che vengono chiamate come chiese, ingressi e passaggi dalle porte dei sogni, emigrati che imparano a leggere, telefonini e scimmie che ti compaiono sulla spalla.,  cinema all’aperto, candele che tremano nel coprifuoco, ciottoli gettati in acqua che fan sempre centro.

Ma l’ambizione è che, nel parlare a loro stesse (nemmeno a me, proprio tra di loro) parlino anche a te che ascolti, generino magnetismi, incanti e vetrofanie ideali.

È  pochissima, la pretesa: quella di un orologio artigianale, di un diorama, di un gioco di lanterna magica e iridescenza di bolle di sapone.

Ma nello stesso tempo è enorme: assemblare un mondo. Un mondo di cui l’abitante e l’ascoltatore possa sentire  nostalgia.

Niente di più asociale, dal punto di vista etico: addirittura nemmeno uno sfogo egoriferito: dov’è l’ego di un orologio a cucù? Dov’è l’ego di un cervo, di un bicchiere e di un arcobaleno?

Eppure proprio in questa forma di blando animismo e di scrittura automatica (cioè la scrittura di un automa, un burattino, un congegno)  prendono senso, cioè direzione e intenzione,  queste canzoni.
E anche le istanze sociali diventano “distanze”. Le cose parlano da sole, e a volte son messe male.

Alcune canzoni parleranno “da” questa situazioni, altre si chiuderanno in loro stesse.

 Nel tuo mondo creativo un posto di rilievo occupa la poesia. Oltre a scrivere canzoni sei anche poeta. Amorazzi è il tuo ultimo libro. Dove finisce il cantautore e inizia il poeta? O il cantautore Max Manfredi e il poeta sono la stessa persona?

Poeta (in senso tecnico) e cantautore si inscenano a seconda delle esigenze. La musicalità della poesia è implicita nel verso e indicata dalla lettura ad alta o bassa voce, quella della canzone si esprime nella musica, nel cantato e nei suoni.
Se poi esiste un “essere poeta” al di là del mero fatto tecnico, e penso di sì (anche se non saprei definirlo: una particolare sensibilità linguistica ed eidetica? Una particolare sensibilità tout court da cui zampilla la parola? Un essere invasi?); se poi esiste, me ne faccio carico. E senza far distinzioni fra canzone e poesia, per quanto mi riguarda, ma ben cosciente che i due procedimenti sono diversi.
La cosa importante è che, in entrambe queste arti, così apparentemente legate all’io, così necessariamente egoriferite, l’io poi scompare in nome del risultato che, appunto, “mette in scena” un io differente, fantasma, automa o burattino entusiasta o dolente  che sia.
Per la poesia non è una novità, per la canzone è sempre stato così.

Questa “pulizia” o, viceversa, proiezione mostruosa dell’io, giunge alla velleità, o all’ambizione, di “far parlare le cose” e di parlare delle cose e con le cose. Una forma di blando o tragico animismo, che richiama alla mente la poetica del fanciullino di Pascoli anche in quello che ha di terribile.
Un’arte sconsolante, non consolatoria: consola dell’oggetto che hai perduto per sempre, e che è l’unico momentaneamente disponibile.

Nel 1994 esce  Max e  tu duetti con Fabrizio De André nel brano La fiera della Maddalena. Una pagina bellissima nella tua carriera di cantautore.  Ci vuoi raccontare questa tua esperienza con Faber?

È  stata un’esperienza bellissima e una grande soddisfazione. Successe così: L’amico Vanni Pierini lo andò a trovare a casa sua in Sardegna e gli portò una mia cassetta. Lui l’ascoltò e fu molto impressionato. Ci incontrammo ai suoi concerti e in sala d’incisione. Avevamo scelto, tra le mie canzoni,  “La fiera della Maddalena”.
Ricordo che, dormiva fino alle cinque del pomeriggio passando la notte a giocare a carte e a leggere. La mattina della regsitrazione invece si svegliò alle undici. Il produttore, che era uscito al mattino per comprare dell’erisimo (erba che si dice faccia bene alla voce) trovò il lavoro praticamente concluso.

In seguito andati a casa di Fabrizio, ci trovai l’amico comune – e suo collaboratore di allora – Oliviero Malaspina.

La mia idea era quella che Fabrizio ci producesse. Lui disse che sarebbe stata una buona idea una coalizione fra lui stesso, Guccini e De Gregori per un’etichetta che si occupasse dei migliori cantautori “giovani” (beh, in effetti lo eravamo).

Il tempo, poi, “che si diverte a strapazzare le rose”, non lo permise.

Nicola Vacca

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