Antonio Bortoluzzi: un narratore italiano

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Antonio G. Bortoluzzi è uno dei pochi e autentici narratori della memoria che la nostra letteratura esprime. Apprezzato scrittore di montagna, come lo sono stati Buzzati, Rigoni Stern e Sgorlon, Bortoluzzi nei suoi libri precedenti ha raccontato un’epoca e la sua fine.

Nella trilogia dedicata alla montagna (Cronache della valle, Vita e morte della montagna, Paesi alti) lo scrittore ha riportato in vita il mondo perduto delle valli (egli è nato in Alpago, Belluno) e l’umanità sepolta di una comunità che si esprimeva attraverso il gesto e la solidarietà fraterna.

Per il nostro autore il romanzo è soprattutto un modo di cambiare la realtà, restando fedele al suo registro di narratore puro, Bortoluzzi cambia passo e pubblica Come si fanno le cose, un romanzo che sta nel presente lacerato dai suoi conflitti esistenziali e sociali.

L’autore ancora una volta scrive della sua terra. Di quel Nordest dove la crisi si fa sentire e lungo il fiume Piave si trovano capannoni e ditte ormai prive di vigore e entusiasmo.

In uno di questi ha sede la Filati Dolomiti, dove lavorano Valentino e Massimo come addetti alla manutenzione di macchinari. Il romanzo racconta la storia del loro sogno e della dura realtà.

Antonio, ci racconti come nasce questo tuo romanzo?

Io lavoro “sotto padrone”, come si diceva dalle nostre parti, dall’età di sedici anni e nei capannoni ho passato gran parte della mia vita. Ho incontrato persone che avevano iniziato a lavorare molto prima che lo Statuto dei lavoratori (di cui si celebrano i 50 anni in questi giorni) fosse legge, e poi ragazzi e ragazze che ora sono genitori e perfino nonni: a un certo punto mi è sembrato che tutto questo arrabattarsi, questa fatica, questo vivere – se non sopravvivere – meritasse di essere raccontato. Anche perché il mondo del lavoro, specie se subordinato, è ricco di confidenze, esperienze, accadimenti, desideri, sogni. Insomma, volevo raccontare l’avventura di due operai che progettano un furto con destrezza nel luogo meno avventuroso che si possa immaginare: la fabbrica.

Tu racconti una storia italiana di disagio sociale. Sullo sfondo un Nordest assassinato dalla crisi. Chi sono in realtà Valentino e Massimo e cosa rappresentano?

Sono due amici perché condividono il luogo di vita, le esperienze generazionali, la fabbrica e, per un tratto di strada, i sogni. Sono due cinquantenni che ancora non sono totalmente spenti e a dispetto dei loro problemi economici, d’amore, personali (perfino l’abuso di alcol per uno dei due), hanno dentro un grande desiderio di riscatto. Una speranza ancora pura, adolescenziale, come quando si è giovani e il mondo sembra poter rispondere a qualcuna delle nostre ambizioni.

bortoluzzi.2019

Qual è il rapporto con la tua terra?

Per dirlo con una battuta, credo di essere il luogo che mi ha generato. E mi piace pensare che quando incontriamo una qualsiasi persona al mondo, essa non sia soltanto ciò che vediamo, una contingenza, ma anche una storia, un passato, delle generazioni, dei luoghi, delle tradizioni, uno “spessore umano” che è il sedimento di un’esistenza molto più antica. Io racconto delle valli alpine, della montagna di chi ci vive e lavora, dove la cifra distintiva non è l’individuo, ma ancora una traccia di comunità, dell’essere tutti paesani, come diceva Rigoni Stern.

«Forse ciò che conta di più è il modo in cui si lavora, come si fanno le cose, non tanto quello che si fa». Questo dice a un certo punto uno dei protagonisti.  Cosa   dicono effettivamente queste parole alla luce dei giorni che stiamo attraversando?

 Il mio non è un romanzo distopico, non ha prefigurato nulla di quello che è accaduto in questi mesi di pandemia. Mi viene in mente Stephen King, con il suo popolare romanzo post apocalittico L’ombra dello scorpione, dove l’influenza pandemica sfuggita da un laboratorio segreto contagiava il 99.4 % della popolazione con una mortalità del 100%; ma il re dell’orrore forse è lontano dall’ordinarietà della vita reale e dalla “banalità del male”, l’evento pandemico che ci ha chiuso in casa e messo in ginocchio non ha nemmeno la smisurata grandezza dell’apocalisse. Credo che “Come si fanno le cose”, nel narrare il quotidiano, abbia colto alcune cose che erano nell’aria. Per esempio una questione molto attuale: non possiamo essere solo consumatori, ma ritornare a essere anche produttori di beni utili, solidi, concreti: come le mascherine di carta, per nominare un prodotto di cui si è sentita la necessità in queste settimane. E quel “come si fa” rispetto al “che cosa si fa” è l’idea che il lavoro sia ancora precarietà, alienazione, sfruttamento, conflitto ma forse l’unico fare essenzialmente umano. Immaginiamo come sarebbe un lavoro che piace, è utile, rispettoso, comprensivo. E se pensiamo che questa sia utopia, ricordiamoci che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro, lo dice l’articolo primo della Costituzione.

Il tuo romanzo è esistenziale e sociale. Qual è secondo te il compito della letteratura e lo scrittore oggi ha un ruolo?

Non è facile rispondere sul compito della letteratura, oggi. Ho letto di recente Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič, una grande raccolta di testimonianze, una potente forma narrativa, un’opera che svela l’ingovernabilità della forza atomica civile nei luoghi in cui è accaduto il disastro nucleare. Questo libro ha mobilitato le coscienze dei governanti, l’orientamento nella produzione energetica nucleare nel mondo? Non mi pare. Per quanto riguarda il compito dello scrittore, ce lo possiamo anche dare, non c’è niente di male in questa idealità, anzi. Io posso dire una cosa molto semplice: provo verso le storie importanti e belle tanta gratitudine, perché i romanzi e i racconti che ho letto mi hanno fatto compagnia in gioventù, mi hanno mostrato pezzi di mondo, mi hanno gettato dentro visioni nuove. Oggi, scrivendo, provo a restituire qualcosa.

Dopo Come si fanno le cose dove va la scrittura di Antonio G. Bortoluzzi?

Voglio scrivere una storia che ponga al centro le relazioni d’amore e disamore del grande caldaio che è la famiglia, con molte delle sue variabili e approssimazioni, ma che rimane un luogo di sussistenza, idealità, ferite e rimedi, ed è forse l’ultima frontiera della resistenza umana, questa specie di trincea sociale dello stare al mondo, nel soccorso reciproco, nella relazione. E sempre raccontando i luoghi che conosco, le persone che vivono in montagna: che è un pezzo importante della vasta provincia italiana.

Nicola Vacca

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