L’Humanitas antiretorica di Nicola Vacca

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Tutti vogliono abbracciare l’Altro

Senza riuscire ad essere nemmeno se stessi.

Donato Di Poce

                                                                                                                                               

Le due citazioni mirabili ed esemplari, di Carmelo Bene e Cioran, messe ad esergo di Nondare la corda ai giocattoli (Marco Saya edizioni), potrebbero bastare  per individuare la poetica di Nicola Vacca (raro esempio di poeta e critico letterario insieme  di alto spessore e qualità).

“La trasgressione del linguaggio è trasgressione morale. E di fatto, la poesia. Non il poetico dell’anima bella – per dirla con Roland Barthes -, la poesia che è linguaggio stesso delle trasgressioni del linguaggio – la poesia è sempre contestatrice. Come Rimbaud.           (Carmelo Bene)

 Non perdere il senno è il supremo sforzo che può compiere un individuo lucido. Tutto è destinato alla rovina: la ragione, in primo luogo. Esiste tuttavia un io che, con il suo spaziare astratto, la sorveglia dall’alto: indefinibile, privo di contenuto, questo io puro segue con ansia le trasformazioni della ragione. Esso assiste alle sue debolezze, alle sue cadute sospette, alle sue assenze prolungate, spaventato dal frequente silenzio delle categorie. Essere lucido significa distanziarsi dalla ragione, cavalcare la mente, tenere d’occhio la propria identità nel suo costituirsi come nel suo disgregarsi. Ma soprattutto, essere il chirurgo del proprio cadavere. (Emil Cioran) “.

Per avere un quadro più completo delle ascendenze poetiche e culturali di Vacca, a questi autori dovremmo aggiungere almeno un insospettabile Ungaretti, e poi Camus, Pasolini, Artaud, Houellebecq, e tutta la tradizione del Neo Rinascimento Pugliese (Bene, Corti, Dodaro, Verri, Angelillo, Toma, Aprile, Vetrugno) del secondo ‘900.

Nicola è un poeta complesso ma essenziale, a suo modo civile, esistenziale  e metafisico( ci parla spesso di panchine vuote, piazze desolate, stazioni abbandonate) eppure realista sino al midollo e come ha ben detto Giulio Maffii nell’introduzione: “ …Il percorso poetico vacchiano segue il filo dell’impegno civile ma non solo, anzi trovo riduttiva questa interpretazione. Lo sguardo dell’autore è sempre rivolto verso un abisso gelido, su detriti sbriciolati dalla disumanità dell’essere vivente…”

Eppure per chi conosce e legge Vacca da molto tempo(come nel mio fortunato caso), non bastano, poiché è tale la forza esistenziale ed energetica di Nicola Vacca poeta e la sua capacità di aprirsi nuovi orizzonti  e nuclei tematici(nonostante l’annunciato abbandono della poesia per fortuna disatteso) che come Pessoa finge la sua  sparizione che è solo sparizione dell’Io nichilista in cerca di un Noi che ci dona la parola rinnovata e splendente senza più orpelli e imbellettamenti orfico-grammaticali, oltre il grado zero della scrittura e della solitudine. E leggiamo insieme…

 Il grado zero della solitudine nei centri commerciali

Palazzi di vetro enormi sorgono nelle periferie/ sono le nuove città di una città che si è arresa./ Non luoghi infiniti/ gabbie dorate di illusioni/ dove estranei si sfiorano senza toccarsi l’anima. /È morto per sempre il tempo del contatto/ su e giù per gli ascensori ci si uccide consumando/ l’utopia del dio denaro. /È un gioco finito male/ il grado zero della solitudine del nostro deambulare nei centri commerciali.

 A questo libro sono seguititi la suite sul Jazz (se prima era l’arte a dare il pretesto di parola al poeta, ora è la musica)  e il libro delle bestemmie (ma vedrete che Nicola saprà sorprenderci ancora con altri temi e perforazioni linguistico-esistenziali), ma la sua evoluzione stilistica e contenutistica da me individuata con “Luce Nera” e “Tutti i nomi di un padre” in cui evidenziavo nella postfazione: ”…una ritrovata essenzialità e secchezza linguistica, dove le parole sono sciabolate di verità e di dolore, gocce d’angoscia e d’amore stillato tra le righe…”.

La poesia di Nicola è sempre poesia vera e onesta, estrema e solitaria, sofferta nelle voragini più profonde dell’essere, sempre alla ricerca di parole e visioni che scavano nella solitudine dell’uomo e spesso nelle sue bassezze morali. Eppure l’Uomo è sempre il fulcro e il centro del suo dire, di quella sua Humanitas antiretorica estrema e nascosta spesso nella bestemmia e nello spergiuro, nell’invettiva (che non è altro che una preghiera nascosta dei veri poeti).

In questo libro “Non dare la corda ai giocattoli” che già dal titolo rivela un’invocazione a togliersi le maschere, a non far parte del grande gioco delle false illusioni, a non entrare nel circo mediatico dei giostrai dell’anima e della parola, Vacca espleta un ulteriore salto di paradigma e rivela la sua capacità di aprirsi nuovi orizzonti nell’Arte e nella Filosofia linguistica(Si vedano soprattutto le due sezioni a mio avviso innovative e centrali del libro intitolate “Hopperiana” e “Nessun elogio per la grammatica”.

In Hopperiana, il poeta prende a pretesto i quadri di Hopper, per investigare gli angoli più remoti e nascosti della nuova solitudine urbana e cosmica ed esternare il suo credo linguistico poetico: ” Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo. “ Citando una riflessione di Edward Hopper. Ma basterebbe citare i titoli delle poesie che compongono la raccolta, :” Assenza di vita in una stanza; Ogni notte dentro una notte; Vacillamenti dopo la caduta; Tutto il deserto che c’è nella notte; Una persona sola; Pensieri prima di uscire; Interno angoscia; La vita di ogni giorno; L’inverno in una sera d’estate; Da nessuna parte.

E le emozioni che il poeta prova e ci trasmette con la parola distillata sulle pagine sporche di vita, ci trasmettono tutto il tremore e l’angoscia del deserto esistenziale che la nostra civiltà tecnocratica, finanziaria,  mediatica e del globalismo disumanizzato, sta attraversando. Cito ad esempio :

Da nessuna parte

Come in un negozio abbandonato

un vuoto stringe la morsa

fuori non c’è nessun dentro

davanti un deserto che non prevede fermate.

 

 L’assenza picchia alla vetrina

 nessuno al centro della scena.

 

 Un orologio segna le sette di un mattino

 in cui l’unica alternativa allo spavento è l’estinzione.

 (Edward Hopper, Seven A.M.,1948)

Nessun elogio per la grammatica, si apre con un elogio al suo amato Cioran con un distico finale:

“…Forse è per questo che un pensiero

 apre un pensiero.” 

Che da solo basterebbe a giustificare la bellezza e la necessità di tutto il libro, ma poi il poeta si lancia in una serie di riflessioni sulla parola e la poesia che aprono varchi al cuore e al pensiero poetante e infatti Nicola scrive:” …Aprire un varco tra le parole/ è l’ultima possibilità prima dello schianto…”. Una sezione in bilico tra nostalgia e invettiva, in cui il poeta tende la mano alla poesia e alla realtà e trova invece solo poeti da commedia ubriaca, deserto di passioni e rumori che giungono dal fondo dell’invisibile.

E leggiamo a titolo d’esempio ed esortazione finale la bellissima lirica:

Nessun elogio per la grammatica

 Non c’è più una lingua /che accoglie le parole/ è agghiacciante questo tempo/ in cui non si sopravvive alle pozzanghere/ anneghiamo nella pioggia./ È inutile bussare alle case del quartiere/ le porte sono sbarrate./ In questo stato d’assedio/ si cammina nell’oscurità. /Non andiamo d’amore e d’accordo con nessuno /solo concorsi di bellezza/ e nessun elogio per la grammatica.

Donato Di Poce

(Nicola Vacca, Non dare la corda ai giocattoli, Marco Saya edizioni, pagine 108, euro 12,00)

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