Il rosso colore della morte nel gulag

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L’ Arcipelago Gulag è diventato il simbolo che ha incarnato, per l’intero Novecento,  l’immagine spietata del comunismo sovietico e di tutti i comunismi del mondo: il vero volto del regime comunista si è manifestato attraverso questa macchina infernale di morte e violenza, di cui il totalitarismo  comprende in sé le deviazioni dell’utopia che si fa tragicamente storia.

Questa triste verità è alla base dei crimini perpetrati dall’ideologia bolscevica nel corso del Ventesimo secolo. Intorno ai tragici fatti di sangue, provocati dall’assurda macchina di morte  messa in atto  dal Terrore Rosso, esiste ancora una specie di lobbby politico – culturale   che ha tutte le intenzioni di rimuovere, dal corso ufficiale della storia,  le pagine terribili sulla  macabra  realtà dell’universo concentrazionario, luogo in cui  milioni di persone  hanno perso la vita, soppresse fisicamente, annientate nel corpo e nello spirito per mano dei loro carnefici sanguinari, i comunisti di Lenin e di Stalin  che avevano promesso di realizzare l’Utopia dell’uomo nuovo.

Pagine di terrore che, per fortuna, nessuna operazione faziosa riuscirà a cancellare  perché dopo il crollo del muro di Berlino  le ricerche bibliografiche e d’archivio  stanno letteralmente smontando tutte quelle falsità che una volta erano nascoste oltre la cortina di ferro.

A questo sentimento di giustizia storica risponde anche il libro di Dario Fertilio dedicato alla  tragedia dei comunisti italiani che hanno perso la vita nei Gulag sovietici.  La morte rossa. Storie di italiani vittime del comunismo(Marsilio, pp.375, euro 17) l’autore  racconta  venti storie  di comunisti italiani che negli anni trenta sono fuggiti dall’Italia fascista per riparare in Unione Sovietica, dove credevano di incontrare  la Terra promessa ed invece hanno trovato morte e disperazione. «Si andava in Russia con entusiasmo, pieni di fiducia, orgogliosi di poter lavorare a fianco degli operai e dei contadini, di costruire  insieme a loro la nuova società dei liberi e degli eguali» .Questa era la massima aspirazione di quanti, comunisti, antifascisti, anarchici, socialisti, lasciarono l’Italia di Mussolini  per recarsi nella Russia rivoluzionaria. Giunti a destinazione si accorsero immediatamente che era tutto diverso da come la stampa comunista aveva fatto credere.

Agli inizi degli anni Trenta comincia per gli italiani in Russia la vera tragedia. In un clima di conflitto crescente  vengono condannati dal Komintern. I rifugiati politici vengono arrestati, sottoposti a numerosi  interrogatori -farsa, deportati ai lavori forzati nella gelida terra siberiana, dove finiranno i loro giorni davanti al plotone d’esecuzione.

Dario Fertilio ambienta il suo racconto in questo tragico contesto, e in chiave esistenziale riporta alla luce  venti emblematiche storie  dall’inferno del Gulag. Tutte  storie di nostri connazionali,  che hanno pagato con la vita  l’adesione in buona fede al comunismo, che si è rivelato subito ai loro occhi uno spietato strumento di morte pericolosa, destinato a lasciare tracce indelebili sullo scacchiere degli avvenimenti storici.

Sono numerosi gli interrogativi che l’autore si pone  quando decide  di scrivere il suo libro. O forse ha deciso di scriverlo proprio per trovare una risposta  ai numerosi quesiti  che  accompagnano da tempo l giornalista e lo scrittore, da sempre  impegnato studioso delle problematiche politiche e culturali connesse al  tema del totalitarismo. Che posto occupa nell’album della memoria la morte rossa? Qual è la verità sui genocidi comunisti nella storia del Novecento? Quale prezzo hanno pagato gli italiani?

I venti casi di morte rossa, che Fertilio  ha ritrovato nella raccolta di Romolo Caccavale Comunisti italiani in Unione Sovietica e in  altri documenti e resoconti di viaggio,   rappresentano i caratteri pericolosi  della biografia atroce  del comunismo e della sua storia segnata da devastanti ambiguità e luttuose contraddizioni.

L’autore vuole essere, dal principio, provocatorio e politicamente scorretto. Già dalle pagine introduttive, in cui immagina un dialogo tra una sessantottina che crede ciecamente nel comunismo  e   un giovane che non si è lasciato sedurre  dalle  sirene dell’ideologia,  si capisce  la chiave di lettura dell’intero libro.

Fertilio documenta, la tragica scia di sangue della morte rossa  attraverso le storie che si accinge a narrare  e sostiene che di essa<<si parla sempre poco, chi accenna all’argomento raccoglie costantemente  incredulità o fastidio. E’ salda la convinzione,  in occidente, che in effetti la cosa non ci riguardi. O appena appena, molto da lontano. Vecchie favole alla dottor Zivago, sui tormenti della Siberia>>.

Nel dare voce alla tragedia rimossa,  Feritilio non si sottrae alla diatriba  macabra: quel lugubre confronto tra la morte rossa ,che la gente ancora oggi sottovaluta perché «avendo rappresentato  soltanto una deviazione temporanea dalla retta via, sia ragionevole e opportuno farla cadere nell’oblio, e la morte bruna causata dall’orrore hitleriano».

Le voci dei protagonisti di queste assurde storie di terrore totalitario suggeriscono all’autore una risposta certa: non si può usare lo stratagemma dei due pesi e delle due misure nel muovere la critica al totalitarismo.«Ma davvero la morte bruna ,quella di Auschiwitz, non c’entra con la rossa, quella della Kolyma? Le fosse senza nome di Treblinka hanno diritto a un posto più in alto, nella collina della memoria, rispetto a quelle di Goli Otok?». Fertilio, prima di raccontare le venti storie  di vita e la loro tragedia, se lo è domandato più volte, e alla fine si è risposto di no.

La  morte rossa  oltre a uccidere i corpi , corrompeva gli spiriti per realizzare il suo  preciso disegno di annientamento completo dell’essere umano è stata uno strumento del male. Quel male estremo che ha avuto nella ferocia della violenza totalitaria la sua  massima realizzazione.

Dentro il gulag o nel lager il bene, per troppo tempo, ha subìto il suo radicale annientamento.

Per questo oggi non si riesce a capire come ancora possano esistere nostalgici della guerra fredda, intellettuali o politici che preferiscono tacere sui crimini efferati del comunismo. Più volte abbiamo scritto che alla morte del comunismo sono sopravvissuti i suoi uomini e soprattutto i suoi  metodi.

La morte rossa non è soltanto un libro in cui si racconta  di vite tragicamente spezzate dall’inganno dell’ideologia comunista. Fertilio, nel mettere insieme  le storie di alcuni connazionali vittime del comunismo, ha voluto fermamente richiamare l’attenzione sull’Olocausto comunista, perché oggi siamo ancora lontani da una memoria del capire .

Del comunismo, e del suo tentativo totalitario  di costruire una società nuova, oggi non resta assolutamente nulla . Della sua eco, del suo modello ideologico, e della sua cultura si può constatare soltanto il fallimento. Insomma un disastro generale su tutti fronti. Del comunismo resta soltanto una lunga scia di sangue che ha  travolto il Ventesimo secolo in una tragedia dalle proporzioni immani. Fare i conti  con  i tragici bilanci della morte rossa significa guardare negli occhi ,senza pregiudizi ideologici, il volto della Storia e avere il coraggio di denunciare, senza ombra alcuna di censura,  il gioco al massacro di «un’infezione latente,ideologica, capace di distribuire le sue vittime lungo percorsi tortuosi e imprevedibili», che ancora oggi in molti  desiderano dimenticare troppo in fretta.

Questo libro apre un dibattito sui crimini del comunismo  che la sinistra intellettuale e politica ritiene assolutamente archiviato.

Le parole che Frediano Sessi scrive nella postfazione al volume denunciano apertamente l’atteggiamento ambiguo di una sinistra che si vergogna del suo recente passato: «La condanna dello stalinismo e la decisione di molti partiti comunisti di cambiare il nome non bastano. Come non rappresentano giustificazioni sufficienti le analisi che riconoscono  la vocazione sociale e riformista  ai partiti comunisti occidentali che hanno avuto un ruolo di opposizione allo sviluppo di un capitalismo selvaggio e che sono stati determinanti per l’affermazione dei diritti sociali e sindacali di molta parte delle nostre società. I loro legami con l’URSS, economici,politici e ideali, i loro silenzi e le loro convivenze più o meno esplicite non sono per questo meno gravi».

La lobby politico – culturale di sinistra memoria non ha nessuna intenzione di fare seriamente i  conti con l’ingombrante passato della morte rossa.

Nicola Vacca

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