E il sole non sorse: probabilità, abitudine e verità

 

Sarò banale in questa mia riflessione, talmente banale da rispolverare qualche concetto appreso già al liceo, durante le lezioni di filosofia, per far notare quanto siamo poco abituati al venir meno dell’abitudine.

Ebbene, qualcuno si ricorderà di un tale David Hume (1711 – 1776). Nelle sue critiche radicali, lo scettico Hume arrivò a sostenere che gli eventi che crediamo legati da un nesso causale, in realtà sono soltanto vicini nel tempo e nello spazio. È la ripetizione a farci credere che da un avvenimento A ne derivi uno B, perché di solito osserviamo, ad esempio, che al primo segue il secondo.

Al di là della nota critica al principio di causalità, si può osservare semplicemente che siamo predisposti a credere che, se un evento si è verificato fino a questo momento, si verificherà sempre. È una questione di risparmio energetico, di sopravvivenza: ciò che è abituale permette di inserire il pilota automatico e procedere senza troppo investire in termini di pensiero.

Ovviamente l’assoluta prevedibilità è una pura illusione. Serve, ma è pur sempre ingannevole. Che il sole sorga da miliardi di anni non vuol dire che sorgerà anche domani… è solo molto, molto probabile.

Se questo vale per la fisica, potrebbe non valere per altro? Ovviamente no, ma noi non abbiamo il tempo di fermarci a pensare, per vivere c’è bisogno di trasformare la probabilità in certezza e fingere che le sabbie mobili sulle quali ci stiamo muovendo siano in realtà solida roccia.

Il più delle volte funziona, in questi ultimi giorni, però, abbiamo scoperto con orrore che esisteva la possibilità di sprofondare.

Nessuno poteva immaginarlo? Certo che si poteva. Tralasciando i dettagli del come, ogni buon filosofo sa che il mondo come lo si conosce, i suoi sistemi di valori, le modalità di interazione tra gli individui, gli assetti politici, le classi sociali e tanto altro, che si percepisce come immutabile… tutto questo si regge su un terreno talvolta abbastanza solido, reso forte dall’abitudine, ma decisamente NON inscalfibile.

Sono illuminanti, a tal proposito, le riflessioni di Ludwig Wittgenstein (1889 – 1951) sul concetto di certezza. Ogni cosa di cui siamo certi, ogni presunta inoppugnabile verità, non può che poggiare su un nulla, semplicemente su una credenza diffusa, che quasi nessuno osa o si preoccupa di mettere in dubbio. Esiste, infatti, un punto oltre il quale le domande non possono spingersi, perché, se lo facessero, ciò significherebbe far vacillare ogni cosa.

Questo punto lo stiamo quanto meno sfiorando in questi giorni, soppesando valori che dimostrano una certa inconsistenza di fronte alla prospettiva di non uscire, non mostrarsi, non produrre, non comprare. Come svegliandoci da un sogno ci siamo resi conto che l’imperativo “l’economia deve girare” non può che inginocchiarsi di fronte a quello che avevamo considerato ovvio: la vita nella sua banalità biologica. Molti oggi notano con stupore che per vendere e comprare si deve essere vivi e in salute. Molti notano solo adesso di essere mortali e che, da morti, il denaro, come tante altre cose, serve a poco.

C’è una base che si era data per certa e che certa non lo era affatto.

La statistica, questa volta, ci ha giocato un brutto scherzo, perché, a parte qualche povero, inutile filosofo, nessuno ci aveva mai fatto notare che una probabilità, per quanto elevata, non sarà mai una verità assoluta.

Angela Nese

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