Il carnefice dell’apparenza

Il mestiere del poeta è cercare le parole, la sua utopia dipingere silenzi inesprimibili.

Se digitate “Francesco Guccini” su un motore di ricerca, tutti i risultati vi restituiranno la parola “cantautore”, insieme a brevi note biografiche e qualche accenno alla sua discografia.

Tutto ciò è riduttivo fino all’insolenza, perché semmai sotto questo cielo è esistito uno scrittore, un filosofo ed un poeta soltanto per caso prestato alla musica, non possiamo non vedere tutto ciò in un omone gentile, modenese di nascita e montanaro per vocazione.

Ascoltai per la prima volta la sua voce roca ed i suoi quattro accordi in croce quando ero poco più di un bambino: erano i tempi dei cugini di campagna, nei quali si scioglievano le trecce ai cavalli, ci si innamorava degli occhi eternamente blu di Lisa e ci si arrapava, in improvvisate discoteche casalinghe, con la voce di Donna Summer.

Erano gli anni fantastici delle Fiat 124, delle nazionali senza filtro, del VOV e dei DJ che si sfidavano a colpi di scoreggianti virtuosismi su poveri dischi in vinile, la mia esistenza era serena, appena consapevole di una realtà che andava modificandosi con le logiche stragiste di innumerevoli fazioni terroristiche.

Ero insomma vergine, pronto per lo stupro che si consumò a casa di un amico, il quale volle farmi ascoltare, a titolo di curiosità, una canzone strana e piena di parolacce.

La voce era roca, la musica poco più di uno sgradito orpello, sensazioni crepuscolari riempivano infinite praterie di pensiero, fino a quell’istante sconosciute per uno che, appena adolescente come me, si limitava ad una realtà musicale censurata e politicamente corretta.

Quel pezzo era “l’avvelenata” e rappresentò per me un momento di passaggio tra un prima, che ripudiai ed un dopo tutto da inventare, portando in dote con me quel cazzo in culo, che il Guccio mi aveva appena regalato.

Da quel momento non c’è stato un solo giorno nel quale la sua voce o un suo libro non mi abbiano accompagnato, scandendo il mio tempo di concerto con il suo.

Ho assaporato e fatta mia la sua rabbia con “Canzone di notte”, “L’avvelenata” e “Via Paolo Fabbri 43”, ho viaggiato nella quotidianità con “Il pensionato”, con “Lettera” e con “Piccola storia ignobile”, ho respirato l’aria decadente di Venezia, di Bologna e di Bisanzio, ho sognato la sua isola non trovata, ho volato con le sue cinque anatre, ho pianto con il vecchio che raccontava il suo mondo al bambino, sono passato nel camino di Auschwitz, il suo scirocco mi ha portato l’odore della pelle della Signora Bovary.

Mi sono lanciato contro l’ingiustizia a bordo della locomotiva, indossando il mio eskimo: simbolo di appartenenza ad un’utopia di pensiero che è ancora viva, come un Dio mai morto, nonostante il martirio dell’innocenza perpetrato dalla storia.

Ho assaporato ogni santo giorno il suo cruento assassinio della parola, crocifissa in note semplici, perché le sopravvivesse l’emozione ed il pensiero, ho riscoperto l’essenza pura dell’amore cantando “Vorrei”, ho rivisto nelle mie figlie la tenera magia di “Culodritto”.

Vedete, amici miei, sto parlando di lui, parlando di me, come se ogni sua emozione fosse stata  mia, come se ogni semplice sensazione lui me l’avesse rubata prima che potessi scriverla.

Avrei voluto dedicargli le parole che non ho mai saputo neanche immaginare nei miei cosiddetti romanzi, tutti i silenzi che non ho mai saputo dipingere tra le mie povere righe, tutto l’inesprimibile che opprime la mia ignoranza, ma riesco a dedicargli soltanto gli infiniti silenzi del suo fiume.

Il Guccio adesso vive nella terra di mezzo, finalmente figlio dei suoi boschi.

Come troppo spesso accade agli anarchici del pensiero è fuggito per ritrovare la sua verginità nei luoghi della fanciullezza: pochi amici, quattro stracci d’amore, il fiume e tante emozioni che non scriverà mai.

Semplicemente se n’è andato, lasciandosi alle spalle il mondo patinato che ha sempre rifiutato: novello Amerigo ha ritrovato i suoi luoghi dell’anima, dove vivono le innumerevoli sfaccettature della sua essenza: il Poiana, Santovito, gli elfi, Icaro.

Non so se vincerà il premio “Campiello” nel quale è tra i cinque finalisti e, se ho un po’ imparato a conoscerlo in tutti questi anni, non so neanche se gliene freghi qualcosa di vincerlo: quelli come lui respirano la stessa aria dei geni nascosti sotto il tappeto dalla cultura imperante.

Quelli come lui si chiamano Ungaretti, Gatto, De Filippo, Bellezza, Merini, Berto, sono figli di un dio dimenticato, ma vero come un fiume che scorre a dispetto di ogni manicheismo o perbenismo modaiolo, sono occasioni perse, rivincite affidate alla storia.

Inorridiscano pure i mestieranti del pensiero, coloro che ancora lo etichettano con il termine cantautore: Francesco Guccini è un poeta, un artista, un burattinaio di emozioni che dissacra certezze abusate, in nome di una verità percepita nel profondo dell’anima, in quel luogo, ai più inaccessibile, dove le parole non esistono più e soltanto il silenzio può restituirci l’intima sostanza di questa cosa che chiamiamo vita.

E, come disse lui quando mi stuprò, a culo tutto il resto.

Odio il suo ultimo capolavoro in note: “L’ultima thule” ha rappresentato per me un distacco cocente, un abbandono che vesto di malinconia, sperando di poter ancora cantare “la locomotiva” con lui, davanti ad un bicchiere di frizzante anidride, tra boschi popolati di briganti e tra vecchie case di pietra, annerite dal fumo delle montagne.

Eppure è stupendo e, con quel po’ di ragione che mi resta, comprendo perché il Guccio abbia deciso di farla finita e di ritornare dove tutto cominciò: le montagne, la nebbia, il profumo della legna bagnata dalla pioggia, il suo fiume, sono l’isola fuggita in odor di lontananza, che aveva cercato tra le cosce di città, che non aveva mai sentito davvero sue.

Sono qui, con il toscano tra le labbra, sul tavolo c’è un bicchiere di vino che non berrò, nella testa un silenzio tanto carico di rumore e tanto sanguinante di ricordi, che persino la pioggia che batte sulla finestra mi sembra un suono strano e alieno.

La musica di sempre mi accompagna, davanti a me adesso c’è Pavana a spalancarmi le cosce: tra poco farò l’amore con i suoi sentieri umidi di pioggia.

Sarà un amore d’altri tempi, un amore fatto “alla boia d’un Giuda”.

Ivano Ciminari

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