Il poeta nelle ferite dell’imperfetto

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«La forma della vita non si lascia dire dalle parole dell’attualità, ma da quelle della poesia. La voce quotidiana degli uomini propone i contenuti della volontà e del sapere, i programmi della coscienza, magari con qualche smagliatura: ma non cerca, anzi evita, le figure del destino».

Così Cesare Viviani, figura di assoluto rilievo della poesia italiana, scrive della vita, principale fonte d’ispirazione di ogni poeta, in una raccolta di saggi uscita nel 2004, Oggi, con l’intenzione di approfondire questo argomento, il poeta pubblica la sua nuova opera poetica.

Prima di parlare di Ora tocca all’imperfetto, appena pubblicato nella Bianca di Einaudi, voglio ricordare alcune considerazione sulla poesia che Viviani ha raccolto in La poesia è finita. Diamoci pace. Almeno che…, un libretto delizioso e polemico pubblicato da il melangolo nel 2018.

Viviani in pochissime pagine mette a fuoco le contraddizioni italiche della poesia e sottolinea allo stesso tempo le ragioni principali dell’essenza della poesia stessa.

Davanti all’esagerato egocentrismo dei poeti contemporanei, il poeta senese scrive che la parola della poesia non ha finalità di comunicare contenuti e valori o di coinvolgere emotivamente i lettori. La parola della poesia ha un valore in sé, in quanto autonomia irriducibile: ha il valore straordinario di essere percezione del limite.

Più avanti Viviani rincara la dose e scrive che nella poesia non c’è incremento di intelligenza, di conoscenza e di incremento intellettuale, ma c’è la vertiginosa verità della vita.

In questi tempi segnati tragicamente dall’aggressività umana, dall’indifferenza e dal distacco dei sentimenti è importante capire le infinite cose che agitano la vita.

Questo fa Cesare Viviani in Ora tocca all’imperfetto. Al tempo della vita dedica i suoi versi asciutti che con un essenziale processo di sottrazione, grazie a una lingua lucida e magnificamente scarna, scavano nelle ferite aperte del nostro esistere viziato quotidianamente da un equilibrio precario che ormai da tempo ha stuprato il significato della presenza umana.

Il poeta denuncia il nostro «sommo soave stordimento», si indigna davanti alla perdita di senso e non si arrende al distacco immediato e istantaneo dalle cose.

L’equilibrio degli uomini con il creato si è rotto, e tutto, compreso la nostra coscienza, è diventato effimero e evanescente.

Cesare Viviani è un poeta fisico che sta nella corporalità della parola. Parola che nasce dalla mente e dal cuore ma non perde di vista lo stato delle cose e quella realtà distorta vista come un precipizio che condanna la nostra condizione di esseri prigionieri di una gabbia che ci siamo costruiti con le nostre mani.

«Si resta confusi nell’incertezza / tra questo e quel mondo, /si posa lo sguardo /sul fondo verde /punteggiato di grumi rossi: /le pendici di un monte o campi coltivati».

Il poeta sa che il valore della vita è incomprensibile, è oscuro il valore di tutto. Proprio per questo nella sua poesia ha il coraggio onesto di mescolare l’intensità del pensiero con la realtà, avvicina l’orecchio della ragione ai battiti del cuore per arginare la lotta eterna del male che è in tutte le cose.

Come il suo maestro Mario Luzi, nella stagione permanente dell’indurimento del cuore, il poeta cerca la presenza umana, ma anche la sapienza perfetta del Creatore.

Ricavare dalla vita esempi di perfetto amore, attribuire senso a ogni azione umana, entrare nel linguaggio delle cose catturate nel loro divenire, prestando attenzione all’idea di comunità pensata come “insieme degli uomini questo è il percorso poetico e esistenziale di Cesare Viviani nel sul dialogo serrato con l’imperfetto dei nostri giorni,

«Non resta che farsi del male: / già perché tutto ciò che avviene dentro / non merita, e tutto ciò che accade fuori non ci riguarda».

L’imperfezione che noi siamo il simbolo di questa età fragile, non c’è più spazio per le illusioni.  Ma se vogliamo cercare una via d’uscita con l’imperfetto dobbiamo fare i conti con il freddo delle sue immagini.

L’antidoto è ancora una volta la poesia, che come la vita, è inspiegabile, concreta e abbagliante.

Nicola Vacca

(Cesare Viviani, Ora tocca all’imperfetto, Einaudi, pagine 136, euro 11)

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