La fabbrica della cultura. Un responso

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La fabbrica culturale incorona le nostre paure. Ridà loro la voce, le rimodella, le rende irriconoscibili ai nostri occhi, ce le rimette davanti in forma di cibi, di vestiti, di prodotti cosmetici, di libri, di film, di canzoni, di opere teatrali, di tutto ciò di cui potremmo fare a meno.

La fabbrica culturale è specchio delle nostre fantasie. Prima le perverte, poi le deforma, da brutte le rende belle. Tutti meravigliosi i nostri dolori; sublime ogni impudicizia.

La fabbrica culturale sa disgregare il senso etico ed estetico. Non c’è niente di sbagliato, perché la vita e la morte sono un bel gioco e tutto ciò che vi sta in mezzo è un grande spettacolo da ammirare. È come quando si va al teatro, se non ti piace la pièce puoi decidere di andare via. Puoi uscire dalla porta di servizio e bestemmiare. Puoi andare al botteghino e reclamare, magari, nessuno ti rimborserà, ma non importa, hai provato a fare la voce grossa e tu sai che tentar non nuoce. Così ti han detto: “chi non risica non rosica”, poi, se continua a roderti il culo te la puoi prendere con la società, con la massa informe di cui fai parte, anche se ti credi diverso, sofisticato, incompreso, un’entità aliena che qualcuno ha sbattuto sulla Terra contro la propria volontà. Se invece sei un uomo pacifico, te ne andrai con la consapevolezza di aver passato una brutta serata, ma avrai modo di rifarti. Questa convinzione, rifarsi, ossia, avere una seconda possibilità, è il grande inganno. Un inganno che ti piace, che ti ammalia. D’altronde ci sta che un giorno vada storto; dopotutto, a questo servono gli astrologi, loro sanno quando è il momento giusto per agire, per dormire, per fare all’amore, per giocare a calcetto, per morire.

La dittatura della libertà, più subdola e infame di una tirannide, è riflesso dei suoi individui. Tutto riflette un pensiero comune: non avere una direzione. Più la fede negli spiriti crolla, più la scienza avanza e il bisogno di una sicurezza matematica, di cifre da snocciolare, di statistiche infallibili che ci rendano tranquilli i sogni della notte, aumenta con l’accrescere dell’ansia da prestazione. Anche i bambini ormai ne soffrono. Li vedi tremanti davanti ai loro tablet, mentre dialogano con animaletti in texture-mapping, mentre pixel fluorescenti invadono lo schermo e si trasformano in numeri, caramelle, palle da tennis. E loro, i pargoli abbandonati dai genitori stregati dagli ultimi movies proposti da Netflix, cercano di comprendere dove è la loro realtà… al di là o al di qua dello schermo?

Ditemi, dov’è la realtà?

E tutto ciò è la fabbrica culturale del nostro secolo brevissimo che forse non riuscirà a compiersi, così dice Greta l’ambientalista, simpatica profetessa sulla quale sono già stati scritti tanti saggi messi in fila nelle librerie italiane, vicino alle copie invendute del best seller della De Lellis, la quale va in cerca delle corna, e cornuti, si sa, ce ne sono tanti, perché la quarta dimensione, in fondo, è l’erotismo, almeno, così diceva Duchamp (chi è costui? qualcuno domanderà). Ma tornando al secolo brevissimo, nessuno vedrà il 2100, questo secolo di passaggio sarà forse l’ultimo prima del grande cataclisma prefigurato, simulato, programmato.

E questa è la fabbrica della cultura, una serie di cose distanti che si uniscono tra loro in un’orgia di elementi impotenti e frigidi. Un’ammucchiata, insomma, in cui tutti fingono di sapere ogni cosa e di dover dire qualcosa… anche io, non sono da meno. Sono un ciarlatano e in questo momento guardo una trasmissione porno-antropologica. La giornalista-blogger-fashion dice che ormai per capire i gusti sessuali e il linguaggio del corpo di alcune civiltà bisogna studiarne la pornografia.

È tempo di ringraziare Freud.

Martino Ciano
Foto dal web

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