Sulla malattia e sulla nostra vulnerabilità

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La dimensione mondiale della tragedia che ognuno di noi sta vivendo direttamente o indirettamente nella feroce cronaca quotidiana dei numeri della malattia, fornisce l’occasione ai reclusi curtensi uno spazio di riflessione proprio sul tema della malattia.

La malattia è l’aspetto fenomenico che la vulnerabilità assume quando invade il corpo, il suo manifestarsi sembra estromettere dalla vita il progetto fondamentale dell’Esserci, si insinua pertanto il dubbio se sia ancora possibile un progetto di vita nella malattia, in effetti tale progetto di vita nella malattia non può più essere un prolungamento della vitalità che ha caratterizzato il tempo della salute, quel tempo nel quale la vulnerabilità era un’immagine lontana e velata dalla inequivocabile percezione del proprio indefinito dominio sul corpo e sul mondo.

Nella malattia il progetto di vita deve necessariamente essere ridefinito per contrastare la percezione di annullamento che la vulnerabilità lascia come impronta sul corpo. L’esperienza della malattia risulta essere indiscutibilmente un attacco all’integrità personale, decomponendo repentinamente la sinergia tra persona, corpo e tempo. Quella sinergia che solo la cura in senso lato rende possibile, la cui indispensabilità per il nostro poter essere è stata oscurata alla vista della nostra coscienza a causa dall’ipertrofia del senso di autonomia.

Nelle vite straziate dalla vulnerabilità che si manifesta come malattia si impone l’isolamento e il sigillo della chiusura, la malattia si afferma come luogo privato, spazio circoscritto di sofferenza e decomposizione dei legami sociali che offende oltre il corpo malato, incidendo anche sulle vite dei portatori di cura e rendendo cagionevoli i legami familiari. L’allontanamento dalla socialità ed il depauperamento delle disponibilità di cura reperibili all’interno dei sistemi familiari contribuiscono ad ampliare l’effetto della vulnerabilità, ovvero la concretizzazione della condizione essenziale di vulnerabilità in una offesa al corpo tale da compromettere la reale possibilità di esprimere pienamente il proprio più autentico poter essere.

Gli stessi familiari che operano la cura sono in tal modo coinvolti dalla diminuzione della loro capacità di risposta alla vulnerabilità, intendendo con questo concetto la situazione di quei portatori di cura che per le stingenti necessità di cura delle persone vulnerate con cui sono in relazione non sono più nella condizione di provvedere ai propri bisogni quotidiani, offrendo così il fianco alla vulnerabilità la loro stessa condizione di vita, sommandosi così, alla vulnerabilità da malattia  la  vulnerabilità da cura, con una disarticolazione aggiuntiva delle integrità personali.

Si pone dunque il problema su come modificare la chiusura che esprime l’espropriazione dell’integrità personale tra bisogno di cura e risposta di cura, dove paradossalmente è la stessa necessità sia del bisogno che della risposta ad essere espropriante. L’assunzione preventiva al principio di vulnerabilità delle idee di solidarietà e comunità, inteso come principio morale di ispirazione del diritto, permette di vedere nella malattia la possibilità di uno spazio pubblico, luogo di scaturigine del legame sociale, spazio dialettico in cui ridefinire la progettualità dell’essere ovvero un orizzonte di possibilità che comunque continua ad essere presente.

La malattia può trasmutare se la vulnerabilità che la origina è recepita preventivamente come principio orientatore delle politiche di protezione e di sostegno, che riconoscano i diritti di chi ha necessità di cura e di chi vi risponde operando la cura. Politiche in grado di andare oltre l’impotenza della vulnerabilità mettendo in campo tutte le componenti essenziali del vivere ovvero del convivere comunitario e solidale quale l’atto di cura, espressione della richiesta di dignità del corpo che si manifesta nel suo bisogno di cura, e dell’urgenza morale di corrispondere ad un bisogno di aiuto che benché sempre annunciato, deflagra inatteso nelle vite di ognuno.

Gianfrancesco Caputo

(In copertina : Van Gogh)

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