Turati, il riformismo socialista e la libertà

TUR

Filippo Turati, grande uomo di pensiero e di libertà, tra gli esponenti più autorevoli del socialismo italiano, soprattutto di quello riformista e democratico, fondatore a Genova nel 1892 del Partito dei Lavoratori Italiani.

Gaetano Arfè, storico insigne del movimento socialista, scrive: «Ma la sua biografia politica coincide con la storia del Partito socialista e in esso, soprattutto, della corrente, la sua, variegata e articolata in gruppi diversi, che occupa, anche quando minoritaria, posizioni di prestigio e di forza nel movimento di classe, nel gruppo parlamentare, nelle amministrazione locali e che a lui fa costante riferimento. Ed è proprio nella sua capacità di raccogliere, di assorbire criticamente e di far proprie tutte le esperienze intorno a lui maturate, nella cerchia degli intimi e nelle robuste forze operanti nella realtà, che sta la radice di quella originalità che lo immette senza forzature tra le maggiori figure del socialismo europeo. Turati fu e volle essere un maestro e non un capo, un maestro di dottrina, di morale, di stile; volle, e seppe essere, la guida che indicava la strada, ma senza mai staccarsi dal suo popolo anche quando lo vedeva, spregiando le sue indicazioni e irridendole, avviarsi lungo sentieri irti di pericoli. Il suo strumento non fu il giornale, non fu l’Avanti!, ma una rivista, la Critica Sociale. Detestò la demagogia, adoperò con arte la buona retorica».

Il suo riformismo si schierò sempre contro ogni soluzione rivoluzionaria violenta e nel congresso del 1921 a Livorno, che vide la fuoriuscita dal PSI della componente massimalista e comunista da cui nacque Il Partito Comunista d’Italia, Turati intervenne energicamente per rivendicare una ben precisa idea di sinistra ( e socialista) che al centro del suo agire mette la libertà e il dialogo tra idee democratiche e pacifiche.

Un uomo politico lungimirante e mai dottrinario. La sua accettazione della democrazia è rifiuto di credere nella virtù creatrice della violenza, è negazione della ipotesi che il socialismo possa essere costruito a colpi di decreti da un potere rivoluzionario onnipotente, è convinzione che nessuna conquista solida sia possibile senza il consenso cosciente, attivo e costruttivo delle masse che si rappresentano.

Quello di Turati era un socialismo che rifiutava ogni suggestione del tutto e subito. Turati era, comunque, un socialista a tutti gli effetti perché aveva come obiettivo il trasferimento della proprietà dei mezzi di produzione in mano pubblica. Il proletariato non si può emancipare di colpo, non si può credere nell’ “illuminazione” rivoluzionaria: non rivoluzione, ma evoluzione graduale.

Il tempo del socialismo è un lungo tempo storico fatto di mediazione e di ragionevolezza: il proletariato raggiungerà la maturità attraverso le riforme; il riformismo è lo strumento per arrivare alla consapevolezza e deve abituare il proletariato alla sua futura evoluzione. Compiti del riformismo sono quelli di educare le coscienze, di creare reale solidarietà tra le classi subalterne.

Per Turati, se il proletariato è ancora immaturo, la rivoluzione sarebbe dannosa: il massimalismo significa contestazione, non migliora la condizione del proletariato, non è detto che porti a dei risultati evocare una selvaggia lotta di classe; anzi, tale lotta di classe porterebbe alla distruzione dell’economia, costringendo il proletariato ad una miseria ancora più cruda.

«La ragione è che nel caso di Filippo Turati,- scrive Spencer Di Scala nel suo libro Da Nenni a Craxi – padre del riformismo italiano, il confronto tra quello che i riformisti italiani volevano fare, alla luce dello sviluppo della società e della politica italiana, è molto più concreto che nel caso che ho citato. Nel caso del riformismo turatiano si possono individuare idee concrete e soluzioni per problemi che ancora affliggono l’Italia e, se i riformisti avessero vinto le loro battaglie, avremo oggi un’Italia molto più civile e moderna. Inoltre, si è persa la memoria storica di Turati e dei riformisti della sua epoca sicchè al giorno d’oggi, quando si parla tanto di riformismo, dopo 85 anni, gli italiani sono costretti a riscoprire una robusta tradizione italiana invece di poter costruire delle politiche adeguate per confrontare il mondo moderno sulle fondamenta gettate da Turati e dai riformisti della fine dell’ottocento e l’inizio del novecento».

Non c’è filone di pensiero politico nell’Italia del nostro secolo che si sia svolto in forme di altrettanta lucidità e di altrettanta coerenza, che abbia dato un contributo altrettanto tempestivo e realistico alla comprensione di quanto accadeva nella società europea squassata e sconquassata dal “fatto e dal misfatto” della guerra: non i democratici e gli estremisti che giurano sulle potenzialità democratiche e rivoluzionarie del conflitto; non i liberali che accedono, per anni, Giolitti e Croce in testa, a un pudibondo filofascismo; non i comunisti che vagheggiano l’assalto al potere mentre si spalancano per loro le porte delle galere; non il cattolicesimo politico che si frantuma nella crisi; non le gerarchie ecclesiastiche che sigleranno con Mussolini il Concordato e lo acclameranno “uomo della Provvidenza”.

Filippo Turati sostiene che le libertà sono tutte solidali. Non se ne offende una senza offenderle tutte.

Oggi le offese alle nostre libertà le stiamo subendo. Turati ieri aveva ragione.

Nicola Vacca

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