La prosa poetica (e semisconosciuta) di Charles-Ferdinand Ramuz

Ramuz - copertina

 Non sono pochi, in Italia, i testi ancora semisconosciuti, se non del tutto ignoti, di autori i cui nomi risultano spesso poco familiari al grande pubblico. Tra quelle della piccola casa editrice toscana Via del Vento Edizioni con sede a Pistoia, la collana “Ocra gialla” è dedicata alla prosa inedita e rara di importanti letterati del secolo scorso.

Svizzero di lingua francese, Charles-Ferdinand Ramuz (1878-1947) vi trova meritatamente spazio con una breve, ma significativa selezione di racconti che, fin da una prima lettura, si contraddistinguono per una scrittura a tratti poetica e originale; pur se già tradotto nel nostro Paese nel corso del Novecento, allo stato attuale, proprio per via di alcune edizioni ormai datate e forse fuori catalogo da tanto tempo, egli non sembra rientrare tra gli scrittori francofoni più noti ai lettori italiani.

La ragazza addormentata, Bufera, La pazza in abito di follia e Irene, pubblicati per la prima volta solo nel giugno del 2018 grazie al sopraccitato editore, sono tutti tratti dalla raccolta intitolata Les Servants et autres nouvelles che risale già al 1946, prima che sopraggiungesse la morte dello scrittore l’anno immediatamente successivo. Sebbene non siano certo pochi i romanzi da lui firmati (tra cui ricordiamo Aline del 1905 e La Grande Peur dans la montagne del ’25), è quella della prosa breve la dimensione letteraria che Ramuz pare prediligere e le narrazioni racchiuse nel prezioso volumetto delle edizioni Via del Vento ne danno innegabile prova. Angela Calaprice, curatrice, nonché traduttrice, della presente pubblicazione, parla di testi pervasi dalla musicalità e da un ritmo sensuale impresso alla scrittura. Ne La ragazza addormentata, il racconto di apertura che dà il titolo alla piccola raccolta, la sensualità si fa viva e palpabile attraverso le labbra dischiuse di Adrienne, una giovane e avvenente domestica del villaggio, così come attraverso le sue gambe nude fin sopra le ginocchia e, ancora, il respiro che conferisce al seno chiuso nella camicetta un saliscendi cadenzato “che batte il tempo a tutto ciò che è vivo”; la ragazza che dorme beatamente, distesa all’ombra sulla sponda in discesa di uno stagno, appare immersa in uno scenario naturale di pace assoluta di cui lei stessa è parte: un quadro di idillio bucolico nel quale domina il silenzio di una giornata assolata popolata di libellule e cavallette, mentre l’elemento di disturbo è dato dai movimenti e pensieri dell’intruso, il voyeur, che decide infine di non turbare quel “bell’ordine del mondo” rinunciando a svegliare la ragazza e incamminandosi semmai lungo il sentiero dal quale era poco prima giunto.

            “[…] È tutto meravigliosamente tranquillo. Tutto riposa sotto la maestosità del grande cielo. Lei dorme.[…]”

 

 Anche il secondo racconto, al pari del primo, si rivela un piccolo gioiello: partendo dal fascino di uno spettacolo circense, Bufera resta in bilico tra armonia e disarmonia, sfere distinte che coincidono con due mondi separati soltanto dal telo del tendone sotto cui gli spettatori vengono ipnotizzati dalle luci e dal dondolio di due trapeziste che si esibiscono sfidando la fatalità del vuoto, intanto che fuori imperversa un forte temporale.

            “[…] Non abbiano nemmeno sentito il fragore spaventoso del fulmine che si è appena abbattuto su una qualche casa del quartiere, […] non abbiamo nemmeno visto il tendone sollevarsi. Ma, preso da sopra dalla forza dell’aria e da essa strappato, ecco allora che vola via. Siamo stati immersi nella notte.[…]”

Nel gioco narrativo di Ramuz, poi, fanno la propria comparsa anche la follia e la morte, rispettivamente con Tiâ, impazzita per amore, e Irene, protagoniste degli ultimi due testi che si animano grazie a un linguaggio intriso di poesia e mistero che, nel contempo, cerca di avvicinarsi il più possibile al parlato e, pertanto, ai lettori stessi. Fu proprio questa sua visione per così dire linguistica, la deliberata scelta cioè di distaccarsi dal francese purista appreso a scuola a favore di quello in uso a livello popolare nel suo cantone svizzero, a far sì che qualche critico contemporaneo lo tacciasse di regionalismo e sgrammaticature imperdonabili, pregiudicando probabilmente la sua completa affermazione nel mondo culturale dell’epoca e non solo. La sua prosa resta comunque bella e ammaliante, per nulla compromessa dalle rotture sintattiche che di tanto in tanto si avvertono anche in traduzione italiana, pregna anzi di spontaneità e fluidità che non intralciano lo scavare nei grandi temi dell’esistenza, come emerge dai testi qui presi in esame.

Autore assai prolifico e poliedrico, Charles-Ferdinand Ramuz ha lasciato un gran numero di altre pubblicazioni anche al di là della narrativa: poesie, scritti di carattere autobiografico, saggi, persino un testo teatrale, con la collaborazione dell’amico compositore russo Igor Stravinskij, in cui si intrecciano forme artistiche differenti e che viene ancora portato in scena in tutta Europa (Histoire du soldat, 1917); dai suoi romanzi sono stati tratti film sin dai lontani anni Trenta e la sua penna sembra essere stata apprezzata addirittura dal ben più famoso Louis-Ferdinand Céline. Un talento, quello dello scrittore di Losanna, certamente da riscoprire e rivalutare, anche al fine di costruire una visione più completa del panorama letterario europeo del Novecento, forse privato miopemente di troppe “periferie”.

Laura Vargiu

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