Roberto Bolaño. Una letteratura irresistibile e delirante

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Mi piace la parola incompiuta. Mi piace l’imperfezione. Tutto ciò che riguarda l’incompiutezza mi ha sempre attratto. Ammaliato. Conquistato. Invaso. Qualsiasi oggettivazione mi è sempre parsa una deficienza piuttosto che un’integrità. Perché? Semplicemente perché, non è vero niente. Non è vero il mondo. E nemmeno la letteratura. Ovvero, ciò che è per davvero finto e dubitabile. Pensiero che ha al suo interno l’insania di un codice ugualmente oscuro ed esplicativo. Singolare ed equilibrato ma esageratamente assurdo. Irreale e spiazzante. Una parlata scaltra. Paradossale. Eccentrica. Annodante. La lezione di Bolaño? Il suo linguaggio incalzante e ipnotico, magnetico e, nella pratica, ossessivo. Farneticante e spietatamente irresistibile. Manchevole. E ammaliante. D’altra parte la sua vocazione era la poesia non la prosa. I suoi romanzi ne sono pieni come di prosa ne è colma la sua poesia.

Roberto Bolaño muore a soli cinquant’anni nel 2003 ma il suo mondo era lì, sviscerato e ormai pronto per essere accolto nella leggenda della letteratura. E quasi a chiudere un secolo che sembrava non doverci offrire più niente di consistente o di spiazzante. Di atrocemente lacerante e vertiginoso. Adelphi che non manca mai di sorprenderci pubblica questo Sepolcri di cowboy, 167 pagine, in parte inedite, che sono una serie di abbozzi di romanzi incompiuti, racconti brevi o semplici folgorazioni. Ancora una volta, l’adescamento funziona. Ritroviamo tutti i tratti distintivi, i temi e la scrittura che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare e che qui riecheggiano in maniera del tutto sorprendente con un’andatura veloce e dal ritmo tenace, ostinato ma mai irrespirabile.

Emerge così quel movimento ininterrotto che è il magma incandescente della sua biografia: la sua adolescenza messicana e la scoperta della letteratura, il golpe militare con cui è abbattuto, in Cile, il governo di Salvador Allende e l’amore sconfinato della poesia. Ammirazione totale per Nicanor Parra. – Stupefacente il brevissimo racconto del suo mancato incontro con il suo poeta preferito. – In pratica, un libro ma anche un’effigie dell’autore che si condensa attraverso uno stile che è inconfondibile e penetrante.

Bolaño è di una vitalità esagerata. Ironico e viscerale sa essere posa minima e nello stesso tempo eroica. Un gesto che si fa ispirazione. Un quotidiano che si fa letteratura. Desiderio d’impegno civile e sociale, ma anche inosservanza. Disubbidienza e ribellione. Denuncia il traffico di organi in cui sono coinvolti bambini mendicanti e bambini vagabondi. Sa essere brutalmente sarcastico e sprezzante. Sono relativamente facili da prendere e pochi ne notano l’assenza, ma hanno un inconveniente che le équipe mediche delle diverse cliniche sottolineano con forza: non sempre sono sani, i loro organi sono spesso indeboliti o danneggiati.

Bolaño si muove tra boss e bande criminali. Ricettatori di bambini e letterati capaci di digerire il cannibalismo infanticida. Cita Swift. Raccomanda la poesia di Auden. Fa parlare un suo personaggio, un certo Victor Diaz che ha gli occhi iniettati di sangue. Gli fa dire che il Paradiso per essere Paradiso, deve favorire la nascita di un vasto Inferno. In un altro racconto parla del cinema di Buñuel o della letteratura pornografica. Poi ancora di donne innamorate o sviate. Riprende sogni improbabili o più reali della realtà stessa.

Bolaño ha necessità di figure. Fantastica quella che “sembrava un verme bianco, col suo cappello di paglia e una Bali appesa al labbro inferiore.” Lui è un fuoco pirotecnico fatto di lanci maldestri e digressioni letterarie. Profili dubbi e rievocazioni quanto mai improbabili. Un caos di personaggi immaginari ma dall’ovvia quanto nutrita consistenza. E di sicuro ha bisogno di ambienti fuorvianti, di atmosfere irrisolte almeno quanto i suoi scritti. E questo è ciò che fa di Bolaño uno dei maestri più apprezzabili della narrativa mondiale.

Esemplare è l’ultimo racconto del libro. Una delirante quanto stracolma e infattibile telefonata da una cabina telefonica infilata in un paesaggio fatto da sillabe di uccelli e di eclissi lunari montate perennemente tra gli alberi di case recintate, come se avessero appena lottizzato il terreno. Qui scopriamo un famigerato gruppo clandestino surrealista, un Breton che parla di un ritorno del movimento alle catacombe, alle fogne. Che tipo di fogne chiede qualcuno. Le fogne di Parigi? Le fogne della mente? Le fogne dell’arte? Si avverte una dimensione labirintica, quasi claustrofobica. Viene in mente lo straniante e bellissimo racconto del topo poliziotto de “Il gaucho insopportabile” prima raccolta pubblicata, sempre da Adelphi, subito dopo la morte dello scrittore.

Non manca, e ancora per bocca di quella voce misteriosa che parla attraverso il filo del telefono, un’incursione sull’arte del romanzo. Una suggestione che tra l’altro ci permette di addentrarci meglio in quell’universo misterioso che è la narrazione e la sua relativa quanto imprendibile potenza e ambiguità. È un romanzo che, come peraltro ogni romanzo, non comincia nel romanzo, nell’oggetto libro che lo contiene. Le prime pagine stanno in un altro libro, o in un vicolo, dove è stato commesso un delitto, o in un uccello che osserva un gruppo di bambini che giocano e non lo vedono.

Nessuna decifrabilità. La letteratura è questo passo sospeso. Questo frammento d’incanto che tanto sa di vero quanto più è impraticabile o abbozzato. Incompiuto. Una bella differenza se si vuole un’esattezza, un accesso sicuro. Risolto. Tutto ciò che la grande letteratura non è e non vuole.

Salvatore Marrazzo

(Roberto Bolaño, Sepolcri di cowboy, Adelphi, 2020)

 

3 pensieri su “Roberto Bolaño. Una letteratura irresistibile e delirante

  1. Ho letto di Roberto Bolano “I detective selvaggi” dove si percepisce una certa ansia mista al sogno, si crede che possano esistere ancora passioni estreme e che la poesia abbia un senso. Uno scrittore morto troppo giovane e che giustamente è diventato di cult per i lettori. Sicuramente il romanzo che ho letto è anche quello che lo ha reso famoso, Complimenti a Salvatore Marrazzo per questa recensione e a Zona di Disagio con l’attenta direzione di Nicola Vacca verso gli ottimi consigli di lettura.

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