Vittorio Gregotti, architetto tra progetto e storia

Il Coronavirus si è portato via, il 14 marzo 2020, Vittorio Gregotti, l’ultimo dei grandi architetti del ‘900 italiano. Un intellettuale a tutto tondo che ha vissuto la catastrofe del secondo dopoguerra e tratto la sua linfa dall’insegnamento dei Maestri del Movimento Moderno. Nato il 10 agosto del 1927 a Novara e laureatosi in architettura nel 1952 al Politecnico di Milano con Ernesto Nathan Rogers (“l’ultimo seguace” di Walter Gropius, così l’aveva etichettato nel 1968 Bruno Zevi recensendone gli editoriali di Architettura per Einaudi), con lui iniziò i primi passi nel mondo accademico lombardo come Assistente presso la cattedra di Caratteri stilistici e architettonici, quindi come redattore della rivista Casabella-Continuità (fondata nel 1933 da Edoardo Persico e Giuseppe Pagano) e come collaboratore dello studio di architettura e urbanistica BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti, Rogers), tanto da partecipare ancora studente, nel 1951, alla scuola estiva internazionale, voluta dal VII° Congresso Internazionale di Architettura Moderna (CIAM) e tenutasi ad Hoddeston in Inghilterra, sul tema del cuore della città: evento da cui, successivamente, scaturiranno il rogersiano movimento circolare della trasmissione del sapere mutuato da Thomas Stearns Eliot e la partecipazione alla IXª Triennale di Milano con l’allestimento della Sala “Misura e grandezza dell’uomo”.

Le sue teorie traggono origine proprio dai concetti rogersiani: le preesistenze del luogo, l’importanza della conoscenza in special modo della storia dell’architettura come “continuità” in una Nazione che ne ha fatto cattivo uso, la tradizione della città europea e la responsabilità dell’architetto nella società contemporanea. Concetti e tesi, infatti, che svilupperà nel suo primo saggio del 1966, ‘Il Territorio dell’architettura’, edito da Feltrinelli-Milano e con prefazione di Umberto Eco (entrambi promotori del gruppo di neoavanguardia ’63, costituitosi a Palermo), nel quale questi indica due possibili chiavi di lettura del saggio gregottiano: 1) il sogno leonardesco dell’architetto degli anni cinquanta; 2) l’atmosfera interdisciplinare e critica della nuova avanguardia. A proposito dell’uso della storia andrebbe infatti ricordato il celebre passo da Gregotti citato di Ludwig Wittgenstein: «Dalle mie proposizioni viene chiarito che colui che mi comprende riconosce alla fine che esse sono prive di significato quando, attraverso di esse e per mezzo di esse, è salito al di sopra di esse. Deve superare quelle proposizioni: allora vedrà realmente il mondo.» 

Vittorio Gregotti ha vissuto con l’ossessione della storia sia come architetto sia come teorico dell’architettura, nella preoccupazione costante di collocare la propria opera architettonica dapprima contro la storia, come tipico di quelle avanguardie che preferivano la luce della ragione e della dialettica alle ombre della storia, quindi di fronte alla e nella storia. Percorso che riporta, quindi, immediatamente a quell’Angelo della Storia che corre in avanti verso il futuro con lo sguardo rivolto al passato, magnificamente interpretato da Paul Klee e raccontato magistralmente da Walter Benjamin.

Un confronto che è stato sempre serrato in Gregotti e nelle sue architetture scientificamente progettate, figlie dell’esercizio husserliano dell’essenza ideale, prossima all’idea kantiana, che si esprime nel “limite ideale” di una composizione che si oppone come principio all’imitazione e alla citazione. Le sue realizzazioni, infatti, sono legate al luogo e al tempo, sono moderne e autentiche perché sono prima funzionali e poi esteticamente belle, coerenti nello sviluppo contemporaneo del Moderno architettonico ovvero della connessione di scopo o del rimando all’uso.

Vittorio Gregotti è stato un protagonista assoluto dell’architettura italiana degli ultimi quarant’anni indirizzandola e anche condizionandola sia con la direzione di Casabella tenuta dal marzo del 1982 al gennaio/febbraio del 1996, dopo esserne stato nel 1953 Redattore e in seguito Caporedattore dal 1955 al 1960; sia come accademico: nel 1964 in qualità di professore incaricato di Elementi di architettura al Politecnico di Milano e nel 1967 di professore ordinario di Composizione architettonica alla Facoltà di Architettura di Palermo, per poi approdare nel 1978 presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Gregotti non è stato sicuramente un uomo facile per la convivenza delle culture contrastando le posizioni che non collimavano con le sue idee sulla città contemporanea, tanto da aver scritto che «spesso si dice giustamente che una discussione autenticamente produttiva si può aprire solo con le persone con le quali si è d’accordo: o meglio se si è d’accordo, almeno parzialmente, sul senso generale di una ricerca creativa, è utile scavare le differenze dei modi per ricavarne delle indicazioni attive sulla pratica artistica».

Infatti, di Gregotti mi ha sempre affascinato il suo modo di intendere l’architettura come ‘tecnica di contrasto’ tra sapere e fare, ma soprattutto del saper fare critico (téchne) accompagnato al fare creativo dal nulla (poiesis): l’architettura come lavoro d’arte, come compimento nobile del fare dell’architetto, tanto da coltivare accuratamente anche lui, come molti architetti moderni, l’aspetto realizzativo del lavoro di pensiero che c’è dietro all’opera architettonica e, quindi, del “mestiere” dell’architetto, che sa dunque conciliare magistralmente i saperi tecnici della costruzione con gli strumenti e i fini derivanti dall’elaborazione teorica, quel suo pensiero che tanto mancherà alla costruzione dell’architettura contemporanea e alla cultura italiana.

Infine, va sottolineato il lascito di una profonda convinzione del ruolo civile dell’architetto e dell’architettura nella predizione e nella previsione prospettiche del destino della città come disegno e atto politico, quell’insito portato d’utopia intesa quale responsabilità dell’idea di futuro che deve indirizzare contenuti e forme di un’aspirazione comunque progressiva, dunque strutturalmente alternativa. Attitudine e impegno che invece giudicava appannati e fuorviati in quest’ultima stagione culturale: «Gli architetti della provvisorietà dei nostri anni sembrano sovente posseduti dalla smania di dimostrare la loro capacità di prevedere il futuro delle loro attività come rappresentazione della plastica stabilità del potere delle tecnoscienze e della religione del denaro senza alternative: ossia senza futuro. L’idea del futuro dei nostri anni sembra per l’architettura essere piuttosto una sorta di rappresentazione ispirata dall’idea di previsione delle variabili economico-finanziare, un’idea che proviene dalle tecniche al loro servizio, piuttosto che da qualche alternativa strutturale; quindi da un futuro prodotto dall’eliminazione dell’idea di storia, sostituita da quella di presente incessante dove il futuro è il prodotto di una ragione cinica nella quale nessuno vuole rappresentare la verità delle nostre contraddizioni e della loro proposta di risoluzione come proposta di un domani altro. (da “Il Sublime al Tempo del Contemporaneo”, Vittorio Gregotti, Einaudi 2013, pag. 169)».

Alfredo Vacca

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