Le ragioni dell’annientamento

roger ballen

L’annientamento ha le sue ragioni, purtroppo misconosciute da noi uomini contemporanei. Il male perpetrato contro la terra – o, se vogliamo essere più prosaici, la cattiva gestione delle risorse del pianeta – in realtà, è stato compiuto contro noi stessi. Di più, oseremmo dire che il male è compiuto contro il fondamento stesso del nostro essere umani. Se questo Grund, se ciò che ci caratterizza come esseri senzienti ed empatici è, come voleva Aristotele, la razionalità, ebbene, abbiamo deluso ampiamente le aspettative del grande filosofo di Stagira, disattendendo a tutto ciò (o quasi) quello che una vera «logica del miglioramento» avrebbe posto in atto.

Dalle prime rivoluzioni industriali in poi, il centro si è allontanato sempre di più dalle periferie, almeno fino quando esso stesso è stato inglobato in un’unica, sconfinata macro-periferia economica. Il centro è stato concesso a noi umani da falsi profeti del profitto, a condizione che ruotassimo attorno al suo asse, incessantemente. Tuttavia, questo congegno perfetto doveva andare avanti a tutti i costi: pena, la fine dei giochi. Allora ci siamo affaticati strenuamente per edificare l’invasione, ovunque sia stata possibile.

Abbiamo trasformato le città in metropoli e poi in megalopoli. Abbiamo rifocillato enormi mostri di cemento e metallo, li abbiamo posti nei centri nevralgici delle nostre vite, inesorabili, arcigni, piantati come terrificanti tronchi sul viale del disfacimento. Ovviamente, far presente questa sciocca, banale, bovina realtà, ci rende passibili delle solite accuse, altrettanto banali, di carattere scientistico-progressista; in altri termini, se ci azzardiamo a dire (come a suo tempo aveva egregiamente sottolineato Hans Jonas) che con la terra ci stiamo comportando male e che avremmo dovuto pensare alle future generazioni, allora siamo dei tecnofobici, degli antiprogressisti, degli intellettuali da salotto (radical chic?). E sia, ci consola (magramente) il fatto di cavalcare il dubbio socratico e, come si discorreva qualche giorno fa in radio con Martino Ciano, di problematizzare l’ovvio.

Ecco, noi umani abbiamo creato delle mostruosità per attuare, al massimo grado, il controllo kantiano sulla natura, facendoci beffe degli ammonimenti di Nietzsche, di Heidegger, di Jonas e di tante altre menti eccelse. Cassandra, come al solito, rimane inascoltata. Il piano del nostro orizzonte di senso è davvero paradossale: dove tali mostruosità non hanno ancora messo radici si respira l’agonia del post-moderno (dai, forza, scatenate il vostro disappunto per l’uso di questo appellativo), una brama di annientamento, un cupio dissolvi che maledice la propria esclusione dallo slancio tecnico-progressista.

D’altronde, sembrerebbe questo il fine di tutto questo gigantesco apparato, non comprendendo, neanche in modo elementare, che tale fine collima in più punti con la fine dell’umano. Non stiamo facendo di tutta l’erba un fascio: che la scienza e la tecnica abbiano migliorato sensibilmente la nostra esistenza (soprattutto in riferimento alla qualità materiale della vita) è un ovvio dato di fatto. Tuttavia, che scienza e tecnica si siano affrancate dal nostro controllo, è cosa altrettanto ovvia. Lo sbocco economico del paradigma tecnico-scientifico ha segnato indelebilmente il nostro stare al mondo, condizionando l’architettura dei luoghi e delle menti. La città, asfissiata dall’industria, non è un incubo costruito a tavolino da furbi romanzieri.

I segni evidenti di questo stato di cose li abbiamo sotto gli occhi. La «città-macchina» è una piovra, che stende i suoi tentacoli ovunque sia possibile. E quella città, ammorbata e cancerosa, è a due passi da qualunque luogo, alla faccia di chi ci accusa di essere dei novelli Rousseau che predicano un improbabile ritorno allo stato di natura, dove tutto sarebbe incontaminato e lussureggiante. No, non si può avere nessun ritorno tout court alla natura, tuttalpiù sarebbe possibile limitare i danni di uno sviluppo altamente invasivo. A resistere, infatti, sono i luoghi minimi, quelli che, a torto o a ragione, vengono visti dai più come terre desolate. I piccoli paesi, i minuscoli deserti dell’universo rurale, sono queste le ultime frontiere dell’umano, prima dell’involuzione totale, prima della venuta del post-umano (sperando che un barlume di umanità, come esseri sociali che hanno a cuore «l’altro-da-sé», abiti ancora in noi).

Dietro la stolida volontà di progresso, (un progresso da perseguire a tutti i costi), di sviluppo, di “portare la velocità”, di “civilizzare” luoghi ritenuti selvaggi, primitivi, inospitali, vi è un altrettanto stolido desiderio di annientamento: i fautori del progresso non capiscono che la vita di quei piccoli paesi, di quei luoghi sperduti e ameni, sta proprio nel loro essere lembi estremi di terra. Sono come fiammiferi, come cerini in una scatola: se ne bruciamo uno, anche gli altri bruceranno. Così, danneggiando anche uno solo di questi luoghi sacri, la rovina cadrà puntualmente sugli altri. La nostra umanità dimora lontano dallo stridore dell’efficienza tecnica, dal frastuono dell’iper-moderno. Il sacro ha bisogno del silenzio, della quiete, di anime gentili che sappiano ascoltare la voce tenue delle cose – le minime, soprattutto – che sappiano accogliere il lento, il poco, il necessario. I poeti, i filosofi, gli artisti? Certamente, ma anche i buoni cittadini, i buoni amministratori, i buoni politici, se ancora ne esistono. Il «bene comune» –  che utopia!, esclameranno molti – deve viaggiare sulle nostre coordinate. L’efficienza tecnica non è l’unica possibile.

Di modi per valorizzare i luoghi dove ancora la tecnica industriale non tiranneggia ve ne sono, ed è compito di tutti cercarli. Imporre la stessa idea di progresso ovunque è qualcosa di abominevole. Adesso sento in lontananza la voce dello smaliziato, del realista, dello scientista, del progressista urlare: ci risiamo, tutto questo bel preambolo erudito e poi la conclusione è sempre la stessa, dare contro la scienza e la tecnica. Cerco di rispondere, di dire: come potrei io, amante della filosofia e dei filosofi (molti dei quali erano – sono! – eccellenti scienziati), parteggiare per l’eclissi della ragione? Ecco, il punto è proprio questo, la creazione di un aut aut: o sei con la ragione, e dunque devi amare incondizionatamente il progresso, o sei contro di essa, e quindi ti puoi sciogliere in tante melense fantasticherie su un mondo migliore e, magari, meno inquinato. Nietzsche, quel grande genio inattuale e spesso incompreso, aveva già sentito le avvisaglie di questa décadence, e le avevano intese anche Horkheimer e Adorno, se nel loro gioiello del pensiero Dialettica dell’illuminismo scrivevano: «L’illuminismo, nel senso più ampio di pensiero in continuo progresso, ha perseguito da sempre l’obiettivo di togliere agli uomini la paura e di renderli padroni.

Ma la terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura». Siamo arrivati al nocciolo della questione: non vogliamo ammettere che il prezzo da pagare per questo continuo, inarrestabile progresso è il nostro essere umani. Qui non si parla di decrescite felici, di seguire le chiocciole dell’andamento lento, di fare acquisti a chilometro zero. Certo, questi sono tutti comportamenti auspicabili, ma il punto non è questo. Il punto è ragionare, mettersi seduti a tavolino, e rispondere, in tutta sincerità, a una semplice ma inevitabile domanda: è davvero possibile pensare una realtà differente?

Gianluca Conte

(Foto di Roger Ballen)

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