Settembre 1972. L’amore ci farà a pezzi, di nuovo

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Imre Oravecz, a seguito di una separazione dolorosa, inizia a riversare la sua costernazione in fogli battuti a macchina, casualmente riposti in un raccoglitore senza alcuna pretesa di offrire loro un ordine o una sistemazione logica. Il poeta e scrittore ungherese, dominato dalla tirannia del vuoto, scrive, produce, accumula pagine in apparenza slegate l’una dall’altra. Le poesie emergono di getto, istintive, dure, feroci, mai semplici, mai indulgenti, mai banalmente assolutorie. Al centro dell’inquisizione c’è la ferita dell’esistenza sigillata dall’impossibilità della riconciliazione. A distanza di anni, Oravecz decide di trasformare quella produzione poetica, in origine priva di un obiettivo editoriale preciso, in una collezione di memorie in prosa. Lo stile sintattico dell’opera che ne deriva appartiene alla sfera della purissima letteratura. Settembre 1972 mostra un’architettura linguistica e semantica rigorosa, coerente. I lunghi periodi, coordinati spesso per giustapposizione e ricchi di proposizioni avversative (ma, eppure, tuttavia…), corrispondono a un’intera stanza. L’esordio è un riferimento in molti casi temporale (Oggi, quando, in principio, era ormai tarda notte…) e la conclusione è sancita dalla cesura grammaticale, l’inesorabile punto finale che chiude una sequenza di pensieri affilati. In Settembre 1972 si esprime una voce fredda, da entomologo, distaccata dalla materia narrata. Nei 99 quadretti Oravecz cerca una via di fuga dalla frana cadutagli addosso. L’Io che parla in prima persona, un Io comprensivo e non esclusivo, denuncia l’afflizione del cuore e della mente, afflizione destinata a diventare di tutti e di nessuno.

Dobbiamo alla casa editrice Anfora la proposta di questo capolavoro della letteratura e della poesia magiara del Novecento, nella traduzione di Vera Gheno. Settembre 1972 non né è un diario né una collezione di monologhi, è piuttosto un’avventura della coscienza infelice nell’oceano dei ricordi, un’odissea sentimentale riversata in brevi capitoli che, nell’insieme, compongono uno straordinario romanzo lirico. L’evoluzione dell’opera è raccontata dallo stesso Oravecz nella prefazione alla terza edizione in lingua ungherese: “La spinta vera, decisiva, però me la diede e fu ciò a darmi un grande slancio, a instradarmi nella giusta direzione, forse anche in senso umano, il fatto che, in quella forma spontaneamente costituitasi, di mediamente venticinque righe, che in apparenza si limitava alla sola annotazione, trovai, a mo’ di una gallina cieca, uno strumento che aprì innanzi a me orizzonti pressoché infiniti. Un’elasticità di struttura, un’apertura linguistica in grado di inglobare elementi di ogni tipo e ordine”. Settembre 1972 non presentava gli argomenti cari al socialismo reale, non aveva nulla a che vedere con i canoni estetici di regime, pertanto fu osteggiato e circolò clandestinamente. “Il protagonista”, precisa Oravecz, “non sono più io, anche se è tutto scritto in prima persona singolare. Piuttosto, è un personaggio suddiviso in più figure… come pure è evidente che neanche la protagonista è quella particolare donna”. Ne risulta un uomo sfaccettato, sezionato, raffigurato senza inibizioni nelle sue debolezze morali e sessuali, una figura irriducibile allo stereotipo del proletario tutto d’un pezzo ed eroicamente asservito alla Causa del comunismo. Oravecz fu trattato da dissidente e visse per un periodo in America, per tornare in patria ai tempi del primo governo democraticamente eletto.

In principio era”, recita l’incipit della prima stanza, un’apertura che riecheggia il Vangelo di Giovanni. “In principio era il tu, era l’allora, era il cielo azzurro, era il sole, era la primavera”. Poi, però, “il tu è divenuto lei, il là qua, l’allora l’adesso, il cielo azzurro fumo nero, il sole pioggia, la primavera inverno”. Oravecz descrive la parabola della relazione amorosa, dagli approcci di partenza fino al suo deflagrare rovinoso, passando per i momenti di estasi, di dolcezza, di passione. L’autore racconta le fasi della relazione, che si sostanziano nel contatto corporeo, nel tocco, nell’abbraccio, nell’amplesso, nella sfida lanciata al tempo che tutto porta a consunzione. Sogni di esperienze future e di felicità comune si stagliano all’orizzonte, attraversano l’aria, dimorano nei cuori, latitano in un interregno di instabile stabilità e a un certo punto, trafitti dall’imprevedibilità degli eventi, rattrappiscono. Indizi di gelo insinuano sospetti di disamore, la paura insidia i passi, si leva alto il canto ossessivo della gelosia. Settembre 1972 espone il fianco a suggestioni cinematografiche che vanno dall’interesse analitico per l’amore di François Truffaut alle spietate sentenze sulla vita di Krzysztof Kieslowski. Un espediente narrativo segna lo stacco tra l’eden delle origini e l’inferno delle destinazioni. “Mi ricordo bene il tuo primo arrivo, eri in gonna corta, camicetta trasparente, sandali leggeri, il tuo bagaglio era leggero come una piuma, e in qualche modo eri leggera come una piuma anche tu, serena come la primavera in cui venisti, vigile. Ben disposta verso tutto, e giovane…. e mi ricordo bene il tuo ultimo arrivo, eri in un lungo tailleur, un maglione pesante, scarpe chiuse, il tuo bagaglio era pesante, e in qualche modo eri tu stessa più pesante, e rannuvolata come l’autunno in cui venisti, chiusa, ormai insensibile nei confronti di certe cose e più vecchia”. La scena è rovesciata, la visione idilliaca è infranta e convertita drammaticamente nel suo contrario.

Lo scrittore ungherese, stoicamente esiliato al di là della speranza, sublima squarci di memoria tingendoli nel colore dello smarrimento. “E allora dicesti, è finita, anche se c’erano stati segnali nefasti, ma a me, forse perché il momento non era adatto, forse perché l’occasione non era conveniente, giunse inaspettatamente e non sapevo che farne, me lo dicesti con dignità, perché non si poteva cambiare, e non ne sarebbe nemmeno valsa la pena”. La sua prosa poetica insiste nel rappresentare i confini, le frontiere, l’incanto di paesaggi rurali intimi e personali, calcando l’accento sulla geografia dell’Europa novecentesca divisa in blocchi. Altrove, subentrano panorami esotici, d’oltreoceano, necessari luoghi di erranza per chi è scacciato dal paese natio. Il contesto influenza le emozioni umane. Frammenti di storie gravitano attorno a un baricentro immaginario, elementi disparati sono chiamati a raccolta da un’invisibile calamita. “Stavo lì in piedi nella tua città preferita, la meraviglia del rinascimento settentrionale, nell’immediata vicinanza di regge, torri, fontane, sulla pensilina della stazione ferroviaria, mi avevi accompagnato fin là, sebbene fossi arrivato da solo all’ultimo momento, fino allora era stato come se tu fossi sempre con me, visto che in qualsiasi momento, da qualunque cabina telefonica per la via ti avrei potuto chiamare e sentire la tua voce”. Sono miniature fragili, abitate, a turno, da un amatore attirato in dolenti stanze di periferia, da un innamorato affascinato dai borghi di campagna in primavera, da un giovane viaggiatore con la valigia gonfia di disperazione… Tante vite, un’unica vita. Fantasia e realismo si passano il testimone. Intorno a lui, a loro, la natura si squaderna in pascoli e fiumi, nevi e declivi e, laddove è l’America onirica a prevalere, in bagliori d’oceano e in eucalipti accarezzati dalla malinconia. La donna intangibile, restituita a una libertà che disorienta, è per l’autore un vanishing point che assolve al duplice ruolo, complementare, di fuga infinita e di eterno ritorno dell’uguale.

Nei deliri d’amore si può confondere il proprio ruolo nella vita reale con il profilo di personaggi immaginari, ad esempio uno sconosciuto poeta cinese vissuto secoli fa, “su una sottilissima neve vergine sono venuto qui al lago, dove sono adesso, lungo il percorso si è alzato davanti a me uno stormo di pernici, sono venuto qui per pensare”; ed è concesso rivelare all’amata ora latitante, persa in una muta assenza, le coordinate spazio-temporali della scintilla primordiale, “là, nella valle bollente chiusa tra i boschi, su quel prato che da allora è stato sommerso e trasformato nel fondo di un lago artificiale, allora, quell’estate, in una delle pause pranzo della raccolta del fieno di quell’anno, quando eravamo piccoli braccianti alla giornata, tu in gonna corta, io in pantaloncini, stavamo smaltendo la stanchezza, distesi in terra, vicini l’una all’altra, ma senza allungare verso l’altro nemmeno un dito”; ed è lecito avvicinarsi con le parole all’inesprimibile, quando, l’ultima settimana di una remota estate, tra le pieghe di una vacanza, “all’improvviso mi prese una tale tenerezza nei tuoi confronti che quasi mi vennero i brividi e, mentre nello spazio esterno andavo avanti con te, era come se nello spazio interno fossi fermo in un punto, distaccato dal presente, lanciato come un’esca al futuro, nel quale quest’immobilità, questo essere fuori dal tempo non si è più ripetuto”; e, ancora, è permesso riconoscere il volto di un figlio mai nato, abortito come i sogni, “impotente abbandonato a se stesso, orfano, tra tutti quegli sconosciuti, sul bus dell’eternità, sul quale, contro la sua volontà e senza averglielo chiesto, l’abbiamo fatto salire”.

Oravecz non nasconde nulla della fenomenologia degli atti d’amore, nemmeno l’autoerotismo. In Settembre 1972 l’aderenza ai fatti è garantita dall’allontanamento poietico dell’autore dall’oggetto. Ogni chiusura di stanza corrisponde a un giudicare, non tanto in accezione moralistica quanto teoretica. La tensione prodotta dal lungo periodare si sfiata in una presa di coscienza lapidaria, oppure in una mossa irrevocabile. “Ed è per questo che poi iniziai a delirare lamentandomi, ed è per questo che mi stesi sulla terra fangosa, inzuppata dalla pioggia, nella desolata notte di un quartiere dormitorio… e vergognandomi di quanto sarei ridicolo se ancora soffrissi per te, corsi fuori… e con questo dimostrasti di non sentire assolutamente niente… e lentamente, ma inesorabilmente invecchiamo, e alla fine, come l’uno all’altra, ci arrenderemo alla morte”. Il giudizio equivale a pensiero che inchioda il sentimento a regole universali. Non vi è uomo o donna che non possa comprendere le riflessioni di Oravecz. Sono, letteralmente, riflessioni di tutti.

La donna è viva, la donna è vera, la donna è l’uomo. Il poeta scrive di una donna libera e fuori dagli schemi, non necessariamente buona e non sempre virtuosa, una donna esposta all’intero spettro delle virtù e delle abiezioni umane. Lei è santa e bugiarda, lei è benedetta e colpevole, lei è tirannica e melodiosa. Oravecz prospetta il suo/nostro buen retiro, rifugio della mente e della carne nell’oasi finale della vecchiaia, “quando rinuncerò anche a te e non ci sarà più né passato, né presente, né piacere, né sofferenza, e non ci sarai nemmeno tu, perché non vorrò che tu ci sia, ci sarà solo un futuro, bello e impietoso”. Fare un deserto e chiamarlo pace. L’amore ci farà a pezzi, di nuovo.

Alessandro Vergari

(Imre Oravecz, Settembre 1972, Ancora edizioni, 2019, traduzione di Vera Gheno)

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