Come gli individui per amore diventano società

Copia-di-Peccato-che-non-avremo-mai-figli_prima

Eravamo innamorata l’una dell’altra. Era talmente ovvio e forte che non si poteva discutere. E non lo discutevamo. Ne prendevamo atto.

Queste le parole ferme, decise che si possono leggere nella prima pagina di Peccato che non avremo mai figli, primo libro di Giuseppina La Delfa. Sono la constatazione di un dato di fatto, una presa di coscienza a due che segna l’inizio di un amore che di strada ne percorrerà davvero tanta. Non è un caso, probabilmente, che la maggior parte dei titoli dei capitoli corrisponda a nomi di luoghi. A ogni tappa fisica fa da complemento una tappa interiore, spirituale in senso lato.

Ogni relazione in fondo inizia con un atto di coscienza, ma nel caso di Giuseppina e Raphaelle le implicazioni sono davvero tante, sono grandi soprattutto, perché non stiamo parlando della Francia di oggi, ma di quella degli anni Ottanta, dove le protagoniste devono confrontarsi con una realtà, a partire da quella delle proprie famiglie, per la quale l’omosessualità femminile semplicemente non c’è, non esiste. Non ci sono parole, non sono contemplati concetti per esprimerla e questo vuoto, nel corso del romanzo, rivelerà tutta la sua doppiezza.

Se da un lato, infatti, ciò permette a Giuseppina e Raphaelle di vivere il loro amore come se fossero le prime al mondo, dunque senza l’influenza di preconcetti – “Non avevamo nomi e definizioni” scrive l’autrice – dall’altro tale vuoto le isola, le rende sole, relegandole in un mondo che procede parallelamente a quello di tutti gli altri per lungo tempo – “dopo dieci anni insieme, eravamo ancora le uniche lesbiche sulla faccia della terra, almeno per noi”.

La coppia quindi cresce, si sviluppa nel segno della creazione ex nihilo, mettendo però da parte due esigenze fondamentali, che troveranno realizzazione solo dopo anni, in momenti diversi: la prima è quella di socialità, la seconda è quella di genitorialità.

L’autrice descrive con straordinaria vivacità le tappe di questo amore, spontaneo, a tratti puro e commovente, tappe che corrispondono anche a diversi livelli di evoluzione personale; rievoca i momenti di distacco forzato, gli scontri con le famiglie e i litigi all’interno della coppia, il trasferimento in Italia e le mille difficoltà lavorative, tutti elementi che, si potrebbe dire, sono presenti in ogni relazione che si rispetti.

Quello che l’autrice sottolinea e che deve far riflettere il lettore, però, è il fatto che il duro commino comune, costellato di difficoltà di ogni tipo, puntualmente superate insieme, non basta, all’inizio, a far percepire lei e Raphaelle come coppia, così come dovrebbe essere. È l’invisibilità alla quale le condanna chi non vuole vedere né capire, quell’invisibilità che è mancanza di riconoscimento, talvolta privazione di dignità. Essere le uniche al mondo costringe a essere l’eccezione, e quel che conta perché tutto funzioni, per molti, è solo la regola cieca.

Ma le protagoniste di questo romanzo non sono un’eccezione, perché non sono le uniche al mondo e ben presto se ne rendono conto. Con la conoscenza di altre donne, di altre coppie di donne cresce la consapevolezza di essere una sorta di esercito disgiunto, frammentato dall’impossibilità pratica di comunicare. La grande rivoluzione, che cambia tutte le carte in tavola, è sicuramente quella di internet.

È a questo punto della storia che la presunta eccezione si fa regola nuova e che l’individuo si rende conto di essere parte di una società.

Tra gli ostacoli più duri da superare per Giuseppina e Raphaelle vi è quello di farsi riconoscere non tanto da persone lontane, ma da chi incontrano quotidianamente, colleghi di lavoro, amici, vicini di casa, insomma da chi, in fondo, già sa ma non vuole sapere. Ed è quasi superfluo aggiungere che la difficoltà deriva proprio da ciò che si cela dietro a quel “non voler sapere” nonostante l’evidenza.

La reticenza di tanti non ferma però quella che l’autrice chiama la “potenza costruttrice” di tante donne messe insieme, legate dagli stessi problemi, dagli stessi desideri, pur nelle loro irriducibili diversità.

E la potenza creatrice, che conduce all’essere ciò che prima non era – o semplicemente non si vedeva – è la stessa che mette in discussione quella frase pronunciata con rammarico su una spieggia del Nord della Francia, la prima mattina da coppia, e che dà il titolo al libro: “Peccato che non avremo mai figli”.

Di figli ce ne saranno, ma questa è un’altra bella storia.

Angela Nese

(Giuseppina La Delfa, Peccato che non avremo mai figli, Aut aut edizioni)

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