A Star Wars story: la fiaba del “cattivo” che ancora ci emoziona

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Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana… gli estimatori dell’ormai celeberrima saga creata da George Lucas conoscono alla perfezione queste parole, lette innumerevoli volte, tanto sul grande quanto sul piccolo schermo.

Le vicende che seguono tale dicitura, però, insieme all’alta tecnologia dei mezzi e delle armi dell’universo starwarsiano portano spesso a dimenticarla in fretta e non consentono allo spettatore di soffermarsi adeguatamente su quanto Star Wars possa in effetti considerarsi una fiaba.

Non sono poche infatti le caratteristiche fiabesche che impregnano questa vicenda terribilmente umana, a cominciare proprio dalla frase che apre ogni film: Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, una connotazione spazio-temporale indefinita, come l’incipit di ogni fiaba che si rispetti richiede.

È in particolare dalle teorizzazioni di Propp che Lucas pare prendere spunto: egli, con i suoi scritti, anticipa l’antropologia, facendo risalire le radici fiabesche addirittura a un contesto sociale di tipo venatorio che precede il mondo agricolo e pastorale; un contesto in cui il passaggio all’età adulta era segnato da un rituale d’iniziazione che prevedeva l’allontanamento del soggetto nel bosco; se e quando questi avesse fatto ritorno alla propria comunità, dopo aver superato le prove che inevitabilmente gli si sarebbero parate davanti, aveva di fatto concluso l’epoca della propria fanciullezza.

Si tratta di un cerimoniale da cui il regista statunitense attinge a piene mani: vediamo affrontare una prova molto simile a Luke in Episodio V – l’Impero colpisce ancora, e i successivi ampliamenti televisivi mostrano quanto fosse un sistema iniziatico abituale per i giovani jedi.

La stessa immagine del bosco assume connotazioni diverse nella mitologia greca e in quella preclassica: a partire dalla prima e poi in seguito anche nella fiaba, il bosco è un luogo di insidie e pericoli, una proiezione stessa della morte vista come evento da evitare; diversamente per i preclassici la morte è un qualcosa da accogliere in quanto parte della natura stessa. Differenza, questa, su cui è evidentemente giocata la contrapposizione tra l’Ordine Jedi e Anakin Skywalker: la mancata accettazione della morte da parte di quest’ultimo e la ricerca ossessiva di un modo per impedirla saranno tratti salienti e centrali dall’intera vicenda; di fatto il motore che darà adito agli eventi della trilogia originale.

Ancora Lucas attinge dalle teorie di Propp le prime tappe di cui ogni fiaba è composta: la partenza del protagonista da casa, un divieto che gli viene imposto, l’infrazione di tale divieto; vi riscontriamo l’allontanamento di Anakin da Tatooine, pianeta su cui vive con la madre, per divenire un jedi; il divieto impostogli da questa filosofia riguardo i legami affettivi, il suo matrimonio con Padmé: tre punti che potremmo identificare con altrettanti incidenti scatenanti, ossia gli eventi che danno avvio alle vicende che si vogliono narrare.

Lo stesso Obi-Wan svolge sempre il ruolo di aiutante tanto per Anakin, quanto per Luke; mentre Anakin da protagonista della trilogia prequel, passa a diventare l’antagonista in quella originale.

E d’altra parte, per dirla con le parole dello stesso Lucas “Star Wars è una storia di caduta e di redenzione”, una storia affrontata in maniera speculare nell’ambito dei sei film: tre per raccontare la caduta al male e altrettanti per il ritorno al bene; e non a caso il centro temporale esatto dell’intera vicenda si trova al minuto 119 di Episodio III – la vendetta dei sith, appena dopo, cioè, la pronuncia da parte di Anakin della frase: “Questa è la tua fine, mio maestro!”; una frase che sembra attestare il passaggio definitivo del protagonista al Lato Oscuro e la sua trasformazione in antagonista.

D’altra parte pochi minuti più tardi il ragazzo avrà la peggio contro il suo ex maestro che gli asporterà, con un colpo di lama, i tre arti ancora di carne, evento che consentirà la nascita di Darth Vader.

La suddetta frase può perciò essere interpretata non solo come una ammonimento al jedi più anziano, ma anche a chi la pronuncia: è in questo momento che Anakin Skywalker cessa d’esistere, almeno fino alle ultime scene di Episodio VI – il ritorno dello jedi.

La vicenda narrata nei sei film sarà spesso un continuo rincorrersi di situazioni e dialoghi simili: Padmé muore con la convinzione che “c’è ancora del buono in lui”; concetto che ribadirà lo stesso Luke, il quale si rifiuterà di uccidere suo padre così come, anni prima, Obi-Wan si era rifiutato di uccidere quello che per lui era come un fratello.

Per non parlare dei commiati di Qui-Gon da Obi-Wan e di quest’ultimo da Anakin prima che il giovane si volga al Lato Oscuro, entrambi incentrati su dialoghi molto simili tra loro

L’equilibrio nella storia in un certo senso sembra riprendere e rimarcare l’equilibrio che il ragazzo di Tatooine avrebbe dovuto portare nella Forza, secondo la profezia: “Tu eri il prescelto” gli dice Obi- Wan: “Era scritto distruggessi i sith […] dovevi portare l’equilibrio nella Forza”; parole in cui risulta palese quanto la creatura di George Lucas non attinga solo dalla fiaba, ma anche dalla tragedia greca.

C’è un destino, un percorso già segnato per l’eroe tragico; e ogni scelta che questi apparentemente effettua non fa altro che avvicinarlo al compimento di tale destino: per riportare l’equilibrio, Anakin deve necessariamente passare al Lato Oscuro; una necessità che in un certo senso lo scagiona facendo già presagire la redenzione, e d’altra parte proprio i greci consideravano due ordini di responsabilità: quella materiale e quella morale, la quale andava ad implicare la reale volontarietà con cui il soggetto compiva quella determinata azione, escludendo però da quest’ultima tutto ciò che veniva fatto sull’onda del sentimento ed è proprio la paura di perdere la donna che ama a spingere Anakin a tradire i jedi.

Ma il protagonista/antagonista di questa meravigliosa fiaba stellare è un carattere emblematico sotto molti punti di vista; al di là degli evidenti riferimenti evangelici, forse non tutti sanno che nell’idea originale doveva chiamarsi Annikin Starkiller, l’assassino di stelle, una sorta di nome parlante (un nome, cioè che porta già insiti alcuni tratti peculiari del personaggio a cui è attribuito) che non solo ci ricollega alla fiaba, ma anche all’ambito letterario.

Ne I promessi sposi manzoniani infatti non sono pochi gli esempi di nomi parlanti, basti per tutti ricordare fra’ Cristofaro, aristocratico che in seguito a un fatto di sangue decide di dedicarsi agli ultimi, facendo loro sentire la vicinanza della luce di Cristo; ma l’accostamento più facile è quello tra Darth Vader e l’Innominato, entrambi omicidi spietati: dell’uno si ha paura di pronunciare persino il nome, dell’altro è l’ormai iconica maschera nera a incutere terrore; interessante notare come entrambi inizino un processo di redenzione innescato da due personaggi che hanno a che fare con la luce: Lucia per l’Innominato, Luke per Vader.

Ma lo stesso passaggio da Anakin a Vader ha in sé un forte sapore kubrickiano e, del resto, la prima pellicola di questa saga esordisce nelle sale appena nove anni più tardi 2001: Odissea nello spazio, film che segna un forte punto di rottura nel modo di fare cinema americano e che ha certamente ispirato molti celebri registi successivi, tra cui Spielberg e, con ogni evidenza, lo stesso Lucas.

Il processo di umanizzazione della macchina Hall 9000, l’infallibile computer, il ciclope dall’occhio iniettato di sangue che si lascia travolgere dal dubbio, dalla paura di venire estromesso dalla sua missione e supplica, in fine, per restare in vita, trova un processo speculare in quello che porta l’umano Anakin Skywalker a divenire la macchina Darth Vader, processo che inizia alla fine di Episodio II – l’attacco dei cloni, quando il protagonista perde il primo arto e culmina con l’amputazione, da parte di Obi-Wan, dei restanti tre.

Un processo che non implica però solo il piano fisico, ma anche e soprattutto quello emotivo: l’ex schiavo di Tatooine, il ragazzo sensibile pronto ad aiutare tutti, fedele agli affetti più che agli ideali, diviene di colpo l’omicida spietato, incapace di provare qualsiasi tipo di sentimento anche di fronte agli amici.

E non è neppure un caso che Vader osservi il mondo attraverso un visore rosso, proprio come rosse sono le tante soggettive di Hall 9000.

Ma i riferimenti a Kubrick non si fermano qui.

Da ulteriori dichiarazioni di Lucas sappiamo che inizialmente l’idea della maschera di Vader era attribuibile solo ai suoi viaggi nello spazio, ma visto l’impatto visivo preferì creare un personaggio che la tenesse permanentemente; una scelta casuale ma quanto mai felice che consente di creare un vero e proprio doppio dello stesso personaggio: non solo il dualismo protagonista/antagonista, ma anche del jedi Anakin Skywaker e del sith Darth Vader che è ancora più rimarcato dal fatto che Vader parla del sé stesso del passato in terza persona.

Tale dualismo si riflette anche nella prole gemellare del protagonista, anticipata già in qualche modo dai due soli di Tatooine: gli uni riportano il giorno e il brulicare della vita su un pianeta, gli altri la speranza e la gioia nell’intera galassia.

E d’altra parte la tematica del doppio e della gemellarità stessa è molto cara a Kubrick: vi è già nel suo primo approccio con la regia, il cortometraggio documentaristico Day of the fight, incentrato sul celebre pugile Walter Cartier, accompagnato durante i suoi allenamenti dal suo gemello, e continua nelle gemelle di Shining e nel doppio del protagonista Torrance, che noi scopriamo esistere solo  avvicinandoci alla fine del film, grazie a una fotografia, fino ai soldati di Fear and desire che combattono contro avversari che hanno i loro stessi volti, esattamente come Luke, nel suo rituale di passaggio su Dagobah, dopo aver sconfitto Vader, scoprirà che sotto il casco nero c’è lui stesso.

Per non parlare dell’alterità di David Bowman, protagonista di 2001, che vede sé stesso dall’esterno nelle tre fasi della vita: giovinezza, maturità e vecchiaia.

Accanto ad Anakin un altro personaggio senza dubbio emblematico è Padmé: l’amore proibito, la trasgressione, la madre dei salvatori della galassia; questa donna forte che non esita a impugnare un blaster e a partecipare agli scontri è in realtà soprattutto uno strumento, un mezzo funzionale, nella storia, essenzialmente alla caduta e alla redenzione dell’uomo che l’ama.

Padmé è costantemente caratterizzata da un ruolo passivo più che attivo: anche quando giunge a Mustafar per convincere Anakin a ritornare sui suoi passi, sta in realtà portando inconsapevolmente Obi-Wan con sé consentendo così all’iconico duel of the fates di avere luogo.

Padmé non ama, si innamora; una differenza che è ancora più esplicita se si considerano i due verbi nella traduzione anglosassone: to love, amare, e to fall in love, innamorarsi o, più letteralmente, cadere in amore; ella cade, cede al corteggiamento di Anakin, si lascia sedurre dalle sue parole, esattamente come lui farà, appena un film più tardi, dalle parole del vero cattivo di questa storia, lasciandosi persuadere a passare al male tradendo gli amici, l’amore e i suoi stessi ideali.

“Sei un angelo?” le chiede Anakin, ancora bambino, quando la vede per la prima volta; una frase in cui talvolta si è visto un rimando esplicito alla letteratura e in particolare alla donna-angelo del Dolce Stil Novo che saluta, ossia dona salute a chiunque incontra; e Padmé è davvero una figura salvifica: d’altra parte possiamo identificare la caduta e la redenzione esattamente con la morte a la rinascita di Anakin in quanto jedi e in quanto persona, rendendo facilmente esplicita tutta l’iconologia che la senatrice Amidala va di fatto ad incarnare.

Ella è Demetra, la portatrice di stagioni che in seguito al rapimento della figlia, colpita da profonda e inguaribile tristezza, condanna il mondo ad un inverno perenne, così come la galassia sarà condannata ai tempi bui dell’impero dopo l’allontanamento di Anakin e la morte di Padmé stessa. Ma non è tutto.

Quando si rincontrano dopo dieci anni di lontananza nel secondo film, Anakin afferma che Padmé è cresciuta in bellezza: il corteggiamento è già iniziato, ma le parole specifiche non sembrano poi così casuali; il riferimento è all’augurio di una delle fate madrine alla piccola Aurora di “crescere in grazia e bellezza” e certamente Padmé è la bella addormentata che richiama non solo iconograficamente, basti pensare alla scena del suo funerale in accostamento con le immagini che di questa fanciulla sono state realizzate nel tempo, si cita per tutte quella creata nel 2001 da Kinuko Craft, ma soprattutto è Talia, la prima versione della bella addormentata che compare ne Lo cunto de li cunti di Basile.

La donna, infatti, dopo essere caduta in un sonno profondo, simile alla morte a causa di un filamento di lino che le era rimasto sotto l’unghia, dà alla luce, si badi bene, due gemelli, uno dei quali la risveglia succhiandole il dito e rimuovendo quindi la fibra.

Se dunque il parto di Talia è finalizzato alla sua stessa rinascita, quello di Padmé lo è alla rinascita del marito e non è un caso che, salutando i suoi figli, con gli ultimi respiri, ella affermi con convinzione che “c’è ancora del buono in lui”.

Avviene in questo momento un passaggio di eredità importante che in un certo senso chiude il cerchio e ci fa focalizzare sull’intero scopo della narrazione: un ritorno alla vita.

Roberta Manfredi

3 pensieri su “A Star Wars story: la fiaba del “cattivo” che ancora ci emoziona

  1. Narrazione stupenda ed approfondita di un ciclo di film visti da ragazzo come meravigliosi e spettacolari e da adulto come una fiaba noiosa. Questa rilettura me li ha fatti ri-apprezzare. Grazie anche per aver riportato alla mia mente 2001: odissea nello spazio. Epico.

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