I socialisti, lo Statuto dei lavoratori e una nuova stagione di diritti

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Tutti coloro che hanno svolto un ruolo, anche piccolo, nel movimento sindacale di questo paese (chi scrive è tra questi) non può non tenere nel dovuto conto ciò che accadde nelle fabbriche degli anni ’50 del secolo scorso, una memoria storica che non può essere cancellata partendo dalla Fiat dell’ingegner Valletta, dove farsi vedere con una copia de “l’Avanti!”  era un buon viatico per il licenziamento.

In quegli anni le norme costituzionali relative al mondo del lavoro rimasero a lungo inapplicate suscitando aspettative piene di tensione, il ministro dell’Interno Mario Scelba perseguì una dura politica antisindacale di repressione poliziesca degli scioperi e delle agitazioni operaie, che videro numerose vittime così come si verificò con la strage di Modena del 1950.  Un duro clima interno caratterizzava l’ambiente delle fabbriche, per gli operai sindacalizzati non c’era scampo: il licenziamento senza  indennizzo economico o possibilità di reintegro era una realtà senza speranza, la Fiat degli anni ‘50 e ‘60 schedava i lavoratori più attivi nel difendere i loro diritti, per poi licenziarli.

L’autunno caldo del 1969 innescò l’incendio delle lotte di rivendicazione con aspri scontri tra polizia e operai e questo clima culminò con la strage di Piazza Fontana del 15 dicembre del ’69, che provocò 17 morti e decine di feriti.

Era socialista il ministro del Lavoro dell’epoca, Giacomo Brodolini, che raccolse la sfida lanciata anni prima da Giuseppe Di Vittorio e costituì una Commissione di esperti incaricata di redigere una bozza di una possibile carta dei lavoratori, guidata dal docente universitario Gino Giugni anch’egli socialista.

Il 20 maggio del 1970 la legge 300/1970, conosciuta anche come “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” venne pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Era stata approvata alla Camera il 15 maggio con i 217 voti favorevoli della maggioranza al governo (democristiani, socialisti e liberali) e dei repubblicani; missini, Pci e Psiup si erano astenuti.

Il quotidiano socialista “l’Avanti!” titolò: “La Costituzione entra in fabbrica”, si realizzarono cosi quei principi di libertà e dignità che attribuirono al lavoratore, sul luogo di lavoro, il ruolo di soggetto di diritti e non di oggetto spesso vessato dalle decisioni altrui. Lo Statuto del lavoratori portava formalmente la firma di un ministro democristiano del Lavoro, ma costituì il coronamento dello sforzo estremo di un ministro socialista: Giacomo Brodolini.

Lo Statuto dei lavoratori nacque da una durissima battaglia che vide protagonista una destra economica padronale alleata innaturale del massimalismo dell’opposizione comunista, che pur di non votare a favore chiese più di quanto fosse possibile realisticamente ottenere, realizzando così un “ultra petita” ideologico che infatti portò all’astensione.

Nei successivi anni ’70 il tentativo comunista di occupare ideologicamente le professioni e la società civile portò alla nascita di vere e proprie compagini politiche quali: “Magistratura Democratica”, “Medicina Democratica”, “Psichiatria Democratica” ecc., ove la denominazione di “democratico”, come nei regimi dell’ Europa dell’est, significava comunista. Una magistratura politicizzata si impadronì delle Preture del lavoro teorizzando la via giudiziaria alla lotta di classe strumentalizzando lo Statuto dei lavoratori. Una interpretazione infedele della legge, ma finalizzata verso obiettivi palingenetici della società.

La teoria, alquanto aberrante, si poneva l’obbiettivo di destrutturare le imprese determinandone l’ingovernabilità, così da far esplodere le contraddizioni del sistema capitalista, favorendo un clima di intimidazione in tante grandi aziende. Tutto ciò non si può e non si deve attribuire a un vizio originario dello Statuto dei lavoratori in relazione all’applicazione distorta che ne è stata fatta, la prova della bontà e della lungimiranza dello Statuto dei lavoratori è il prevalere nel corso del tempo di una giurisprudenza equilibrata.

Tuttavia lo Statuto dei lavoratori ha sofferto gli attacchi dei vari governi Berlusconi che si erano espressi per l’abolizione della legge 300/70 ma che sono rimasti lettera morta in conseguenza di una efficace protesta popolare e sindacale. Ma altri soggetti politici, magari figli di una certa “generazione democratica”, ne hanno modificato alcune norme, una per tutte: la modifica dell’art.18. La norma prevedeva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo, è stata devitalizzata dalle ultime riforme in materia di lavoro quale la legge Fornero che ha introdotto una casistica di possibilità che prevedono l’erogazione di un indennizzo economico al posto del reintegro sul luogo di lavoro per i lavoratori licenziati senza giusta causa. Successivamente il Jobs Act del governo Renzi ha invece congelato le tutele previste dalla norma per i contratti stipulati dopo il 1 marzo del 2015, le cosiddette “tutele crescenti”.

Lo Statuto dei lavoratori soprattutto oggi, in un panorama di disfacimento sociale e politico, costituisce un prezioso baluardo contro l’arbitrio della “mano invisibile” neoliberista, esso è un riflesso concreto della Costituzione trasfuso nel concetto di democrazia nei luoghi di lavoro, e se la riforma dello Statuto proposta da una ben nota parte sindacale erede di quella “generazione democratica”, propone oggi una non meglio definibile Carta dei Diritti Universali del Lavoro perché il lavoro è cambiato, ebbene noi diciamo che il lavoro è cambiato ma non i principi democratici di controllo sui luoghi di lavoro, né tantomeno i mezzi di tutela dei lavoratori, anche quelli precari, i quali si proteggono con un solo mezzo: il pieno impiego e lo Statuto dei lavoratori.

Gianfrancesco Caputo

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