Pasolini critico d’arte e pittore mancato

Potrei anche tornare alla stupenda fase

della pittura…..

Sento già i cinque o sei

miei colori amati profumare acuti

tra la ragia e la colla

dei telai appena pronti…..”

P. P. Pasolini,

in La ricerca di una casa, in Poesia in forma di rosa.

Pasolini non si considerava un critico d’arte né un artista. Nel ’65 dice a un dibattito tenuto a Brescia in occasione di una mostra su Romanino: “Io di critica d’arte veramente ho delle antiche velleità, ma nessuna reale competenza […].” Eppure dimostreremo che del critico d’arte ne aveva la passione e la capacità, riversata poi nell’attività di cineasta(Pasolini è stato forse il primo regista a utilizzare sapientemente la Storia dell’Arte e la visione poetica nel fare Cinema), e dell’artista aveva la poetica, il carisma e il senso di libertà espressiva. Ma tale era la sua umiltà e rispetto verso i professionisti come Longhi che preferì sgomberare il campo da equivoci e distrazioni.

Allievo di Roberto Longhi, suo professore all’università, amò visceralmente l’arte pittorica, cui si ispirò per le scenografie dei suoi film e praticò la pittura prima negli anni giovanili e poi negli ultimi anni della maturità. Comprese nell’intimo i pittori a lui contemporanei e “fratelli” nell’impegno artistico e, in senso lato, politico, come ad esempio Minguzzi, Guttuso, Carlo Levi e Giuseppe Zigaina.

All’inizio, quando scrive su mostre friulane,(vedi Scritti Giovanili in Saggi sulla Letteratura e sull’Arte, Mondadori, Tomo 1, 2004)  ciò che lo colpisce non è solo la tecnica ma anche la vita morale di un pittore, cioè i suoi sentimenti, la purezza, i travagli interiori, e naturalmente l’amore per la realtà, per cui un artista la rappresenta tanto meglio quanto più vibrante è la pietà nella compartecipazione ad essa.

A Pasolini interessa più che gli aspetti formali delle opere, gli aspetti morali, il contesto storico-culturale, la realtà e l’uomo e coglie nei suoi resoconti di mostre l’aspetto “poetico” del fare Arte. Ciò che conta in un pittore è il fatto che al peso reale delle cose egli non sovrapponga un peso artefatto del colore: l’estetismo non è che fuga dalla realtà e quindi paura. Nel 1947 parla e scrive soprattutto a più riprese sia in collettive che personali, di Zigaina in cui riconosce diverse affinità elettive e ne scaturisce persino un esame filologico della pittura(pag. 290 op. cit.). Ne coglie subito l’indifferenza alle natura morte o paesaggi, ma capisce che a Zigaina(e Pasolini) interessa soprattutto la figura umana, l’uomo.

In un altro scritto su Zigaina(vedi pag. 302 op. cit.) Pasolini si lascia andare a uno dei suoi espedienti critici più utilizzati che chiameremo interferenza linguistica o correlativo poetico, infatti per evidenziare l’atmosfera di “Grazia” che si respira nei suoi quadri, Pasolini scrive:” …parlo di quell’atmosfera di -grazie- cui accennava una volta Contini, parlando dell’ Ungaretti giovane…”.

Un’altra ossessione di Pasolini critico d’arte(negli anni ’50) è l’aspetto della contaminazione culturale e stilistica di certi artisti. Pasolini conosceva benissimo lo stato dell’arte del suo tempo(recensendo gli affreschi della Chiesa di S. Eugenio nel 1950 nota subito la grandezza e attualità di artisti come Fazzini, Rambelli, Scipione, Manzù e Messina), ma torna a più riprese sul concetto di contaminazione.

Lo fa la prima volta recensendo una mostra di Fabio Mauri(1955) scrivendo a un certo punto: ” …lo stilema medio, tipico di Mauri è la contaminazione di modi espressionistici e fauve”, poi ancora recensendo il suo amato artista Friulano Zigaina dicendo:” …e infatti tutta la cultura di Zigaina vive sotto il segno della contaminazione…”, infine nel 1956 recensendo una mostra dell’artista Renzo Vespignani scrive: “ a Vespignani interessano le visioni di periferia e i luoghi del proletariato, riprodurlo significa compiere una contaminazione stilistica.”

Dopo un lungo periodo di astinenza dalla critica d’arte scritta(riversando la sua cultura artistica nei film che andava realizzando), Pasolini torna a parlare d’arte e scrivere d’arte nel 1965 in un dibattito su Romanino e nel 1973 e 1974 con 3 saggi tra i più belli da lui scritti su “La pittura di Carlo Levi” e “La luce del Caravaggio” e la recensione del libro su Roberto Longhi a cura di Contini e forse l’ultimo dei suoi scritti d’arte(1975), la recensione della mostra a Ferrara di Andy Warhol.

Nel dibattito su Romanino, colpisce la sua verve polemica e la sua conoscenza della critica strutturalista (e lui stesso fa notare che è la 1^ volta che si parla di critica strutturalistica a proposito di pittura), poi mette in luce le 2 strutture costanti dell’artista, quali il riferimento al Gotico, e la galleria di ritratti psicofisici dei personaggi. Ma dà il meglio di sé difendendo ed evidenziando la posizione morale dell’artista rispetto alla cultura del suo tempo.

Nel 1974, recensendo una mostra di Carlo Levi, Pasolini scrive:” La pittura di Levi fa crollare le barriere che dividono la pittura dalla letteratura, la letteratura dal cinema etc…” andando sempre a scorgere ed evidenziare gli elementi di novità e di rottura dei canoni del tempo.

Ma forse Pasolini dà il meglio di sé nel saggio del 1974 La luce di Caravaggio, dapprima ricordando la sua ammirazione e deferenza al Maestro Roberto Longhi dicendo che tutto quello che sa di Caravaggio lo ha appreso da Longhi, poi comincia a srotolare la sua verve da polemista culturale evidenziando le novità introdotte secondo Pasolini nel sistema dell’arte dall’artista, e poi polemizzando proprio sul concetto di luce che ha reso famoso l’artista nel mondo.

Secondo Pasolini. Caravaggio ha introdotto 3 novità: 1) Inventa un nuovo mondo, 2) Nuove persone, oggetti e paesaggi (aspetto profilmico), 3) Diaframma.

A un certo punto del suo ragionamento Pasolini scrive: “ Non amo le invenzioni di luce: preferisco di gran lunga le invenzioni di forme”

Recensendo il libro su Longhi di Contini,  nel 1973, Pasolini si lascia andare ai ricordi di quando seguiva i corsi all’Università di Longhi, ne traspare la nostalgia e l’entusiasmo, e le prime suggestioni per la sua futura attività di cineasta tratte dalla visioni delle diapositive di Longhi su Masolino e Masaccio e dai suoi commenti trasversali, ironici e rivoluzionari che mettevano in evidenza le differenze, i particolari espressivi, la visione d’insieme, etc..

1975- Ladies e Gentlmen: Pasolini su Andy Warhol: L’Ultimo scritto di Pier Paolo Pasolini sull’Arte che coglie l’universo doppio e oppositorio di Andy Warhol, la contaminazione tra fotografia e pubblicità, il doppio femmineo del travestitismo, il dramma umanitario e psicologico.

“…Lo sforzo che fanno questi travestiti per mostrarsi trionfalistici non è di una velleitaria e commovente umanità? Ma oltre a questo sforzo essi non vanno. Si capisce, il “Diverso” nel suo ghetto permissivo di New York può trionfare a patto di non uscire da un comportamento che lo renda riconoscibile e tollerabile. La protervia femminea di questi maschi non è che la smorfia della vittima che vuol commuovere il carnefice con una buffonesca dignità regale. Ed è tale smorfia che rende questi travestiti tutti psicologicamente uguali, come dignitari bizantini in un’abside stellata… Dunque anche l’universo di Warhol è in qualche modo doppio, vive in dramma oppositorio. Ma ad opporsi sono due ontologie: l’ontologia formale e l’ontologia psicologica.”.  Tratto da Pier Paolo Pasolini, Ladies and Gentlemen, Saggi sulla letteratura e sull’arte, Tomo II, Meridiani Mondadori, Milano 1999

Pasolini Pittore: Su Pasolini Pittore bisogna evidenziare solo la sua predilezione per l’autoritratto, per il resto lasciamo parlare Pasolini stesso:

Testo scritto da Pasolini nel 1970 e pubblicato postumo nel 1984.

tratto da:  Achille Bonito Oliva, Giuseppe Zigaina, Disegni e Pitture di Pier Paolo Pasolini, 1984, Balance Rief SA, Basilea.

“Ho ricominciato proprio ieri 19 Marzo a dipingere, dopo (tranne qualche eccezione) una trentina d’anni. Non ho potuto far niente né con matita, né coi pastelli, né con la china. Ho preso un barattolo di colla ho disegnato e dipinto insieme, rovesciando direttamente il liquido sul foglio. Ci sarà una ragione per cui non mi è venuta mai l’idea di frequentare qualche liceo artistico o qualche accademia. Solo all’idea di fare qualcosa di tradizionale mi dà la nausea, mi fa stare letteralmente male. Anche trent’anni fa mi creavo delle difficoltà materiali. Per la maggior parte i disegni di quel periodo li ho fatti col polpastrello sporcato di colore direttamente dal tubetto, sul cellophan; oppure disegnavo direttamente col tubetto, spremendolo. Quanto ai quadri veri e propri, li dipingevo su tela di sacco, lasciata il più possibile ruvida e piena di buchi, con della collaccia e del gesso passati malamente sopra. Eppure non si può dire che fossi (e eventualmente sia) un pittore materico. Mi interessa più la «composizione» — coi suoi contorni — che la materia. Ma riesco a fare le forme che voglio io, coi contorni che voglio io, solo se la materia è difficile, impossibile; e soprattutto se, in qualche modo, è «preziosa». I pittori che mi hanno influenzato nel ‘43 quando ho fatto i primi quadri e i primi disegni sono stati Masaccio e Carrà (che non sono, appunto, pittori materici). Il mio interesse per la pittura è cessato di colpo per una decina o una quindicina d’anni, dal periodo della pittura astratta a quello della pittura «pop». Ora l’interesse riprende. Sia nel ‘43 che adesso i temi della mia pittura non possono che essere stati e essere famigliari quotidiani, teneri e magari idillici. Malgrado la presenza cosmopolita di Longhi — la mia Nous nemmeno pregata, allora, tanta era l’adorazione —la mia pittura è dialettale: un dialetto come «lingua per la poesia». Squisito, misterioso: materiale da tabernacoli. Sento ancora — quando dipingo — la religione delle cose. Forse una parentesi di trent’anni fa sì, che in questo campo, il tempo non sia passato, e io mi ritrovi, davanti a una tela, al punto in cui ho smesso di dipingere. Naturalmente tra i miei idoli (dimenticavo) c’era anche Morandi. Non posso allora tacere il mio immenso amore per Bonnard (i suoi pomeriggi pieni di silenzio e di sole sul Mediterraneo). Vorrei poter fare un quadro un po’ simile a un suo paesaggio provenzale che ho visto nel piccolo museo di Praga. Nel peggiore dei casi, vorrei poter essere un piccolissimo pittore neo-cubista. Ma mai, mai, potrò usare il chiaroscuro, né soffiare il colore, con la spugnosa purezza e perfetta pulizia che sono necessarie al cubismo. Ho bisogno di una materia espressionistica, senza possibilità di scelta. (Come si vede, anche i dilettanti hanno i loro appassionati problemi).”

Alla fine di questo exursus Pasoliniano sulla sua attività di critico d’arte e pittore, possiamo concludere che si Pasolini aveva tutti i mezzi per essere un grande critico d’arte e un grande Pittore, (e ce ne ha dato qualche assaggio esemplare), ma che il suo temperamento sperimentale, eclettico e molteplice lo ha portato a riversare le sue attenzioni su altre modalità espressive(poesia, cinema, romanzo, critica letteraria giornalismo culturale), Tale era la sua febbre di realtà e potente il suo spirito eretico e corsaro che la sua danza delle arti è entrata nel vortice della vita facendoci vedere solo alcuni bagliori di un diamante grezzo di rara bellezza.

Donato Di Poce

www.donatodipoce.net

Bibliografia minima di riferimento su Pasolini e l’Arte

P.P.Pasolini, Ecrits sur la peinture, Arts & estétique, Editions Carré,1997.

P.P. Pasolini, Saggi sulla Letteratura e sull’Arte, TomoI-II Mondadori, 2004. 

Achille Bonito Oliva, Giuseppe Zigaina, Disegni e Pitture di Pier Paolo Pasolini, 1984, Balance Rief SA, Basilea.

Galluzzi, F. 1994. Pasolini e la pittura. Roma: Bulzoni.

Bonito Oliva, A. 1984. Pier Paolo Pasolini et la tradition du maniérisme italien. In Bonito Oliva, A. & Zigaina,

G. eds. , Dessins et Peintures de Pier Paolo Pasolini. Basel:

Balance Rief, pp. 19-23.

Calvesi, M. 1990. La realtà del Caravaggio. Torino: Einaudi.

Canova, L. 2004. Per quartieri sparsi di luce e miseria.

Pier Paolo Pasolini e Roma tra pittura, cinema, scrittura e

fotografia. Storia dell’arte, 107 (nuova serie 7), 2004, pp.135-151.

*Dal libro inedito, Di Poce Donato, L’OSSIMORO VIVENTE, Saggi su P.P.Pasolini

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