La ghigliottina della demagogia taglia la testa alla democrazia

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Il parlamentarismo è l’ incasermamento della prostituzione politica. (Karl Kraus)

Esiste o dovrebbe esistere un populismo “nobile” che nasce in occidente quale traduzione dalla lingua russa del movimento politico e intellettuale nato nel XIX secolo in terra slava; gli ideali a fondamento del movimento populista si richiamano ad un socialismo comunitarista e rurale in contrapposizione all’incalzante affermazione della morale individualistica occidentale. Il populismo è inoltre riconducibile al People’s Party fondato nel 1892 negli Stati Uniti per contrastare le élites politico-finanziarie che già allora cominciavano a consolidare il loro potere.

Dunque il significato politico da poter attribuire al termine populismo sembra essere carico di positività, una positiva ribellione delle masse contro una élite che si pone come obiettivo la destrutturazione dei diritti e delle libertà. Tuttavia il populismo e le sue ragioni sono oggetto di una sistematica denigrazione etica, proprio da parte di quelle élites politiche che occupano gli spazi democratici, trasformando le dinamiche tipicamente dialogiche connaturate alla democrazia, in dinamiche tecnocratiche legate ai circuiti del capitale finanziario e della globalizzazione mercatistica.

Il populismo quindi è la reazione alla decostruzione di un mondo di valori che ha una logica sociale e che assume la connotazione di una vera cultura politica, un fenomeno di politica trasversale che diventa concreta manifestazione storica. Il popolo assume una identificazione politica che pretende la conversione delle istanze democratiche di impronta egemonica e tecnocratica in istanze popolari di sfida alle élites.

Ecco dunque spiegato il motivo del martellante appello contro il populismo da parte delle élites dominanti: in funzione di contrasto e per rafforzare le istituzioni da esse dominate, creando un clima di allarme sociale ed economico al fine di anestetizzare gli slanci vitali dei dominati. Le forze eterogenee che contribuiscono alla nascita del populismo sono il risultato di una aggregazione che assume su di sé le rivendicazioni popolari riempiendo di significato politico uno spazio vitale lasciato vuoto, quindi il populismo realizza la politicizzazione delle masse che anelano a forzare il sistema politico, costruendo l’identità collettiva di un popolo, che altrimenti risulterebbe un amorfo agglomerato di individui tale da negare la stessa esistenza della società.

Dunque il populismo non ha alcuna affinità con l’antipolitica o peggio ancora con la demagogia cosiddetta populista che il circo mediatico istituzionale si affanna ad accreditare presso l’opinione pubblica, anzi il populismo è un assumere consapevolezza dei rapporti di forza esistenti tra dominati e dominanti capace di rivolgere l’esistente a più umani orizzonti.

La demagogia populista invece, che è ormai salita in cattedra oggigiorno, ci propina lezioni di risparmio o meglio di “spending review” (l’anglofilia va per la maggiore) anche riguardo al parlamento della repubblica, che viene messo sotto la lente del taglio di spesa, colpendo il numero dei parlamentari garanzia di sovranità e rappresentatività parlamentare.

In conseguenza della riduzione dei seggi parlamentari, ogni senatore rappresenterà 300mila elettori, con esclusione delle grandi aree metropolitane si avranno collegi enormi, quindi gli eletti diventeranno irraggiungibili. Una campagna elettorale di dimensioni notevoli costerà molto di più di una proporzionata a collegi più piccoli, le lobby avranno immense praterie su cui pascolare i loro interessi. La riduzione dei parlamentari inoltre rischia di introdurre nei gangli vitali del procedimento legislativo il principio che poche persone possano decidere per 60 milioni di italiani.

Certo risponde a verità, come recentemente ricordato dal demagogo solone di turno, che negli Stati Uniti si eleggono solo 100 senatori ma quel sistema è profondamente diverso dal nostro e per saperlo basterebbe scorrere le pagine di un qualsiasi manuale di diritto costituzionale comparato, senza mettere in conto che gli eletti negli Stati Uniti rappresentano più che altro una élite e non il popolo. Per questo motivo la riduzione dei parlamentari non rispetta la Costituzione, perché si sarebbe dovuto prima approvare una riforma della legge elettorale.

Non si comprende poi in base a quale criterio si sia deciso di tagliare 1/3 dei parlamentari e non la metà o 1/5, a meno che le motivazioni non siano veramente rivolte al risparmio e all’annunciata maggiore efficienza ma piuttosto rivolte a dare un segnale forte al Parlamento: sei un ente quasi inutile. Il risultato di un Parlamento con un minor numero di parlamentari sarà uno strapotere dei partiti, con meno parlamentari ci sarà ancor meno democrazia interna agli stessi partiti e scomparirà una intera classe politica che rappresentava gli interessi dei territori più periferici. Il sistema diventerà oligarchico e partitocratico: più decisioni prese in alto e meno decisioni prese dal popolo.

Il giacobinismo demagogico e giustizialista ha utilizzato la ghigliottina dell’antipolitica per far approvare non una riforma, ma un oltraggio al Parlamento e una mutilazione della Costituzione, che senza una modifica del bicameralismo e della legge elettorale trasformerà le camere in aule grigie e sorde, sicuramente meno efficienti e meno rappresentative.

Gianfrancesco Caputo

(In copertina: Jacques – Louis David, Il giuramento della Pallacorda)

 

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