Tornare sempre a Céline

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Irregolare, atipico, anomalo, non conforme, irriverente. Non c’è nessun modo per incasellare l’uomo libero Céline, scrittore più che maledetto.

Louis –Ferdinand Céline rientra a pieno titolo nella categoria degli scrittori che non si fanno omologare, che non appartengono forse nemmeno a se stessi e soprattutto non sono da inquadrare in nessun schieramento.

Nessun autore novecentesco è stato come lui un critico severo  della nostra contemporaneità.

«Ideale continuatore dell’anticlassico – scrive Stefano Lanuzza – e superespressivo Rabelais, Céline si fa leggere innanzi tutto per la particolarità delle sue pagine, di cui non sono trascurabili i cogenti risvolti sociali e l’acuto consapevolezza del giudizio». (Louis -Ferdinand Céline. La parola irregolare,  Edizioni Clichy).

Lanuzza invita a leggere Céline come scrittore del disincanto che non ha illusioni, di una rara onestà intellettuale e soprattutto capace di montare una denuncia forte.

Solo uno scrittore con queste caratteristiche poteva concepire posizione provocatorie culturali, politiche e sociali.

L’autore di Viaggio al termine della notte è un provocatore che ha le idee molto chiare che si trova anche a innovare il linguaggio nella letteratura.

In Morte a credito  attraverso il suo personaggio si definisce ribelle, ingrato, rivoltante. «…tutto il fiele che mi tornava in gola dice che sarebbe tornava in gola… tutta la cattiveria mi riprendeva … sarei tornato più carogna di prima».

Un grande scrittore, questo esile uomo ribelle e irregolare, ma soprattutto libero, autentico polemista e come tutti i pochi polemisti che si rispettano si è assunto con coerenza e con orgoglio intelligente la responsabilità di tutte le denunce e gli attacchi al conformismo usciti dalla sua penna coraggiosa.

Viaggio al termine della notte è molto di più di un romanzo e va prima di tutto letto come una testimonianza, una denuncia, un grido alto di rivolta.

Ernesto Ferrero sostiene che in letteratura non si era mai vista una presa di posizione così netta e violenta contro un sistema ipocrita e violento, che credeva di essersela cavata con l’istruzione obbligatoria e il suffragio universale, che fingeva di non sapere su quali fatti e misfatti riposavano i propri privilegi.

In Céline la polemica sociale coincide con la polemica letteraria. Sovvertendo il linguaggio ha denunciato con la crudeltà e la violenza di parole dirette ha denunciato il massacro della guerra, si è schierato contro gli abusi del potere del colonialismo, ha denunciato, il degrado e la decadenza dell’uomo in un sistema che tende a stritolare le sue volontà insieme alle libertà.

Lo scrittore francese porta nella letteratura uno stile diretto: per la prima volta veniva introdotto in maniera così netta nei dialoghi e nella struttura del racconto.

«Non avrei mai creduto di potere contenere in me una tempesta simile» scrive Céline in Morte a credito.

Solo uno scrittore perfetto come lui («Decisamente avevo un’anima sbottonata come una brachetta»), che ha avuto il coraggio di denunciare e combattere la prepotenza delle élite divoranti, dei mangioni e degli accaparranti («Quando non si ha denaro da dare ai poveri, è meglio stare zitti. Quando gli si parla d’altro che non siano i soldi, li si inganna, si mente, quasi sempre.») e di urlare con un grido di rivolta che di loro «non ne abbiamo proprio bisogno», poteva condurci in fondo alla notte, di cui ancora oggi non si vede la luce alla fine del tunnel.

Nicola Vacca

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