Autobiografia di un genio

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La fortunatissima carriera di Woody Allen, scrittore umorista, jazzista dilettante, stand up comedian pionieristico, attore e finalmente cineasta sperimentatore dalle mille primavere si chiude su una nota cupa. Sebbene sulla sua vicenda di presunte molestie alla piccola Dylan la magistratura abbia messo la parola fine scagionandolo dalle accuse (prima ancora che si celebrasse il processo), l’onda del movimento #metoo, con la sua progressiva accelerazione e la sua proporzionalmente aumentata influenza, ha di fatto proibito la pubblicazione dell’autobiografia A proposito di niente, nonché di fatto impedito la produzione di altri film dopo Un giorno di pioggia a New York. Le ragioni del movimento sono sacrosante e da condividere, ma tappare la bocca a un artista (fosse anche un artista mediocre) non è mai, in nessun caso, una vittoria o qualcosa di cui andare fieri.

L’accanimento di molti colleghi su Allen poi, espresso senza distinguo e con unidirezionale biasimo, lascia decisamente perplessi. Inevitabile e noiosa la mia premessa, ma d’altra parte anche in A proposito di niente ci sono pagine inevitabili e noiose prevedibilmente centrate sull’affaire Mia Farrow. È un po’ il nucleo incandescente del libro, quell’autodifesa che il cineasta newyorchese non poteva non mettere in atto.

La descrizione della tribù di figli adottati da Mia ha toni quasi dickensiani. Al netto dei guai giudiziari di Allen, viene da chiedersi come mai il regista non si sia mai accorto del sadismo della compagna e perché non sia intervenuto anzi scegliendo quasi chirurgicamente i ragazzi cui affezionarsi e con i quali comportarsi da padre (Dylan e Moses), trascurando disinvoltamente tutti gli altri, salvo poi intrecciare una relazione con la giovane Soon Yi sulla quale, sempre secondo Allen, la Farrow si accaniva con la malvagità di una matrigna disneyana. Ma A proposito di niente non è un veicolo per consumare una vendetta pubblica (e se anche lo fosse non lo sarà, almeno in America).

Per l’appassionato di Woody Allen la vera goduria comincia subito, con la rievocazione della sua infanzia in una famiglia ebrea variopinta e chiassosa. Impossibile non pensare a uno dei capolavori alleniani, Radio days, divertentissimo e struggente amarcord che sembra pulsare come la scatola nera della sua ispirazione. In queste pagine si ritrova la verve dell’umorista fuoriclasse. Allen non va in ordine cronologico ma anticipa e ritarda. Descrive la New York degli anni 50 dove muove i primi passi, prima come scrittore poi come cabarettista, i club del Greenwich Village, gli stessi che vediamo nella serie-capolavoro The Marvelous Mrs Maisel (un mio sogno: la splendida Rachel Brosnahan reclutata tra le muse alleniane),  il consolidarsi della stand up come arte prettamente americana. Alcuni momenti sono esilaranti: quando Allen racconta la sua incapacità di sostituire il nastro della macchina da scrivere e come circuisce un amico per farlo fare a lui; tutte le pagine in cui rievoca i suoi genitori e in particolare le parole dedicate alla madre, talmente brutta da neutralizzare il complesso di Edipo.

Forse il Nostro pecca un po’ troppo in modestia, scrivendo righe su righe per dire quanto in realtà non sia un intellettuale, quanto preferisca il baseball alla letteratura ma gli perdoniamo questo sfoggio di umiltà perché finalizzato a creare situazioni quantomeno divertenti. Per i cinefili poi impagabili i ricordi di prima mano di attori e collaboratori, i tanti e illustri direttori della fotografia, dal dittatoriale quanto geniale Gordon Willis all’amicone Carlo Di Palma passando per Sven Nykvist, collaboratore storico di quell’Ingmar Bergman centrale nell’immaginario alleniano. Curioso poi come Woody liquidi con sufficienza quello che secondo me resta il suo capolavoro assoluto e cioè Crimini e misfatti e di contro spenda parole di affetto per l’imbarazzante bigino felliniano Stardust memories.

Ma è sempre bello verificare le intermittenze sentimentali di un autore verso le proprie opere, un esercizio che rivela non di rado sorprese. Il ritratto che A proposito di niente (titolo meraviglioso: filosofico e programmaticamente nonché maliziosamente impostato sulla modestia, sicuramente falsa) ci restituisce è quello di un uomo pacificato dall’età, dagli anni trascorsi, dalla stabilità sentimentale, dai traguardi tagliati ma con una  sottile linea di nevrosi che taglia in due il quadro. Ed è in quella linea, immagino, il segreto dell’arte di Woody Allen.

Fabio Orrico

(Woody Allen, A proposito di niente, La nave di teseo, pagine 400, € 20,90)

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