Anarchia e amore di un grande poeta

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Léo Ferré è stato soprattutto poeta, ma anche cantautore che ha costruito il suo universo musicale interpretando e cantando la voce dei poeti.

Un anarchico che ha messo sempre a nudo il suo cuore. Ha lasciato un patrimonio immenso tra canzoni, poesie, libri e molto altro ancora.

Un grande uomo di pensiero che ha amato la libertà, quella che si conquista da uomini autentici rifiutando le forme vili del compromesso.

Negli anni quaranta si esibiva nei cabarets di Saint – Germain – des Prés. Proprio in quegli anni nasce la nuova canzone francese del dopoguerra e insieme a altri chansonniers mette a fuoco la sua anarchia libertaria con una canzone dagli afflati poetici.

Provocatorio, irriverente, un vero artista estremo che non si preoccuperà mai di dare scandalo. Ogni suo verso scuote le coscienze. Le sue canzoni costringono a pensare.

Ai libertari dedica la famosa canzone Gli anarchici. Mette in musica i poeti, soprattutto quelli maledetti

Per Ferré Anarchia è sinonimo di Amore. Un A sempre maiuscola che guiderà il suo cammino di artista.

«Ho pensato – scrive Carmine Torchia –  sempre che i suoi testi avessero un peso specifico importante in termini di altezza poetica, in termini di densità di contenuto: parole eversive, capaci di sabotare il quotidiano sentire, di infondere una carica vitale enorme. La sua musica protende verso melodie che non si risolvono quasi mai nella maniera più canonica: anche da questo si comprende che Ferré è stato uno che ha amato la melodia, l’ha compresa fino in fondo, e ha osato, raggiungendo campi inesplorati, perché dalla musica è stato attraversato. Le sue armonie non sono arrangiamenti comunemente intesi ma orchestrazioni, concepite dalla sua testa, dirette da lui in persona. Le sue interpretazioni ne fanno uno dei maestri che sur la scène non si sono risparmiati e hanno dato tutto quello che si poteva dare ad un ascoltatore. È per questo motivo che chi ha avuto la fortuna di incrociarlo ne è rimasto, come dire… ustionato».

Ferrè è stato prima di tutto un vero poeta che senza orpelli ha cantato l’amore, l’esistenza, la solitudine non rinunciando mai all’azzardo della parola: carnale e deflagrante, schietto e diretto, ma soprattutto sempre anarchico e libertario.

Egli fu definito da Jack Lang «memoria delle nostre rivolte, poeta delle nostre speranze». Louis Aragon affermò che «a causa di Léo Ferré bisognerà riscrivere la storia della letteratura in modo un po’ diverso». André Breton lo annoverò tra i poeti del secolo. E anche il nostro Giovanni Testori parlò della sua opera come di un «eroico e sublime Canzoniere».

Léo Ferré resta oggi uno dei più grandi protagonisti della canzone francese. La sua arte rappresenta uno degli esperimenti più riusciti di sovversione linguistica nel mondo della canzone d’autore e della musica.

Ma Ferré prima di tutto è stato un poeta che ha gridato non per riscaldare i cuori. La sua voce ha impiccato le parole per diventare il trionfo dei contrari, della coerenza, della libertà, della pace e dell’amore. Un poeta vero che nella rivoluzione ha trovato il gesto per combattere il terrorismo degli imbecilli.

Nicola Vacca

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