Questa nostra peste

la peste

Da questo momento in poi si può dire che la peste fu cosa nostra, di tutti.

                                                                                                 (Albert Camus, La peste)

Sono già tre settimane che non esco. Non c’è che dire, la quarantena la sto rispettando Metterò il naso fuori quando tutto sarà finito. Ma quando? Intanto ho deciso di andare a letto sempre tardi la sera, quasi a notte inoltrata, dopo essermi bevuto una tisana rilassante alla valeriana.

Non voglio alzarmi, come al solito, alle prime ore del giorno. In questo periodo di reclusione  mi sono buttato  nelle braccia di Morfeo.

Perché le giornate in cattività sono lunghe, almeno in questo modo le affronto con un bel po’ di sonno sulle spalle.

Lo considero un modo per affrontare più serenamente questi giorni tutti uguali.

Non funziona poi mica tanto, anche perché quando apro gli occhi subito mi trovo proiettato nell’abisso di questo momento e tutto quello che ci sta accadendo pesa come un abisso.

Questo cazzo di Coronavirus è davvero una maledizione, sinceramente non pensavo che si sarebbe arrivati a vivere un dramma di questa portata.

Eccomi qui a vaneggiare davanti alle pagine bianche, a mettere su carta parole in libertà come a voler consacrare il momento di una confessione.

La quarantena mi sta portando in nessun posto, sono sospeso e anche abbastanza perso in questo stato di vacanza forzata dalle abitudini quotidiane.

Siamo tutti chiusi nelle nostre case perché fuori la peste uccide. Distanziati socialmente, costretti a evitare contatti tra persona e persona, relazioni umane ridotte, anzi completamente soppresse.

L’umanità è scomparsa nel baratro di una disumanità feroce che non prevede baci e abbracci.

Tutto il mondo è diventato una Orano colpita da un’epidemia inesorabile e tremenda Ma da sempre, e in questi giorni lo sto scrivendo e dicendo spesso, la letteratura arriva sempre prima della realtà.

La peste di Albert Camus oggi è la metafora in cui il presente continua a riconoscersi.

«Da questo punto di vista erano entrati nell’ordine stesso della peste, tanto più efficace quanto più era mediocre. Nessuno tra noi, aveva più grandi sentimenti; ma tutti provavano sentimenti monotoni. “È ora che finisca”, dicevano i nostri concittadini: in periodo di flagello, infatti, è naturale augurarsi la fine delle sofferenze collettive, e davvero essi si auguravano che finissero».

Anche noi, che adesso siamo diventati cittadini di Orano, e il mondo intero è il palcoscenico di un’umanità al collasso al limite fra disgregazione e solidarietà, ci auguriamo che tutto questo orrore finisca al più presto.

Intanto dobbiamo condividere le nostre vite con questa peste che ci appartiene. Dobbiamo restare chiusi nelle nostre case. Solo così Orano potrà rinascere, e noi potremo tornare a essere sani tra le sue mura.

Nicola Vacca

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