Eduardo, un genio sempre con noi

Il mutuo che ogni scrittore napoletano contrae con l’opera di Eduardo De Filippo è incommensurabile; pure, si sa, spesso, e soprattutto in una città dove c’è troppo ma di veramente buono poco, pochissimo, il creditore è ingrato e nega il debito. Questo non avrebbe sorpreso e nemmeno amareggiato il Maestro, forte di una sorta di tenerezza cinica per i suoi conterranei,  contemporanei  o posteri.

Inoppugnabile che con Lui necessiti fare i conti e questo anniversario ce ne offre occasione. 

A 120 anni dalla nascita si conia un francobollo con la Sua immagine, una marca postale utile solo agli strenui collezionisti, considerato che è ormai oggetto esemplarmente obsoleto  – e non ci sembra di vederlo sogghignare ironico distillando a freddo una battuta puntuta? 

Come lettrice, spettatrice ( ho avuto il privilegio,ragazzina, di vederlo in scena ne Gli Esami non Finiscono Mai) e scrittrice, io credo che più ci si allontana temporalmente da Eduardo, più il suo lavoro diviene attuale, perdendo le scorie di un ambiguo neorealismo, per affermare  caratteristiche affatto visionarie, inclite a estrapolare dalla Storia il vissuto delle piccole storie, cogliendone l’assurdità, filtrandone la meschinità diabolica, lambiccando personaggi che, da bozzetti, traslati dalla commedia dell’arte, crescono drammaturgicamente fino a trasmutare in persone di carne viva di cui l’autore è demiurgo e ventriloquo, sospese in contesti  dove il confine tra mondo effettuale e mondo onirico è un filo sottilissimo che sfrangia ( si prenda Questi Fantasmi o Non Ti Pago o Le voci Di Dentro).  In questa elaborazione si proietta una spiritualità partenopea precipua, dove la luce convive con l’ombra, il sacro col blasfemo, gli inferi tufacei agognano la fusione con cielo e mare. Tutto questo Eduardo – vero Artefice Magico – lo condensa tra le quinte di un proscenio.

Eduardo è scrittore che intellige sempre la sua creazione, nulla è casuale nei suoi lavori; sa perfettamente  che un testo diventa universale allorché riesce a introiettarsi nel fruitore, spettatore o lettore, e, anche per un attimo, a sconnetterlo dalle sue certezze, a corromperlo nella weltanschauung di chi lo ha redatto, anche laddove non ne condivide i postulati ( come ne Il Sindaco Del Rione Sanità che potrebbe rendersi come l’apologia di un padrino che dispensa giustizia nell’assenza di Stato, ad oggi un suggerimento pericoloso).

Eduardo opera scientemente a sconnettere  e a corrompere il suo pubblico, parte attiva dei suoi spettacoli. 

Propone dunque una morale piccolo borghese di cui esteticamente si compiace ma che critica negli assunti ed è in questa frizione quell’originale umorismo tragico che avvince e persuade e lo pone nel pantheon degli immortali, da Eschilo a Shakespeare, da Sofocle a Beckett, da Ionesco a Pirandello.

Tuttavia  il paragone più calzante  è con Moliere , che, come il Nostro, fu autore, attore e regista, e fustigatore di una middle class in ascesa, accecata dalle piccole cupidigie, malata di famiglia; infatti le famiglie di Eduardo sono tutte peculiarmente infelici ( e di tanto tolstojanamente interessanti ), innestate in una crisi epocale più ampia che nessuno dei personaggi recepisce, compreso nella propria micragnosa bolla esistenziale (così in Napoli Milionaria, Filumena Marturano,  Mia Famiglia, Natale In Casa Cupiello) . Ed è appunto questa inconsapevolezza, magistralmente strutturata da chi compone, ingenua ma non di meno colposa nella sua atroce miseria umana, che ci appare comica e patetica al tempo stesso e perciò ci diverte e commuove.

Eduardo estorce il riso dalla nostra cattiveria, il pianto dalla nostra ipocrita bontà, insomma ci accarezza e sfotte animando il testo teatrale che giustamente Umberto Eco definiva la macchina letteraria più pigra.

A questo scopo la lingua adoperata, una reinvenzione del dialetto, è di servizio, funzionale in quanto traduzione di assonanze domestiche, mimesi di lessici epigenetici che la recitazione naturalistica di attori impeccabili , diretti con severità memorabile, rende mitica. Non è una lingua salvata o recuperata quella che usa Eduardo, non gli interessano operazioni filologiche né archeologie semantiche. A Eduardo preme la dialettica della vita, il logos del quotidiano, anni luce lontano da provincialismi  e particolarismi, da botteghe e salotti. E tuttavia il linguaggio è filato per suoni, una partitura che voltata in italiano dotto perde smalto, si indebolisce e delude, prova ne siano alcuni  recenti esperimenti televisivi. Tradotta in tutto il mondo, la drammaturgia eduardiana non tollera versioni toscaneggianti , e, d’altronde, nessun inglese si sognerebbe mai di parafrasare i versi giambici del grande Bardo.

Le opere della maturità  – quelle raccolte ne La Cantata  Dei Giorni Dispari contrapposte alle prime, ne La Cantata Dei Giorni Pari – intrise di disillusione e profondissima amarezza, peccano di pirandellismo, cedono a tentazioni politiche e intellettualistiche, e, personalmente, non mi coinvolgono quanto le prime, ma intendo facciano parte di una evoluzione letteraria perseguita e costruita che forse va compresa anche nell’ambito del revanscismo di chi nacque con la macchia sociale,allora dirimente, di figlio illegittimo di un nume del teatro del primo ‘900.

Eduardo Scarpetta fu durissimo col figlio irriconosciuto, come Eduardo stesso  raccontò, più capocomico che padre, e lui, forse, ne volle prendere edipicamente le distanze, anche rompendo il sodalizio col fratello Peppino, per perseguire il cammino più difficile: l’impegno di una scrittura nuova, dirompente, che gli meritò fortune di cui lui stesso si sorprendeva.

Va a suo onore che abbia sempre osato oltre, con la perizia, il rigore, il talento propri ad ogni grande artista, che sfida continuamente sé stesso, anche a costo di contraddirsi.

Oggi, Eduardo Scarpetta, redattore di operette brillanti alla Feydau e farse datate, si ricorda soprattutto come il padre di Eduardo.

Di Filumena Marturano, capolavoro, conosco a memoria ogni battuta, ho tatuata in me l’interpretazione lancinante di Regina Bianchi così come quella viscerale di Pupella Maggio in Natale In Casa Cupiello, commedia da cui trassi un racconto, Natale In Casa Percuoco, nel 2014, per l’antologia Scrittori Per Eduardo,  Edizioni Scientifiche Italiane, pubblicato col contributo della Università Federico II, a cura della professoressa Patricia Bianchi che vi attese con la competenza e la passione che le sono proprie; fu una toccante esperienza che condivisi con scrittori stimati tra cui Giuseppe Montesano, Antonella Cilento, Silvio Perrella, Paolo Di Paolo e il drammaturgo Fortunato Calvino.

Non posso dimenticare e non citare l’ultima crociata di Eduardo coi ragazzi reclusi a Nisida, il suo celeberrimo “Fujetevenne” , ultima sincera, spassionata esortazione a scappare da una città che è un micro mondo idealizzato da chi non lo vive,  ma nella realtà, sia pure forte di una bellezza specifica e di un carattere identitario unico, miniera d’oro per tutte le arti, è tuttavia urbe matrigna, avara, irriconoscente e forse merita di non accogliere spoglie eccellenti.

Eduardo riposa al cimitero del Verano, a Roma.

Antonella Del Giudice

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