Leggere Bassani, sempre

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Nel ‘900 che ci manca e di cui, qui su Zona di Disagio, si parla regolarmente, non potevamo non tornare, di nuovo, a Giorgio Bassani. Scrittori tra i più grandi della letteratura del secolo scorso, ha scontato, e in parte ancora sconta, alcuni “peccati” di integrità che mai gli sono stati perdonati, dimostrando così che anche nel mondo della letteratura vi sono cose che mai vengono del tutto cancellate. L’autore dei celeberrimi Il giardino dei Finzi Contini, de Gli occhiali d’oro, per restare ai libri che ancora si leggono in talune scuole e che, proprio per questo non hanno subito il parziale oblio di altri testi, fu anche vittima di un vero e proprio ostracismo, e non solo ideologico.

Torniamo solo indietro di qualche anno, nel 1963, quando Bassani fu accusato da Giangiacomo Feltrinelli niente meno che di “spionaggio editoriale”. Quello che sembra quasi un episodio da spy story di serie b era, in realtà, l’apice, o quantomeno il momento più purulento, di una polemica “sanguinaria” nell’ambito dello sperimentalismo del Gruppo ’63. In tale agone si aggiunse Edoardo Sanguineti che definì Bassani e Cassola le “Liale del ‘63”. A quella che qualcuno, forse per pulirsi la coscienza, apparve solo come una pungente provocazione, Bassani rispose con non poca amarezza, scrivendo parole di rammarico, ricordando che: “I più presi di mira siamo noi, gli scrittori della generazione di mezzo, noi che siamo usciti dalla Resistenza conservandone la tensione morale e l’impegno politico. Quelli che ci attaccano sono le anime belle della letteratura.” Non vi è forse, qui, spazio e modo di ricordare come anche Barilli, nel ’59 prima e nel ’62 dopo, sul Verri, abbia aspramente criticato Bassani che stroncò sia Gli occhiali d’oro sia Il Giardino dei Finzi Contini, quest’ultimo in modi da taluni definiti (per fortuna) grossolani. E se è vero che non tutto il Gruppo ’63 fosse compattamente anti-bassaniano, è certo che da lì si eresse un muro che “imprigionò” l’opera dello scrittore ferrarese nelle sabbie mobili dell’ostracismo ideologico.

Una lunga premessa necessaria, riteniamo, per far capire quanto sia importante parlare e continuare a farlo, di un autore come Bassani, anche alla luce di quel suo ebraismo pure letterario che, in non pochi purtroppo, accusarono di essere una sorta di morte già prevista a cui le leggi razziali potarono “solo” compimento materiale. Un groviglio di interpretazioni e controinterpretazioni in cui, qui, non vogliamo indugiare oltre ma che abbiamo voluto riportare per tentare di spiegare molte delle lacune, delle omissioni e delle dimenticanze rispetto a questo immenso scrittore.

Anche per questo, certo non solo ma in buona parte sì, ci piace sollecitarne la lettura non attraverso i suoi libri più conosciuti ma attraverso uno di quelli forse meno praticati dai più e cioè la bellissima raccolta di racconti L’odore del fieno che pure va, in certo modo, a concludere Il romanzo di Ferrara con tutto ciò che, di Bassani, rappresenta la cifra. Uscito per Mondadori nel 1972 (disponibile anche nei tascabili Feltrinelli) uscì proprio nel momento in cui lo scrittore va maturando un cambio di prospettiva e di forma del suo scrivere. Lo dice chiaramente proprio qui, nel capitolo intitolato Gli anni delle storie in cui, oltre a raccontarci la laboriosa genesi di alcune Storie ferraresi, conclude scrivendo: “Riflettori dunque anche su me, d’ora in poi, scrivente e non scrivente: su tutto me. A partire da adesso, valeva forse la pena che l’autore delle Cinque storie ferraresi provasse a uscire anche lui dalla sua di tana, si qualificasse, osasse dire, finalmente, io.”

Anche tra queste pagine, dodici racconti, siamo nell’immancabile Ferrara, (tranne in racconti come Un topo nel formaggio o Scarpe da tennis)  non a caso definita anche da Nicola Vacca una sorta di alter ego dell’autore, tra le pieghe di quella borghesia, ebraica e non, già dipinta negli altri suoi libri. Ma, proprio alla luce di quanto scritto da Bassani alla fine di questa raccolta, è proprio nei racconti non di ambientazione ferrarese che appare quella sorta di “saga autobiografica” riunita poi proprio nel Romanzo di Ferrara.

Impossibile, lo diciamo chiaramente, definire questo L’odore del fieno come un complessivo rimando agli testi di Bassani ma, altrettanto chiaramente, diciamo che queste pagine sono un esempio forte delle sue tematiche ma anche delle sue “geometrie” di scrittura. L’eleganza mordace della sua prosa, la scrittura come vita, il dettaglio apparentemente piccolo che dischiude un mondo e una condizione storica. Una lettura fondamentale per non dimenticare Bassani

Geraldine Meyer

2 pensieri su “Leggere Bassani, sempre

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