Thomas Bernhard. La corruzione e la doppia inattuabilità della scrittura

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Che Thomas Bernhard abbia fatto dell’ossessione una sua cifra stilistica è un fatto ormai scontato e risaputo. Ma che l’ossessione diventi un vortice implacabile in cui a essere coinvolto non è solo il linguaggio come ricamo retorico, ma la sua stessa dinamica di essere impossibilità o inettitudine di scrittura e in egual modo incapacità di distacco o di disinteresse è un aspetto, un fatto, che rivela una prassi della scrittura che raramente è stata descritta in maniera così stretta, stringente, privata e con un tormento così accattivante e vero.

Impossibilità, quindi, di non poter scrivere e di non potervi rinunciare. Una seduzione del linguaggio. E una sua corruzione. Una doppia inattuabilità. Una vera angoscia che più di una fisima attanaglia il protagonista e narratore Rudolf alle prese con la stesura di un saggio che non riesce a iniziare. Uno studio su Mendelssohn  Bartholdy, il suo compositore prediletto. Il libro è Cemento, che leggo nell’edizione SE del 2004. Il libro è a cura di Luigi Reitani, notevole il suo Autoritratto dello scrittore come uomo che invecchia, che troviamo in appendice insieme a un ricco e pregevole apparato iconografico che fa del libro quasi un oggetto di culto.

Riflessione sul linguaggio e sulla scrittura, si diceva, ma gli sviluppi sono anche altri e, come si capirà, non puramente formali. Thomas Bernhard costruisce un meccanismo narrativo ossessivo e perfetto. Semplice. Rudolf è dominato dalla sorella. È annientato dalla sua presenza come dalla sua assenza. Il solo pensiero di lei annienta ogni proposito intellettuale. Rudolf non riesce a scrivere. È come se il lavoro intellettuale dovesse essere sempre disturbato. Come se il lavoro intellettuale fosse sempre disturbante e da soffocare sul nascere.

Ecco il punto. Il ganglio. L’ovunque dello strappo. Dapprima impulsivo poi sempre più mirato alla dissoluzione. Allo scherno totale. All’oltraggio. All’ossessione schizofrenica. La colazione con mia sorella mi faceva schifo proprio come adesso mi faceva schifo farla da solo. Allora, se non è la sorella, è qualcos’altro a impedire la scrittura. Lo stomaco pieno. L’angolatura della schiena sulla sedia della scrivania. La posizione dei fogli, dei libri. La porta aperta o chiusa dello studio. Qualcuno che bussa. Il vicino che urla. Il portalettere che vuole una firma.

O la naturale solitudine. Che razza di uomo sono diventato dalla morte dei genitori? Mi ero seduto nella poltroncina dell’atrio e adesso improvvisamente mi sentivo gelare. La casa non era vuota, era morta. È una cripta, pensavo. Ma se dentro oltre a me ci sono altre persone, proprio non lo sopporto. Rudolf è un oscillare continuo. E sempre tra estremi. Come se l’esercizio della scrittura fosse quest’estremità inviolabile di una vita che non si riesce a vivere che nella pienezza dei suoi vuoti. Come se la vita del pensiero non potesse che appartenere ai morti.

Gli unici amici che ho sono i morti, che mi hanno lasciato la loro letteratura, non ne ho altri.

E di ciò di cui è circondato? E dei vivi? La macchina che è la scrittura di Bernhard, in questo come nei suoi altri immensi capolavori, ha una costruzione assoluta. È da lì che lo scrittore ripartisce le sue invettive contro una società opulenta e nauseabonda. Indifferente e traviata. Cattolica e bigotta. Che soffoca nei miliardi e finge la carità appena si offre l’occasione.

Contro la storia che è una menzogna totale fatta di crimini e di parvenze. Contro lo stato. Contro l’arte che è sempre arte di stato. Contro la filosofia. Contro tutto ciò che è diventato inattendibile. Contro gli intellettuali, ai quali riserva parole intransigenti e inudibili.

Contro gli scrittori e la loro ansia di pubblicare. E contro se stesso. Pubblicare l’intelletto è il più vergognoso dei crimini e io non ho esitato a compiere più volte questo crimine che è il più vergognoso di tutti. È un paradosso. Una meschineria. Un’assillante irrisione. Un sofisma. Una brillante strada senza uscita. L’angoscia come attributo. La coscienza stessa della letteratura. Rudolf penserà di sfuggire alla sorella intraprendendo un viaggio. La fuga, però, non è mai una soluzione, bensì un continuo ritorno. Il cerchio si chiude nello stesso punto dell’origine. All’uomo non resta che un libro disatteso. La letteratura serve a ben poco. E, come sempre, lor signori lo sanno.

Salvatore Marrazzo

(Thomas Bernhard, Cemento, edizioni SE, 2004)

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