La perdita del mondo si chiama Apocalisse

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I temi classici che destabilizzano l’umanità, dalla paura del diverso, all’incubo ecologico dei cambiamenti climatici, al terrore epidemico che pervade la nostra civiltà medicalizzata, sono concentrati nel pericolo imminente che qui ed ora tutto il mondo osserva con stupore.

La dinamica individuale della dimensione apocalittica, diviene patologia collettiva all’interno della quale viene meno completamente ogni possibile relazione con il mondo, tale relazione con il mondo e il suo svanire nella vorticosità delle relazioni e nella molteplicità immanente del reale, mette in crisi l’istituzione familiare e ogni convenzione.

L’individuo sopraffatto dalla dimensione apocalittica cerca di contrastare il proprio stato d’animo, tuttavia ciò non sempre riesce poiché la debolezza è la caratteristica fondamentale della tensione interiore che potrebbe definirsi malata per i continui cedimenti, si realizza dunque la perdita del proprio mondo in quanto il mondo esterno diviene sempre più incontrollabile.

Di conseguenza le azioni dell’individuo sono dettate da una necessità patologica con la quale comincia così la perdita del principio di realtà ed ha inizio l’apocalisse: si perde il mondo dell’appartenenza familiare, si perde il mondo delle consuetudini e delle buone maniere, si perde infine il lavoro, ultima appartenenza al mondo. L’elemento psicopatologico essenziale della fenomenologia apocalittica, vuol dire intendere la malattia non soltanto come individuale, ma collettiva, non soltanto connessa a uno specifico vissuto esistenziale ma come determinazione epocale, la colpa dell’individuo è la colpa dell’intera umanità : “….di vivere il crollo dell’ethos del trascendimento, di essere in questo crollo, […], di non potersi mai porre, in nessun momento del vivere, come centro di decisione e di scelta secondo valori intersoggettivi […] il rischio di non poterci essere in nessun mondo possibile (cioè in nessun mondo che valga) fonda la colpa radicale, necessariamente immotivata perché consiste nel non potersi dare motivazioni dischiudenti valori” (E. De Martino, La fine del mondo, Einaudi 2019).

L’ethos del trascendimento si esprime in un doverci essere nel mondo ovvero imporsi contro il rischio di poterci non essere in nessun mondo possibile, dunque il doverci essere nel mondo sottende necessariamente il rischio di non esserci nel mondo, cioè il rischio del crollo di ogni ethos.

L’essere nel mondo è legato in maniera indissolubile al proprio mondo, ovvero ciò che rende un mondo il proprio allontanandolo da ogni angosciante elemento esogeno. La nostra identità è dunque inserita in tutto ciò che la circonda, nella propria comunità culturale. Il rischio di perdersi e di perdere la propria patria culturale è lo stesso rischio che si corre nel perdere il legame inscindibile tra il singolo e la comunità, nel momento in cui si smarrisce l’orizzonte simbolico garantito all’interno di una specifica comunità, anche l’individuo vacilla.

L’angoscia che serra la gola al nostro tempo si realizza nel fatto di aver smarrito qualsiasi orizzonte simbolico al quale fare riferimento. Il rischio maggiore si concretizza nell’annullamento di ogni memoria culturale. Perso qualsiasi orizzonte simbolico che caratterizza il nostro essere al mondo, ci ritroviamo ad aver smarrito anche l’ethos, determinato dal crollo dell’orizzonte culturale comunitario.

L’unico strumento per superare la crisi, per evitare il rischio del crollo è quello di rivolgere lo sguardo all’interno della stessa comunità e ritrovare la salvezza. I progressi della tecno-finanza hanno annichilito sul piano simbolico ciò che di fatto delinea il profilo della comunità. Il simbolo è il legame più stretto che vincola l’individuo alla comunità, è necessario che si comprenda una volta per tutte che non sarà a livello individuale che si potrà cambiare le sorti del mondo e che l’uomo in quanto tale esiste solo all’interno della comunità culturale.

Gianfrancesco Caputo

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