Il poeta dal fortilizio con le parole

“I poeti non devono insegnare nulla

Ma essere grondaie d’acqua poetica

Germogli d’inchiostro selvatico

Papaveri rossi sbocciati tra le zolle di solitudine.”

Non sono bastati né tutto l’amore elegiaco per Giacomo Leopardi, né la disperazione deflagrante e folle per il grido inascoltato di Artaud, ad evitare a Sergio Carlacchiani di scrivere versi frantumati, liberi, senza punteggiatura , quasi una prosa in versi, unica concessione alla retorica la cesura di fine verso, il respiro tracciato in solchi d’inchiostro tra silenzio e voce, la sua voce rauca e graffiante( che spesso dona ai versi degli altri Poeti) con cui da sempre Sergio dedica alla poesia e tracciando le sue meridiane d’amore sonore.

In realtà ogni rigo d’esistenziale sopravvivenza è sopravvissuto al tritacarne dell’Anima. Alla domanda esistenziale di vita vera, e alla preghiera divina di un Ritorno. A tratti però sembrano sbavature di silenzio(vedi poesia omonima a pag. 50),  che traboccano dalle vene squartate dal dolore.

A ben vedere sono poesie post-coma(anche vero) vissuto dal poeta, ma anche poesie della rivelazione , della coscienza e della rinascita, nate dalla clausura in tempi di COVID, sono indiscrezioni dal fortilizio (bellissimo titolo dell’intera raccolta RP Libri ), di sofferenza e solitudine, e dal desiderio di Vita Nova,  che si scrolla di dosso tutti i fantasmi del passato, le piccinerie e le cattiverie, i soprusi e gli ostracismi subiti, che somigliano più a preghiere e abluzioni esistenziali conative e detonative.

Colpiscono in questi versi il senso di empatia e di umiltà, (vedi poesia pag. 49 dal titolo Conquistassimo l’umiltà), la forza di una grazia gentile che svapora dai fumi del dolore e dai traumi dell’esistenza, come solo i grandi poeti sanno trasmettere ed essere. Eppure è una scrittura graffiante che non lascia indifferenti.

È come se Sergio volesse scrivere la Redenzione pur non avendo che un’unica colpa, ciòè d’essere un sopravvissuto al male di vivere. Ecco allora sgorgare tra i versi un vero Cantico della rinascita, onirico, esistenziale e religioso, un francescano (nel senso di umile e semplice) predicare il verso e la parola che salvi e porti amore, solo verità e amore.

Il libro ci risucchia in un vortice di parole e di grafemi e qui viene fuori anche l’esperienza di Pittore di Sergio(di cui abbiamo scritto altrove), a partire da alcune illustrazione incastonate qua e là nel libro, ma i cui titoli sono emblematici(Quadri di parole2, poesia visiva del 1987; Negli ineffabili giri, del 2016; L’Angelo custode dell’Amore del 1996; Gli echi dell’Amore del 2014).

Quasi un’ansia didascalica e pedagogica di Pasoliniana memoria agita il fare poetico di Sergio che  scrive sulla poesia e sui poeti(pag. 43 Il poeta e i suoi crimini, in cui confessa. ” volevi rovesciare il poetare costituito”, oppure a pag. 98 La poesia che scrivo, in cui fa un lungo decalogo di autocoscienza e di speranze, ma alla fine deve ammettere a se stesso:

”questa poesia è qui perché s’è rifiutata di farsi cancellare.”

Un periplo di luce si dipana e avanza dalle prime poesie cariche di IO sino ad un NOI delle ultime poesie dove abbondano incipit come Siamo, Stiamo, Viviamo etc…). Sino alla testamentaria e vero verbale di poetica: Fumo negli occhi(pag. 99) in cui chiude il sipario sul “verbalismo atossicante nauseoso”, di troppi sedicenti poetocrati contemporanei, ma il poeta vero sente e vede avanzare un vagabondaggio eversivo di un artista veggente, di Rimbaudiana memoria, con cui bisogna tornare a fare i conti. Come se la poesia fosse dentro di lui, ma il poeta non lo sa e continua a cercare altrove, ovunque sino a perdersi e ritrovarsi a due metri di distanza sociale.

Così come la recitazione/declamazione dei versi di Sergio, abdica alla retorica di un teatro delle finzioni vecchio e inconcludente, i versi di Sergio assomigliano sempre più a Cumunicati stampa di un fantasma, bollettini di guerra di un Angelo, paradossi minimi e semibrevi di un esorcista, appunti di un poeta che lascia come pollicino le sue molliche di parole sparse durante il cammino, per ritrovare la strada della vita e della poesia perduta.

La scrittura si fa rauca e tagliente, i versi  spezzano il pane del reale per farne comunione d’umiltà, matrici segniche che graffiano il cosmo, unanime visione degli ultimi, testamento dei vinti e degli invisibili che cercano la salvezza e con la salvezza la luce, e come scriveva proprio ieri in un post il poeta:

Annegato tra i girasoli!

Oggi non aspettatemi invano

ho bisogno d’una moltitudine

che di luce gialla mi consoli

se proprio mi volete scovare

venite a frugare nel campo fiorito

mi troverete annegato tra i girasoli!

Affiorano ed emergono dal buio, testi dedicati al virus, ma colpisce l’assenza di paura, che non è tanto il virus a fare paura, ma l’Uomo,  incapace di solidarietà e di trovare l’antidoto dentro di sé, perché gli sfugge il fatto che spesso il vero virus pericoloso è l’uomo stesso e solo l’uomo potrà essere l’antidoto. Il poeta sente che l’unica salvezza è :”chiedere asilo all’umanità”(pag. 115).

Donato Di Poce

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