Una lezione di storia. La classifica della nostra vergogna

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IPSOS Mori, un istituto inglese di ricerca e analisi di mercato, stila ogni anno una classifica dei paesi più “ignoranti” al mondo.

L’autorevole istituto britannico rende noto quale percezione della realtà hanno i cittadini dei maggiori Paesi del mondo. L’ultima lista pubblicata è del 2017. In essa gli italiani si sono piazzati al 12° posto su sfera planetaria e al 1° per ignoranza in Europa. Se nel 2016 gli Azzurri non si sono nemmeno classificati per giocarsela al mondiale di calcio che si è svolto in Russia, l’anno dopo ci siamo rifatti, arrivando a un passo dai quarti di finale nella classifica dei paesi più ignoranti al mondo.

Ma soprattutto, se dal 1968 l’Italia non saliva sul tetto d’Europa, nel 2017 l’Italia ritorna a scalare la vetta del podio: prima per ignoranza nel Vecchio Continente. Ogni tanto una soddisfazione anche per il popolo italico. È un dato di fatto che gli Italiani sappiano leggere, comprendere e interpretare le statistiche relative a un evento calcistico, ma che non riescano né a leggere né a intendere la realtà socio-politica del Paese. Ciò che maggiormente imbarazza non è il dato in sé – l’ignoranza è il limite e l’ostacolo con cui ogni umana intelligenza deve misurarsi – ma l’idea che gli italiani ormai hanno della loro ignoranza: nel Bel Paese essa è ormai una sorta di prerequisito per ascendere alle alte sfere, per accedere nella stanza dei bottoni, per avere visibilità, notorietà.

L’ignoranza ormai è un abito di gala, da indossare addirittura nei grandi eventi, da sfoggiare. Il vero dramma è questo: non provarne affatto vergogna. I nostri nonni, i quali edificarono quello che furono un vero e proprio Miracolo economico, non erano sicuramente istruiti come ora, non avevano accesso all’istruzione, forse erano anche ignoranti, ma, di questo, ne provavano immensa vergogna, da spingere i propri figli, le future generazioni a non provare il medesimo imbarazzo. La vergogna è un sentimento nobile, anzi rivoluzionario. Scriveva Marx in una sua Lettera a Ruge, del 1843 che “la vergogna è già una rivoluzione” e che “se un’intera nazione si vergognasse realmente, diverrebbe simile a un leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stessa.” La vergogna è il sentimento necessario che uomini  e popoli dovrebbero provare di sé per intraprendere qualsiasi forma di rivoluzione. Quello che oggi manca agli italiani è proprio questo rivoluzionario sentimento.

Ancora il pensatore de Il Capitale asseriva, nella suddetta lettera, che “La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa.” Ma noi ne usciamo puliti: nessuno di noi si sente colpevole di tale imbarazzante situazione, anzi nessuno si sente a disaggio. Non solo abbiamo smesso di sognare un futuro e di confrontarci con il passato, ma noi ormai non abbiamo nessuna percezione della realtà che ci circonda e ci ingabbia. Non siamo più i protagonisti della storia, ma siamo sopraffatti da una cronaca, da una messa in scena che distorce la nostra quotidianità. Le nostre conoscenze sono fatte di fake news condivise e commentate su qualche social network, fatto più che altro d’immagini truccate al Photoshop. Purtroppo oggi non abbiamo più il diritto di essere “ignoranti”, anzi è richiesta tutta la nostra saggezza, ogni forma di sapere.

Carlo Cassola esortava, quasi mezzo secolo fa, a “colmare il divario fra intelligenza e potere prima che sia troppo tardi”. Non possiamo più permetterci di ignorare, di avere una percezione folle della realtà. Ne La Lezione della storia, lo scrittore ci spiega che “fino a ieri abbiamo anche potuto sopportare un potere stupido, che faceva un pessimo uso dei prodotti dell’intelligenza, [in questo frangente storico che] pone all’ordine del giorno problemi giganteschi […] è necessario che il potere smetta di essere stupido” e che la popolazione smetta di essere “ignorante”. È ora di riconciliarci con la realtà, di impugnare tutta la saggezza di cui disponiamo per affrontare gli immani problemi che ci attendono in un futuro prossimo, anzi che sono già il nostro presente. È il caso di prendere appunti al cospetto di un’ennesima lezione della storia: abbiamo il dovere di studiarla, comprenderla e di fare i conti con la realtà, decifrarla, decodificarla, affinché non ci inghiotta nelle sue sabbie mobili. Sosteneva il filosofo spagnolo, George Santayana, che “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”; oggi siamo al punto in cui chi non conosce e comprende la realtà è condannato a non avere più una storia.

Ma questa è una notizia obsoleta, attempata (è cronaca passata, augurandoci che non faccia storia): la classifica risale al 2017, sono passati due anni e, ho la sensazione, che siano passati inutilmente. Possiamo dire che la situazione italica è forse addirittura peggiorata: le librerie chiudono e le pizzerie vanno a prenotazioni; le biblioteche ammuffiscono e i centri commerciali continuano a spuntare come funghi. E questi, che dovrebbero essere meri luoghi comuni, rappresentano con rigore scientifico la realtà dello Stivale, dall’inguine all’alluce: un Paese che “ragiona” dalla vita… dallo stomaco in giù, senza cuore e senza testa. Ormai, affetto da un documentato analfabetismo funzionale, senza pudore e senza vergogna, il popolo italiano sembra essere condannato a competere per il podio dei popoli più “ignoranti” del pianeta. Almeno, ci rimane la consolazione, con un pizzico di fierezza, che torniamo a essere campioni d’Europa, e ci sono buone speranze che il tricolore sventoli sul tetto del mondo.

Gerardo Magliacano

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3 pensieri su “Una lezione di storia. La classifica della nostra vergogna

  1. Esiste un principio in psicologia cognitiva (di cui purtroppo non ricordo il nome) che correla l’ignoranza con la percezione di essa: più si è ignoranti, meno si è consci di esserlo.

    Non so invece se realmente il potere sia ignorante; bisognerebbe anche chiarire a quale potere ci si riferisce: se ai politici che salgono e scendono nei sondaggi in base a come “l’informazione” decide di sostenerli, allora sì, senza dubbio sono ignoranti; ma credo non abbiano alcun reale potere. Non tanto, almeno, quanto i poteri veri che li sostengono, e che possono permettersi di essere al di sopra di tutto, anche della definizione di ignoranza.

    Ringrazio per il consiglio letterario e mi scuso se il mio primo commento può essere sembrato pretenzioso.

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