Tutti i no del Governo alla Costituzione

enigma-dellarrivo-de-chirico

La Presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia ha recentemente ammonito i titolari del potere decisionale politico a non dimenticare l’esistenza delle garanzie costituzionali fonte gerarchica primigenia e vincolante dell’ordinamento giuridico italiano, a questo proposito ha scritto nella sua relazione annuale: “La piena attuazione della Costituzione richiede un impegno corale, con l’attiva, leale collaborazione di tutte le Istituzioni, compresi Parlamento, Governo, Regioni, Giudici. Questa cooperazione è anche la chiave per affrontare l’emergenza. La Costituzione, infatti, non contempla un diritto speciale per i tempi eccezionali, e ciò per una scelta consapevole, ma offre la bussola anche per navigare per l’alto mare aperto nei tempi di crisi, a cominciare proprio dalla leale collaborazione fra le istituzioni, che è la proiezione istituzionale della solidarietà tra i cittadini”.

È di tutta evidenza che le misure adottate dal governo centrale e dai governi regionali introdotte per affrontare l’emergenza Covid-19 offendono e comprimono le libertà e i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, a partire dalla libertà di circolazione (Art. 16), la libertà di riunione (Art. 17), il diritto di professare la propria fede religiosa nei luoghi di culto (Art. 19), il diritto allo studio (Artt. 33-34), la libertà di iniziativa economica e di utilizzo della proprietà privata (Artt. 41-42),  la libertà di espressione del pensiero (Art.21) e soprattutto la libertà personale (Art. 13) e i diritti inalienabili della persona (Art. 2 )

La gravità della pandemia e l’urgenza di agire con rapidità ed efficacia per contenerla è fuori discussione, cosi come non si vuole in alcun modo escludere che alcune di queste libertà (come quella di circolazione e soggiorno) possono essere circoscritte “per motivi di sanità o di sicurezza”, tuttavia è necessario rammentare che non si possono trattare le garanzie costituzionali alla stregua di un ostacolo per il contenimento della crisi sanitaria, poiché tale pericoloso precedente potrebbe far nascere la tentazione  di non più ripristinare lo “status quo ante”. È proprio in situazioni eccezionali che vanno protetti i valori fondamentali della nostra costituzione e le limitazioni che si rendono necessarie devono essere rispettose dei principi di adeguatezza e proporzionalità.

A questo proposito assume rilevanza la riserva di legge prevista dalla Costituzione per introdurre limitazioni, a maggior ragione per le limitazioni alla libertà personale, come non considerare poi l’assenza di una previsione costituzionale che consenta di limitare il diritto di riunirsi in privato o di impedire l’uscita dal proprio domicilio per ragioni sanitarie, senza tralasciare infine la gerarchia delle fonti del diritto che è stata sovvertita.

Il Governo ha dichiarato lo “stato di emergenza”, “in conseguenza del rischio sanitario” in relazione all’insorgenza del COVID-19, con una delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2020. La nostra Costituzione non prevede alcun “stato di emergenza”, prevedendo solo lo “stato di guerra” che ex Art. 78 della Costituzione deve essere deciso dal Parlamento e dichiarato dal Presidente della Repubblica. Infatti la delibera del Consiglio dei Ministri fa riferimento ad una legge ordinaria, ovvero agli artt. 7 e 24 del D. Lgs. 2/1/2018 n. 1 (codice della protezione civile). Ma tale legge non considera il caso di pandemie e consente di emanare ordinanze di protezione civile in contesti radicalmente diversi da quelli oggetto delle misure fin qui adottate dalle autorità politiche, pertanto lo stato di emergenza è stato dichiarato unicamente dal Governo, senza alcun esame parlamentare e in una “vacatio” costituzionale.

A questo proposito non è più rinviabile un intervento con norme di rango costituzionale per disciplinare l’attuale situazione, al fine di fissare dei limiti anche rispetto ai diritti della persona, pertanto l’azione del governo dovrà essere rispettosa dei percorsi parlamentari obbligati salvi i poteri della Protezione Civile. Tale riforma costituzionale è d’obbligo anche per l’utilizzo massivo del DPCM, poiché non è previsto in Costituzione che i poteri di cui all’Art.77 siano delegabili al Presidente del Consiglio.

Il 23 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge con cui si autorizzavano le autorità competenti ad adottare: “ogni misura di contenimento e gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica”, tra cui il divieto di allontanamento o accesso alle aree interessate (c.d. “zone rosse”), la chiusura di scuole e attività commerciali in dette zone.

Il decreto-legge ha introdotto un divieto di “ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato” che presenta notevoli aspetti di illegittimità costituzionale, il predetto decreto non conteneva misure restrittive della libertà personale salvo la quarantena obbligatoria o fiduciaria per chi aveva avuto contatti con contagiati o proveniva da zone a rischio. Tuttavia il decreto-legge ha autorizzato le autorità competenti ad adottare “ulteriori” misure di contenimento e gestione dell’emergenza demandando ad altri soggetti, tra cui i Presidenti delle Regioni l’adozione di tali misure, complicando cosi la catena di comando e incentivando una proliferazione di atti privi di forza di legge talora contraddittori e limitativi dei diritti costituzionalmente garantiti.

Di conseguenza una serie di provvedimenti di rango amministrativo, eccedendo l’ambito del decreto-legge, hanno limitato sempre di più la libertà personale ad esempio: l’ordinanza del Ministro della Salute del 20 marzo che ha vietato l’accesso alle aree gioco e alle zone verdi e ha vietato le attività all’aperto, l’ordinanza dei Ministri della Salute e dell’Interno del 22 marzo che ha ristretto le persone nella dimora anche temporanea in cui si trovavano, utilizzando addirittura l’Articolo 16 della Costituzione “che consente limitazioni della libertà di circolazione per ragioni sanitarie”  per introdurre anche “limitazioni alla possibilità di allontanarsi dalla propria residenza, domicilio o dimora” ovvero limitazioni alla libertà personale che è cosa ben diversa dalla libertà di circolazione.

Tali limitazioni della libertà sono state perseguite con utilizzo di mezzi e risorse evidentemente sproporzionate rispetto al bene giuridico tutelato, eppure l’Articolo 13 della Costituzione non ammette forma alcuna di detenzione né qualsiasi altra restrizione della libertà personale se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

Le restrizioni alle libertà e ai diritti costituzionali sono funzionali all’intervento sanitario delle autorità nella fase peggiore della crisi, tali limitazioni sono state accettate dai cittadini, che hanno rinunciato alla libertà personale, per effetto  di una sorta di sottinteso accordo che avrebbe dovuto prevedere, davanti all’evidenza di tale sacrificio, che le autorità facessero in pieno la loro parte nell’organizzazione, allocazione e utilizzo delle risorse necessarie a individuare, isolare e curare  i contagiati, limitare i nuovi contagi e i decessi, proteggere il personale sanitario e il resto della popolazione, rafforzare i presidi territoriali e le strutture ospedaliere, ma pare che nella cosiddetta fase uno le cose non siano andate così.

A dir la verità è sembrato che il contenimento e la risoluzione della crisi sanitaria sia invece stata affidata esclusivamente alle misure di distanziamento sociale dirette prevalentemente per l’applicazione a cittadini e imprese. Ma il distanziamento sociale, da solo, non può essere sufficiente a contenere un’ulteriore aumento dei contagi, di conseguenza da tale possibile situazione ne potrebbe scaturire un altro confinamento con relative compressioni di diritti costituzionali, attività economiche e culturali, crescita educativa, salute fisica e mentale.

Inoltre l’esecuzione e purtroppo anche l’interpretazione delle misure restrittive è stata affidata alle forze dell’ordine, che hanno svolto il compito con modalità specificatamente aggressive anche quando non si ravvisava alcuna offesa al bene giuridico tutelato. Con il sistema della c.d. autocertificazione inoltre si è di fatto richiesto al cittadino di esercitare il proprio diritto di difesa al momento della contestazione, in sostanziale violazione dell’Art. 24 della Costituzione e delle garanzie previste dalla legge.

Elicotteri e droni sorvegliano e si soffermano presso dimore, giardini e cortili privati, senza che sia chiara la ragione e la successiva utilizzazione dei dati rilevati. Per non parlare del paventato utilizzo su larga scala di una “app” per il tracciamento dei contatti ai fini del contenimento della diffusione del virus che potrebbe avere accesso a dati personali e/o sensibili, per quanto si sostenga che dovrebbero essere raccolti in forma anonima.

È necessario garantire in modo assoluto la certezza del diritto senza affidarne l’interpretazione a soggetti attuatori o deputati alla sorveglianza, prevedendo strumenti di controllo anche giurisdizionale delle loro attività, sia queste limitazioni quanto nuove modalità tecnologiche di sorveglianza, devono essere attuate nel fermo rispetto dei diritti della persona e del principio di proporzionalità.

In ultimo ma non per ultimo, sorge una viva preoccupazione per le restrizioni adottate relativamente allo svolgimento delle attività processuali con incomprensibile compressione del contraddittorio e del diritto alla difesa di cui all’articolo 24 della Costituzione.

Lo svolgimento inopinato di udienze in materia penale con mezzi telematici, contribuisce a pregiudicare l’attività giurisdizionale privandola dei suoi elementi minimi e ad annullare il valore costituzionale del giusto processo (art.111),  l’introduzione del c.d. “processo da remoto” in sede penale convertita in legge con il DL n°18/20, attesta l’assoluta incompatibilità di tale modalità con gli strumenti cognitivi propri del giudice penale cioè l’immediatezza e l’oralità del rito che rappresenta il presidio essenziale per la garanzia dell’imputato, la terzietà rispetto alle parti si realizza quando il giudice naturale guarda dritto negli occhi chi accusa ma soprattutto chi si difende dalle accuse.

Infine è in dirittura di arrivo l’emanazione di un DL, con evidenti aspetti di incostituzionalità, riguardante le decisioni della Magistratura di sorveglianza, pertanto per la concessione degli arresti domiciliari ma anche per i permessi premio, non basterà più la valutazione del giudice competente, ma sarà necessario chiedere il parere della procura, con ciò sovvertendo le funzioni ed i ruoli di giudice e pubblico ministero, conculcando la libertà e l’autonomia della giurisdizione. Dubbi di costituzionalità che, peraltro, esistono anche per le norme che hanno disposto la totale sospensione dei termini di prescrizione e di custodia cautelare.

A quanto pare lo Stato non sta rendendo conto di ciò che fa e di come lo sta facendo, non sta garantendo piena trasparenza, ciò a detrimento della stessa fiducia nello Stato e nel Governo, contravvenendo al presupposto fondamentale per l’efficace funzionamento di qualsiasi meccanismo di controllo da parte del popolo sovrano.

Gianfrancesco Caputo

(In copertina; Giorgio De Chirico – L’ enigma dell’arrivo)

 

Un pensiero su “Tutti i no del Governo alla Costituzione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...