“Tommy” degli Who: cinquant’anni del ragazzo sordo, muto e cieco

Tommy copertina

Nel pomeriggio del 10 dicembre 1968, alla fine di quell’anno particolarmente infuocato per i ventenni dell’epoca, nel freddo londinese si è allestito un palco molto suggestivo, sotto un tendone da circo, in cui non mancano tutte le attrezzature per i giocolieri e i clown, e dove un pubblico colorato applaude senza sosta la rock band che si è appena esibita.

La performance è stata entusiasmante, e il brano, una concept song, per la precisione, A quick one while he’s away, è stato eseguito alla perfezione; i musicisti si godono l’ovazione e le urla delle ragazzine, poco prima di lasciare lo stage. Negli ultimi tre anni questa band ha fatto scintille, e nel vero senso della parola; ha inciso singoli di successo e ha fatto vedere al mondo come si suonano e si stravolgono dal vivo e, soprattutto, ha sfasciato gli strumenti –scintille, appunto- alla fine di quasi tutti gli show, mentre le grida entusiaste del pubblico dei Fab Sixties si trasformavano in urla di terrore per le conseguenze che ne potevano seguire. Ma per fortuna non è questo il caso: sotto quel tendone da circo allestito dai Rolling Stones per girare un film musicale, quei quattro ragazzi tengono a bada la violenza distruttiva, forse per rispetto di Mick Jagger e soci, eppure proprio a questi ultimi ne combinano una grossa, senza volerlo. Quando gli Stones salgono sul palco suonano egregiamente, e svolgono bene il ruolo di protagonisti della pellicola in produzione, però non possono reggere la bravura e la precisione di quei ragazzi che li hanno preceduti, che con un solo brano, composto da “stanze” diverse – mica strofa e ritornello? Figuriamoci!- hanno di gran lunga superato tutto il loro concerto. Niente da fare, oppure tutto da rifare: in quel film gli Stones, molto probabilmente una band già troppo osannata ancor prima di approdare all’Olimpo del rock, sono di gran lunga superati da quei quattro scapigliati che hanno ospitato, e quando, prima di pubblicarlo, guardano il materiale filmato, temono che quel confronto netto sia notato da tutti e decidono di non distribuirlo, anzi, di chiuderlo in un cassetto e gettare la chiave e…fine della storia. Quel film, The Rolling Stones Rock and Roll Circus vedrà la luce solo nel 1996, nel momento in cui saranno messi a tacere gli orgogli e l’età avanzata avrà preso il posto dei pensieri inutili.

Sapete chi sono i quattro guastafeste di cui stiamo parlando?

In quel dicembre del 1968 i Who, ossia Pete Townshend, chitarrista, Roger Daltrey, cantante, John Entwistle, bassista e Keith Moon, batterista, se la ridono alla grande.  Però badate: forse ciò che si è appena detto è solo una leggenda e il film in questione non fu prodotto e basta, eppure non c’è dubbio che il loro sorriso sottolinei la pausa rilassante dal lavoro incredibile che stanno svolgendo in studio in quel tempo, ossia otto lunghi mesi per registrare un disco che passerà alla storia, e che vedrà la release soltanto nel maggio del 1969, cinquant’anni fa.  E a proposito di “storia”, Tommy, l’album in questione, è davvero una storia narrata, una specie di romanzo musicato, un libro letto su pentagramma, ed è la triste vicenda di un ragazzo sordo, muto e cieco: una doccia gelida e inaspettata per la critica dell’epoca che, sorpresa dell’evento, all’inizio quasi lo boccia. Non importa se nel frattempo la musica regala al pubblico altre due opere rock – una è Arthur dei Kinks e l’altra è S. F. Sorrow dei Pretty Things – , perché quel diavolo di Tommy è davvero qualcosa di diverso, qualcosa di una forza sovrannaturale, concepita senza la paura di essere messi nel bersaglio degli indisponenti.

Poco prima della sua realizzazione, o forse proprio nel tempo stesso delle sessions in studio, il suo ideatore, il chitarrista geniale Pete Townshend, durante un’intervista, aveva già anticipato che il prossimo lavoro degli Who avrebbe narrato la vicenda difficile di un ragazzo sordo, muto e cieco, ma la notizia era passata quasi inosservata, considerando che un paio di anni prima, lo stesso soggetto, alla TV inglese aveva annunciato che la sua era una band tutt’altro che intellettuale anzi, che nasceva dall’esigenza del costume commerciale e che prevedeva di incrementare successo e fortuna solo attraverso gli stereotipi ricorrenti. E ancora, durante una rassegna stampa aveva dichiarato: “Non siamo una band di qualità, anzi facciamo di tutto per produrre qualcosa che non riesca ad emularla, ma spesso, come nel caso nostro, succede che a furia di evitarla finisce che la qualità la si acquisti per davvero”.  Insomma, chi avrebbe ascoltato ancora quel pazzoide che distruggeva chitarre e sparava boiate? E diciamoci la verità: seppur un ragionamento simile, nella metà degli anni Sessanta non aveva né capo né coda, lo stesso sarebbe stato attuato nel caso, ad esempio, dei Sex Pistols, che nel 1976 ottennero – loro stessi o chi ebbe la capacità di inventarli- una credibilità che accantonava la qualità dei suoni e ne faceva nascere un genere…di una certa qualità, per l’appunto, discutibilissima ma indubbiamente prosperosa.

Eppure singoli come The Kids are alright, My Generation, Pictures of Lily, I’m a Boy restano impressi nella mente, ed hanno una potenzialità che, in barba alla scarsa qualità di cui parla Townshend, sono la conferma che i Who ci sanno davvero fare. D’altronde esiste un varco, e neanche troppo grande, che disunisce questa prima parte della loro carriera, quella dei Mods e delle Vespe truccate per intenderci, e quella degli album Tommy, Who,s next e Quadrophenia, epoca molto più introspettiva e profonda. Il 1968 è ricordato anche come l’anno cruciale dei Beatles, soprattutto se consideriamo che da quel periodo in poi ogni componente dei Fab Four prenderà già la sua strada pur restando uniti –ancora per poco- agli altri, e tra questi spicca la figura di George Harrison, detto anche The Quiet One, che in particolare s’interessa al fascino dell’India e alla religione che viene ne tramandata attraverso i loro santoni, i guru, che indicano quale direzione più giusta dovrà percorrere uno spirito già troppo corrotto. Nel caso dei Beatles il principale punto di unione tra essi e lo spiritualismo indiano fu Maharishi Mahesh Yogi, mentre dal lato degli Who, in cui l’unico componente che venne attratto da tale disciplina era sempre Pete Townshend, fu il guru Meher Baba, che venne a mancare proprio in quel 1969, anno che vedeva l’uscita del primo vero album importante della band, probabilmente influenzato proprio dalla sua aura mistica. Tommy, tra l’altro è interamente dedicato a lui.

Tornando al brano suonato sotto quel tendone da circo, A quick one while he’s away, che racconta la bizzarra storia di una ragazza che resta senza il suo fidanzato per un periodo troppo lungo, rimpiazzandolo con uno nuovo che alla fine verrà inevitabilmente scoperto, è già un assaggio di ciò che ha in mente Pete Townshend per un futuro neanche troppo lontano.

A quick one while he’s away, racconta Townshend, non è altro, in verità, che il resoconto della sua vita durante gli abusi sessuali di cui è stato vittima da bambino, e l’incubo continua a tormentarlo poco prima di iniziare a lavorare al nuovo disco, che secondo il suo piano, dovrà seguire un filo logico, in cui ogni canzone rappresenterà una parte importante della vita del protagonista.

Non ha bisogno ancora di troppe presentazioni, Tommy, quel dolce ragazzo che, a distanza di cinquant’anni mostra ancora tutta la sua innocenza e il suo vittimismo dinanzi ad una società adulta che gli chiude davanti ogni possibilità di una vita serena. Egli nasce da una relazione coniugale del tutto normale, ma il padre, ancora prima che lui venisse al mondo, è chiamato alle armi per combattere nella Grande Guerra. La madre, dopo la nascita del figlio, e credendo il marito morto, dopo diversi anni che quest’ultimo non fa ritorno a casa, trova conforto in un nuovo compagno, ma inaspettatamente Capitan Walker, il consorte, ritorna e uccide l’amante della moglie.

I Whonel1969

Tommy, intanto, ha assistito alla scena riflessa in uno specchio, e i genitori gli fanno giurare che lui non ha visto né udito nulla e che terrà la bocca chiusa per sempre. Scioccato da tutto ciò il bambino diventa sordo , cieco e muto e resta invalido finché un medico non troverà la giusta cura, proprio attraverso il suo riflesso negli specchi, ma la madre, infuriata, frantuma tutti quelli di casa, ridonando al ragazzo i sensi perduti. Tommy però in tutti questi anni innocenti non se l’è passata proprio benissimo, tra il cugino Kevin che lo tortura e lo zio Ernie che abusa sessualmente di lui. Dopo la guarigione allestirà un villaggio vacanze in cui predicherà il suo verbo agli innocenti della società, ma a lungo non avrà più credibilità e resterà da solo con il suo lamento: See me, feel me , touch me, heal me.

Pete Townshend espone la sua idea innanzitutto ai componenti della sua band, che apportano il loro contributo da musicisti eccellenti, oltre che al loro produttore di fiducia, Kit Lambert, che trascrive per intero la storia, come se fosse un romanzo, e regala un’ispirazione molto più chiara agli Who, che spesso restano impantanati in una trama frammentaria e neanche troppo definitiva. Una curiosità: la stessa versione romanzata ispirerà anche il film Tommy di Ken Russell del 1975.

Kit Lambert, inoltre, è figlio d’arte: suo padre è direttore d’orchestra, e il produttore degli Who sfrutta l’idea di un album in cui possano comparire strumenti classici, insieme a quelli della band, anche per prendersi quasi gioco dell’ambiente che frequenta il genitore, discostandosi da esso in maniera decisa, ma Pete, l’ideatore di tutto, non accetta la proposta, sottolineando che l’album avrebbe suonato come un gruppo rock. Da noi in Italia, invece, un’idea simile venne attuata, ad esempio, all’album Contaminazione della band progressive Il Rovescio della Medaglia, dove il M° Luis Enriquez Bacalov arrangiò l’intero disco con l’apporto di strumenti classici uniti al rock. Se poi si aggiunge che lo stesso Contaminazione è anch’esso un concept album, allora tutto è più chiaro.

Ma tornando agli Who, dopo quello che sarebbe stato definito dal bassista John Entwistle un tempo lunghissimo, Tommy ancora non riesce a decollare, e perde fascino man mano che lo si ascolta: la storia c’è e il personaggio anche, ma il tutto rischia di diventare troppo drammatico e inviterebbe ad abbandonare l’attenzione man mano che si va avanti. L’album, in realtà, non ha ancora un singolo che solleverebbe la bandiera su una terra conquistata. Affranto da questa eventualità, Pete Townshend valuta le conseguenze della critica musicale che non avrebbe perso tempo nel giudicarlo come il loro album peggiore. Tra tutta questa gente influente spicca la figura di Nick Cohn, giornalista musicale del Guardian, che all’epoca era un’istituzione, e a cui tutti i musicisti pendevano dalle sue labbra. C’è però un vantaggio in tutto ciò, perché in realtà Nick, anche per forza di cose, è un amico di Pete, e i due spesso sono a cena fuori con le rispettive ragazze, non prima di aver passato l’inizio della serata a giocare a flipper, però. Il flipper, di cui Nick Cohn si definisce un mago, è il passatempo preferito del critico musicale, e scherzandoci su, Pete racconta all’amico l’idea del nuovo disco, e alla fine glielo fa ascoltare. Nick, che nel frattempo sta scrivendo un libro, Arfur, Teenage Pinball – la reginetta del flipper- , nota che la storia di Tommy non contiene un vero e proprio momento di godimento. Il lavoro è buono, ma è come un piatto invitante che manchi di sale.

“E se ci aggiungessi la probabilità che Tommy fosse un mago del flipper, come la vedresti?” propone Pete.

 “Gli darei ben cinque stellette” risponde Nick.

Detto, fatto.

Townshend corre a gambe levate a casa e scrive Pinball Wizard.

E sapete che c’è di bello, inoltre? Meher Baba, ai cui insegnamenti aveva attinto Townshend per la realizzazione dei futuri lavori, aveva sempre parlato di Dio che gioca a biglie con l’Universo, e Pete non può che gioire nello scoprire la combinazione che esisterebbe tra l’idea che gli ha dato Nick e la teoria del guru indiano: il flipper è davvero la chiave di volta dell’intero disco!

Il giorno dopo è in studio per presentarlo al resto degli Who e a Kit Lambert, il produttore.

“Complimenti, Pete. Ce l’abbiamo fatta!” è il commento ricorrente di tutti.

Pinball Wizard è un brano che si apre con un leggero arpeggio, dove però un crescendo di armonie delle corde accoglie l’ascolto del leitmotiv strumentale della chitarra, un qualcosa di frizzante mai udito prima d’ora; è una melodia che manda in fibrillazione anche gli ascolti più selettivi; forse una miscellanea di tutti i singoli che hanno portato i Who al successo, racchiusi nel cuore di questo nuovo progetto che strizza l’occhio alla letteratura più impegnata; il ritornello è un muro del suono, quattro power chords pieni che rizzano i peli sulla nuca, dalla paura di esserne travolti.

Adesso Tommy si aiuta col tatto, uno di quei sensi rimastogli sveglio, giocando a flipper, e divenendone un eroe, un mago e un’attrazione da Soho fino giù a Brighton.

Il disco prende quota, e gli episodi del flipper vengono riportati anche nei testi di un altro paio di canzoni comprese nell’album, per non discostare l’ascoltatore dalla disciplina principale di cui è esperto Tommy. Nel brano strumentale Ouverture, che apre il disco, e che i Who concepiscono alla fine delle registrazioni, sono comprese tutte le tematiche musicali presenti nel lavoro, e non mancano quelle di Pinball Wizard, le quali soprattutto, fanno capolino durante l’intero ascolto del resto delle canzoni.

Townshend inizia a curare anche le parti vocali, ma Roger Daltrey, il cantante, si fa avanti a spallate: sarà lui ad interpretare Tommy, e lavorerà sodo per ottenere la piena approvazione del suo autore. Così fu: le melodie della voce sono da brivido e Roger, che nel tour successivo indosserà delle magliette che hanno frange lunghissime alle braccia, sembrerà un angelo piombato giù dal cielo; interpreterà il ruolo di Tommy in maniera perfetta e saprà alternare la voce nei momenti di rabbia con quelli di un falsetto che rasenterà un timbro giovanissimo, quasi da donna, quando canterà i brani più toccanti, come See me, feel me.

Come dicevamo all’inizio, Tommy contiene riferimenti agli abusi sessuali di cui il protagonista disabile è vittima, e essendo essi un terribile ricordo del giovane Townshend, l’autore della storia non riesce ad affrontarlo nemmeno da esterno e affida a John Entwistle, il virtuoso bassista della band, a scrivere un brano che riguardasse tale esperienza. John scrive Fiddle About, e oltretutto s’impegna a immaginare uno scenario in cui troneggia quel cugino temibile, realizzando Cousin Kevin. Dal suo canto, Keith Moon, il batterista esplosivo e magnifico – senza di lui John Bonham e Ian Paice forse non sarebbero neanche esistiti-, suggerisce l’idea degli holiday camp in cui Tommy terrà le sue lezioni da guaritore, trasportando in una nuova dimensione tutta la tematica.

Uno dei primi ad ascoltare Tommy fu il grafico Mike McInnerney, amico di Pete, che interpretò il messaggio del nuovo lavoro degli Who nella copertina che realizzò per l’occasione, e ancora una volta le profezie del guru Baba avevano fatto centro. Egli infatti considerava la vita come un’illusione dentro un’illusione, e l’artwork, dal suo canto, rappresentava una sorta di rete nelle cui maglie, molto spesse, era disegnato un cielo, e negli spazi tra essi facevano capolino i ritratti dei quattro musicisti, contornati da un nero intenso. L’idea non era altro che la filosofia del disco espressa in tempera.

Il 1 maggio 1969 Tommy fu eseguito per la prima volta dal vivo al Ronnie Scott di Soho a Londra, e fu uno show solo per i critici musicali, che già assaporavano l’idea di distruggere l’entusiasmo della band con pareri poco entusiasmanti, ma l’esecuzione fu come sempre impeccabile, e in breve si conquistò la fiducia delle testate più influenti. Poco accomodanti furono alcuni pareri iniziali, che premettero soprattutto sulla questione della pedofilia espressa nel disco, oltre che sull’iniziazione del sesso e delle droghe – Acid Queen- che interessavano lo sfortunato protagonista.

Tuttavia la critica sostenne di gran lunga Tommy, che scosse la visuale standardizzata degli ascolti pop, e diede vita all’Opera Rock per eccellenza, se solo si pensa che le ispirazioni per il grande schermo e per il teatro non tardarono ad arrivare, consacrando i Who come una delle band rock più importanti del pianeta. L’autoreferenza di Pete Townshend ora sussurrata, ora cantata, ora urlata o lamentevole è tutta impressa in questo disco stupendo: le storie che si susseguono e che prendono senso nelle canzoni non sono che episodi che l’autore ha romanzato per sottolineare l’importanza di un personaggio il quale, particolarmente sensibile agli attacchi del mondo esterno, preferisce il mutismo, la sordità e la cecità pur di non tangere con gli assedi che mortificano e schiacciano.

Solo quando egli riuscirà a guardare di nuovo in faccia l’orrore che lo circonda, affrontando le sue paure, in uno specchio che le riflette e le amplifica abbracciandole alle intemperie dei rapporti interpersonali intrisi di violenza ed egoismo, allora scaglierà la sua rabbia contro quella superficie, distruggendola in mille pezzi, e romperà l’incantesimo che lo ha incagliato in un corpo quasi mummificato, avvolto dalle bende dell’incapacità di combattere, e affogato nell’autocommiserazione. Quello specchio è la chitarra di Pete dopo ogni concerto: egli la lancia con forza sovrumana sul palco e sull’amplificatore per rompere quel muro che ha creato per restare da solo con le sue creazioni e non immischiarsi con l’esterno. E’ la sua croce e delizia, il suo scudo per restarne fuori e il suo grido di dolore nei lamenti del feedback nei pick up che assorbono le vibrazioni e le rotture delle corde martoriate.

Il 5 luglio 1969 i Who e i Rolling Stones suonarono di nuovo quasi insieme, ma non nello stesso posto. La band di Jagger e Richards si esibiva a Hyde Park nel pomeriggio, nel primo concerto senza il loro leader Brian Jones, annegato due giorni prima in circostanze misteriose; quella di Pete Townshend appena dall’altra parte ma di sera, al Royal Albert Hall, per suonare i brani di Tommy a quasi due mesi dalla sua uscita.

Il ventiduenne David Robert Jones, meglio conosciuto come David Bowie, assistette ad ambedue i concerti, però ciò che gli cambiò la vita fu quello che vide al Royal Albert Hall. Quella band stava suonando un intero concerto dedicandosi alla vita di un personaggio incredibile; quei musicisti erano lì per recitare la loro parte, e dare voce, udito e vista ad un ragazzo muto, sordo e cieco.

Era incredibile! Alla fine dell’esibizione corse a stringere la mano a tutti e poi si avvicinò a Pete:

“Anch’io un giorno voglio scrivere un disco basato su un unico personaggio!”.

Il resto è Storia.

Carmine Maffei

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