“Thérèse Raquin”: il lato oscuro del cuore umano.

zola

È impossibile, leggendo “Thérèse Raquin”, non accorgersi del senso di vaga inquietudine che affiora già tra le parole del primo capitolo per poi accrescersi e rafforzarsi pian piano fino all’epilogo di questo straordinario romanzo di Zola: non soltanto la descrizione minuziosa di quello che farà da sfondo alla terribile vicenda narrata, il passaggio del Pont-Neuf con le sue “boutiques obscures” [1], ma anche l’immagine stessa della protagonista, ferma alla finestra e assorta a fissare in silenzio “la grande muraille noire” sopra la galleria, prima di mettersi a letto nella più sdegnosa e sinistra indifferenza, trasmette al lettore una sensazione di disagio non pienamente esprimibile a parole. La stessa malaise vissuta dai personaggi di quest’opera, dove la miseria umana finisce per imputridirsi al pari dei cadaveri restituiti dai torbidi fondali della Senna.

Tra i maggiori nomi della letteratura francese e internazionale, Émile Zola (1840-1902) dà vita a una trama in apparenza semplice (lei, lui, l’altro), dagli sviluppi però complessi e devastanti, nella quale si riconosce la genuina maestria e il fascino della penna dei grandi narratori dell’Ottocento. Quella di “Thérèse Raquin” è la storia di un tradimento, tema di certo non nuovo che i romanzi dell’epoca non disdegnano. Come la forse più famosa Emma Bovary una decina d’anni prima, anche la Raquin attraverso l’adulterio tenta di sottrarsi a qualcosa, nello specifico a un ambiente familiare simile a una sorta di prigione per lei che ha sempre obbedito senza mai opporsi alle decisioni della zia, la merciaia madame Raquin. A differenza del personaggio di Flaubert, però, quello di Zola non sembra essere mosso dalla brama di lussi né da deliri o capricci romantici in netto stridore con la monotonia della vita di provincia. Cresciuta accanto al sempre malaticcio cugino Camille, a causa dell’educazione che le è stata impartita, Thérèse ha represso un’indole nervosa e una vitalità che ardono sotto la cenere di un silenzio apatico e pesante, troppo pesante per una ragazza dall’agilità felina e in preda a una voglia selvaggia di correre e urlare.

               “Sa tante lui avait répété si souvent: «Ne fais pas de bruit, reste tranquille», qu’elle tenait soigneusement cachées, au fond d’elle, toutes les fogues de sa nature. Elle possédait un sang-froid suprême, une apparente tranquillité qui cachait des emportements terribles.”

 

Il matrimonio con Camille è stato voluto dalla zia, mossa dalla premura di lasciare un giorno il gracile e cagionevole figliolo alle cure di una fidata moglie-infermiera; pertanto, il tradimento di Thérèse viene commesso sia nei confronti di quel marito insulso e sessualmente poco appetibile, che puzzava di malattia e abbracciava in modo pressoché identico la madre e la cugina, sia verso l’anziana madame Raquin, che da “ses enfants” conta addirittura di avere nipoti. L’adulterio al centro della narrazione ha così per la giovane donna il sapore di una sorta di riscatto dalla vita grama fin lì condotta, mentre la pura casualità le offre come amante il vigoroso Laurent, impiegatuccio e artista fallito, nonché conoscenza di lunga data di Camille. Con le sue aspirazioni da parassita, l’uomo mira a divenire, al tempo stesso, amante della moglie, amico del marito tradito e, cosa non trascurabile per uno scapolo costretto ad accontentarsi d’insufficienti pasti da quattro soldi, quasi un secondo figlio oggetto di amorevoli cure da parte della vecchia madre. Casa Raquin, dunque, come rifugio ideale per evitare la noia di serate altrimenti solitarie e appagare appetiti sessuali senza dover ricorrere ad amanti costose; seppure non bella, come viene percepita all’inizio, Thérese appare inoffensiva e dotata di carattere remissivo. Tuttavia, gli ingenui progetti del seduttore non hanno fatto i conti con l’impeto erotico di una donna che avrebbe finito per renderlo ebbro e dipendente da una carnalità che di colpo sulla scena irrompe inaspettata, potente, destabilizzante. E a quel punto la vedovanza di lei sarebbe stata considerata, da entrambi, di gran lunga preferibile a qualsiasi ripiego clandestino. La sorte di Camille, in verità, risulta segnata fin dal primo brutale contatto tra i due.

“[…] A partir de ce jour, Thérese entra dans sa vie. Il ne l’acceptait pas encore, mais il la subissait. Il avait des heures d’effroi, des moments de prudence, et, en somme, cette liaison le secouait désagréablement; mais ses peurs, ses malaises tombaient devant ses désirs. Les rendez-vous se suivirent, se multiplièrent.

Thérese n’avait pas de ces doutes. Elle se livrait sans ménagements, allant droit où la poussait sa passion. Cette femme, que les circonstances avaient pliée et qui se redressait enfin, mettait à nu son être entier, expliquant sa vie. […]”

Comparso nelle librerie francesi sul finire del 1867, il romanzo venne subito accolto dai critici letterari con toni piuttosto accesi e aspri che lo bollavano senz’appello come scabroso e indecente; qualcuno parlò senza mezzi di termini “d’ordure et de puanteur” (sozzura e puzza), così come addirittura “d’égout” (fogna) e “pornographies”. Zola stesso, proprio in virtù di tale accoglienza tutt’altro che benevola, sentì l’esigenza di scrivere una prefazione alla seconda edizione, uscita nella primavera dell’anno successivo, nella quale puntava il dito contro l’ipocrisia benpensante del tempo, precisando quale fosse il suo intento: studiare la natura umana, sotto l’aspetto sia psicologico che fisiologico, senza preoccuparsi di curare eventuali sconcezze. La scelta di personaggi dominati dai nervi e trascinati da una carnalità fatale – come dichiarò l’autore – lo colloca nell’ambito di un naturalismo ribadito con forza dalla stesura di tante altre opere successive a questo libro. Il suo realismo, con cui sottopone ad accurata osservazione persone e ambienti sociali, risulta impietoso e di lingua schietta e allarga ferite spesso già purulente.

Alla luce di tutto ciò, non stupiscono le dettagliate descrizioni per quanto riguarda le reazioni fisiche e mentali dei due amanti, nient’altro che “des brutes humaines”, in particolare quando il tumultuoso orgasmo della loro passione s’è ormai concluso dopo aver raggiunto il culmine con l’assassinio di Camille durante la gita domenicale a Saint-Ouen lungo la Senna. L’annegato, infatti, non li abbandonerà più e, paradossalmente, resterà in mezzo a loro più da morto che da vivo. Da allora, le notti insonni, le crisi di terrore, le allucinazioni, le reciproche recriminazioni, i litigi furibondi con tanto di percosse ai danni di Thérèse rendono il nuovo ménage, un tempo così agognato, soltanto uno squallido inferno dal quale non esiste possibilità di fuga, sotto lo sguardo muto e implacabile della vecchia madame Raquin, divenuta nel frattempo paralitica, e sullo sfondo di una Parigi fin dal principio lugubre e tetra che, ben lontana dai celebrati fasti di Ville Lumière, sembra farsi essa stessa una enorme e ineludibile Morgue che inghiotte tutti.

Una prosa sapiente e geniale, godibilissima anche in lingua originale, avviluppa il lettore d’ogni tempo, inchiodandolo a tratti davanti allo specchio della propria anima. Quello di “Thérèse Raquin” non è un testo osceno, come qualcuno insinuò miopemente all’uscita del romanzo, ché la licenziosità è ben altra cosa, e nessuna sinossi può rendere l’idea della reale complessità delle sue pagine al di là dell’adulterio e dell’omicidio che accendono semmai curiosità morbose. “Thérèse Raquin” è molto altro, anzitutto un viaggio nel male, in quel lato oscuro del cuore umano, al quale il finale inatteso e repentino può concedere forse pietà, ma non redenzione.

Laura Vargiu

[1] Citazioni tratte da Émile Zola, “Thérese Raquin”, préface de Robert Abirached, Gallimard, 1999.

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