Federico Caffè, il profetico economista inattuale

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Nella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1987 Federico Caffè, tra i più autorevoli economisti italiani, esce di casa e scompare nel nulla.
Di lui si sono perse le tracce. Riformista e attento sostenitore del Welfare, nei suoi scritti preconizzò tutti i drammi sociali della nostra economa in ritardo.
Accusò l’uso distorto di strumenti e tecniche finanziarie e mise in guardia la società del suo tempo dalle speculazioni azzardate del mercato e dalla perdita di regole ben definite, che avrebbero soltanto pregiudicato pericolosamente lo stato dell’economia, provocando in un futuro non molto lontano danni irreversibili alla crescita. Così è accaduto.
In perfetta solitudine e da autentico riformista, Federico Caffè sollevò la questione della dignità del lavoro anticipando di un ventennio il tema della precarietà occupazionale e dell’equità.

«Definire Federico Caffè un semplice economista – scrive Michelangelo Morelli – significa banalizzare molti aspetti che contribuiscono a renderlo uno dei personaggi più interessanti del Novecento repubblicano del nostro Paese. Alfiere del pensiero keynesiano e del welfare state, antifascista e attento osservatore della società italiana, Caffè è stato un intellettuale poliedrico ed enciclopedico, capace di ragionar d’economia cogliendo le implicazioni umane, sociali e culturali essenziali per la costruzione di una società fondata sul benessere degli individui».
In un convegno in memoria di Federico Caffè, a venticinque anni dalla sua scomparsa misteriosa , che si è tenuto  alla Sapienza nel 2012,  Mario Draghi, il più illustre dei suoi allievi, ha giustamente detto : «che il messaggio che tutti noi portiamo dentro è che l’economia non è una scienza triste,ma una scienza che vuole coniugare benessere ed equità e che, nonostante i suoi errori, crede nel rigore del ragionamento, nell’osservazione spassionata della realtà accompagnata dalla comprensione dei fenomeni sociali».

Da economista si adoperò per la diffusione del pensiero  keynesiano, incontrando resistenze nel mondo accademico e politico.Fu un sostenitore acceso del riformismo socioeconomico.

Fu vano lo sforzo di Federico Caffè di sprovincializzare la cultura economica, chiusa in scuole e parrocchie dogmatiche.

L’economista è stato un grande inattuale che ha  presentato con forza un modo diverso di pensare l’economia.

Federico Caffè viveva male il suo isolamento, era deluso di non essere ascoltato e il suo riformismo profetico dava molto fastidio.
L’economista, cui i fatti oggi danno ampiamente ragione, scelse la via delle tenebre.

Decise di consegnare la sua solitudine alla dissolvenza.
Questa è l’ultima lezione di Federico Caffè, come ci ricorda Ermanno Rea nel bellissimo libro che ha dedicato all’economista. Un uomo  che scelse di eclissarsi non per fuggire o arrendersi, ma per sfidare la posterità. A futura memoria.

Nicola Vacca

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