Giuseppe Battaglia e il dolore sepolto sotto una montagna di carte

volume agorà

Demian, Il lupo della steppa e Siddartha: citazioni da questi romanzi di Hermann Hesse, che nella postfazione Donato Di Poce definisce “lezioni poetiche”, scandiscono il fluire di Sotto una montagna di carte, la raccolta di poesie di Giuseppe Battaglia, la prima della collana Agorà, come fossero tre pietre miliari.

Il libro, però, presenta anche e soprattutto un’organizzazione cronologica, basata sugli anni in cui le poesie sono state scritte, dal 1980 al 1983. Si tratta del periodo trascorso dal giovane poeta nella città di Bologna.

Il tono di questi anni è segnato da un profondo senso di pesantezza, che si insinua nei versi sin dall’apertura dell’opera, come testimoniano, ad esempio, le parole di alcune tra le prime poesie: “Trascinato dalla vita/ fra le  mie mani/ la vedo fuggire” oppure “La brace lenta/ consuma/ la sigaretta/ incerta la cenere/ cade per terra”.

Sono versi di stanchezza e gravità quelli di Battaglia, capaci abbattersi sul lettore per mostrargli all’improvviso, attraverso un’immagine o una riflessione fluida e senza virgole, tutto il peso dell’esistenza. È spesso violenta questa presa di coscienza, che porta anche l’Autore a cozzare non solo contro la realtà esterna, ma anche contro il proprio mondo interiore: “di notte/ come assassino/ uccido i ricordi” scrive il poeta.

La poesia che chiude il primo anno si apre con un’immagine solo apparentemente serena, ma che si esaurisce in un ultimo verso tagliente e crudo: “L’alba spunta/ senza chiedere niente/ in silenzio/ dirada le tenebre/ con la sua luce/ denuda l’inferno”. Si può considerare, questa, la lirica speculare rispetto a quella che chiuderà l’intera raccolta.

Il verso lapidario continua a incidere la coscienza di chi legge anche nella seconda parte e si insinua tra le pagine una certa frenesia, una sorta di delirio onirico che offre allo sguardo del lettore fiamme ed ebbrezza.

Dentro/ l’angoscia/ ballano corpi/ storditi/ da suoni/ ossessivi” scrive Battaglia nella poesia che apre l’anno poetico 1981. La follia sembra farsi spazio sempre più tra i versi, e “attraversare le porte della follia” significa essenzialmente essere venuti al mondo, essere divenuti individui.

Era meglio/ restare argilla/ dentro un ventre/ di terra./ Senza ferite/ avrei fatto parte/ dell’assoluto”: risuona agghiacciante in queste parola il greco “kreitton me phynai”, “meglio non essere nati”.

L’anno 1982 restituisce dalla montagna di carte cinque poesie di incredibile intensità, nelle quali è portata avanti l’idea della nascita come evento doloroso; è dal fango che si plasma la vita, essa è passaggio alla follia della distinzione, mentre la mente, la coscienza emerge dalla nebbia. Il poeta assiste esterrefatto allo spettacolo dell’acquisizione di una forma da parte di tutti gli esseri, uno spettacolo cruento, terribile, che egli osserva come qualcuno che cammina “in un deserto di spine/ anche quando la pelle/ si strappa a brandelli”.

Ma il poeta è anche trasgressore della legge del costituito, è un Prometeo, come si legge in una delle poesie del 1983. Illuminante il riferimento al titano, incatenato e condannato a farsi strappare il fegato dagli avvoltoi in eterno per aver portato il fuoco agli uomini.

La poesia, dunque, illumina, ma a quale costo? I suoi profeti sono dannati per sempre, tormentati senza sosta, perché l’unico poeta possibile è un poeta maledetto.

Incredibilmente, con una svolta inaspettata, le ultime due poesie offrono un’alba al buio delle pagine precedenti. Le stelle si sostituiscono all’improvviso ai fuochi e alle braci, indicando un’unica via d’uscita possibile dal delirio dell’esistenza, segnata irrimediabilmente dal principium individuationis.

Come bimbo/ pieno di gioia/ cerco chiarore/ nel buio delle notti./ L’amore ha una luce/ un nome un volto” scrive in chiusura Giuseppe Battaglia.

L’Amore è il contraltare di Dio; se il Creatore genera dolore ponendo mano all’essere, l’Amore sembra l’unica cosa in grado di portare l’uomo fuori dalle tenebre della creazione.

Se Dio ha creato la notte, l’Amore fa sorgere finalmente, dopo tanta insostenibile oscurità, la luce del giorno.

Angela Nese

( Giuseppe Battaglia, Sotto una montagna di carte, L’AargoLibro editore pagine 86, euro 14, http://largolibro.blogspot.com/2019/12/giuseppe-battaglia-sotto-una-montagna.html)

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