Due chiacchiere con lo scrittore ambulante

Roberto Ritondale nei suoi romanzi intreccia sempre la favola con la realtà per raccontare con allusioni specifiche il tempo che stiamo vivendo.

La città senza rughe (Book Road edizioni, pagine 210, € 13, 90) è il suo nuovo libro.

Lo scrittore campano anche in queste pagine si fa cronista del suo tempo e lo racconta immaginandosi un futuro non molto lontano, forse è già il presente che stiamo vivendo, in cui nel nostro paese non c’è più posto per gli anziani.

È il 2040. Dopo una guerra civile l’Italia è nel caos e un dittatore ha instaurato la iuventucrazia con sede del governo centrale nella città –stato di Como.

Accadono cose aberranti, il controllo sociale e politico costringe i cittadini a essere sudditi e il dittatore decide di eliminare gli anziani per motivi estetici e economici.

Roberto Ritondale sembra raccontare proprio la nostra epoca, sono evidenti i riferimenti all’Italia di oggi, disattenta e indifferente, superficiale e approssimativa, incapace di uno slancio etico. Il ritratto di un paese malinconico che scivola in una decadenza senza alcuna via d’uscita.

La città senza rughe è un libro che sta nel nostro tempo. Tu sei un giornalista che racconta il suo tempo. Nei tuoi romanzi la realtà con tutte le sue contraddizioni distopiche è rappresentata nei dettagli. Ci racconti come è nata questa storia?

La storia nasce dal desiderio di denunciare una società, quella attuale, sempre più impregnata di apparenza, incapace di coltivare la memoria e di tutelare i più fragili. I sintomi di questa società distratta, sempre di corsa e dunque inadatta ad aspettare gli ultimi, erano già tutti evidenti prima della pandemia. Poi l’ecatombe nelle Rsa, la scelta nelle terapie intensive di salvare i più giovani e condannare a morte i più vecchi, hanno mostrato al mondo che davvero gli anziani sono più che mai indifesi, considerati tra l’altro anche un problema economico. Non essendo più produttivi, rappresentano un mero costo per una società in declino che non riesce più a sostenere il sistema pensionistico. Ma a chi affidare questo messaggio? Ho pensato subito ai giovani, che amano profondamente i loro nonni, memore anche della bellissima accoglienza riservata dai ragazzi al mio libro Sotto un cielo di carta. Infine, scrivendo La città senza rughe, mi sono anche reso conto che stavo rielaborando il mio lutto: nella figura della protagonista, Etilla, c’è molto di mia madre. E così ho avuto la fortuna di starle ancora accanto per un anno.

Ti definisci uno scrittore ambulante. Davvero curiosa questa affermazione. Ce ne vuoi parlare?

È una sorta di gioco, ma in realtà dietro c’è anche un progetto culturale. A me piace presentare i miei romanzi non solo nei luoghi deputati come le librerie o le biblioteche, ma anche nei bar e sulle spiagge, nei centri per anziani e persino nelle case private. Con le presentazioni a domicilio ho recuperato una vecchia tradizione degli artisti di qualche secolo fa. Sono convinto che la cultura debba essere “diffusa”: se resta sempre all’interno degli stessi circoli, non assolve alla sua funzione. E gli intellettuali finiscono per suonarsela e cantarsela. Ora, per colpa del coronavirus, sono diventato uno scrittore stanziale. Ma sono certo che ritornerò presto ambulante.

Sotto un cielo di carta, il tuo romanzo precedente, immagina una nazione in cui sono state abolite tutte le libertà e soprattutto è stata eliminata la carta. I cittadini sono diventati sudditi controllati a vista dalla tecnologia. Tutti hanno l’obbligo di muoversi con un tablet collegato con un server governativo che controllerà le loro mosse in ogni momento della giornata.Anche ne La città senza rughe i personaggi sono controllati dal potere attraverso un microchip.Anche oggi gli strumenti del controllo sociale pesano sulle nostre esistenze. Dove finisce il giornalista e dove inizia lo scrittore nella stesura dei tuoi libri?

Sì, ci sono molti punti di contatto fra i due libri, che del resto appartengono entrambi al genere distopico. Anzi, al futurealismo, un sottogenere che mi sono inventato per sentirmi maggiormente a mio agio. Quello del controllo sociale è un tema a me molto caro, perché cara mi è la libertà e la necessità di preservarla a ogni costo, visto che non è un bene acquisito per sempre. Non a caso, nella mia città senza rughe, ho fatto espliciti riferimenti al ventennio fascista, una delle pagine più oscure della nostra storia. Un’epoca che non può e non deve tornare. Chiaramente l’essere giornalista mi aiuta molto a scandagliare la società con tutte le sue storture. Ed essendo un giornalista dell’ANSA, da anni alleno i miei occhi a preservare uno sguardo quanto più possibile oggettivo. Secondo alcuni ho sviluppato doti profetiche, ma in realtà tutto nasce dalla capacità di fare attenzione ai dettagli. Così in Sotto un cielo di carta ho immaginato il divieto di abbracci in pubblico e il controllo tramite internet, oltre due anni prima che scoppiasse lo scandalo dei dati Facebook-Cambridge Analytica. E nel romanzo La città senza rughe ho immaginato l’eliminazione degli anziani prima della pandemia, con l’uso dei droni per il controllo dei cittadini.

Dove ti sta conducendo lo scrittore ambulante che ti porti dentro?

Verso la libertà, mi verrebbe voglia di dirti. Ma io, come Fernando Pessoa, mi sento multiplo e quindi capace di sentirmi in più luoghi e di abitare più stati d’animo contemporaneamente, a volte anche dolorosamente. Allora, essendo tu un poeta, mi permetto di rispondere con dei miei vecchi versi alla tua domanda: “Sono un viandante / che sposta l’orizzonte / cercando altre linee / dentro nuovi colori”.

Nicola Vacca

2 pensieri su “Due chiacchiere con lo scrittore ambulante

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