Giustizia senza giustizia

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Sarebbe riduttivo presentare il romanzo di Friedrich Durrenmatt Giustizia (recentemente  ripubblicato Adelphi) semplicemente come un thriller giuridico dove un avvocato di infimo rango e senza un soldo, difensore delle prostitute, si trova ad affrontare una sfida molto più grande di lui: dimostrare l’innocenza di un assassino conclamato che ha compiuto un omicidio apparentemente senza motivo. Sarebbe riduttivo descrivere tutta la storia considerando l’opera di Durrenmatt come letteratura della pura e semplice “suspense” senza tenere conto delle ricadute di carattere sociologico e filosofico che il romanzo contiene e che conducono il lettore a riflessioni non consuete per un semplice “giallo”.

A partire dal titolo Giustizia si intravede già l’ironia dell’autore riguardo al tema che innerva tutto l’impianto del romanzo, infatti la domanda che ne scaturisce è: qual è il concetto di giustizia che noi tutti abbiamo? Qual è il concetto di giustizia che lo stesso apparato della giustizia ha di se stesso? Qual è il modo con cui si amministra la giustizia?

Domande a cui l’autore risponde con profonde ed ironiche risposte inserite nello sviluppo della trama come gemme di un tesoro tutto da scoprire: “…. la giustizia opera per lo più dietro le quinte, ma anche dietro le quinte le competenze stabilite all’esterno con tanta apparente chiarezza si cancellano, i ruoli si scambiano o si distribuiscono in modo diverso, si svolgono colloqui tra persone che in pubblico si comportano come nemici inconciliabili, in genere c’è un tono diverso. Non tutto viene registrato e messo agli atti. Le informazioni si trasmettono oppure si sopprimono”. Dunque la descrizione, con accenti kafkiani, di una commedia in costume fatta di toghe ed ermellini che si trasforma in tragedia per chi subisce il tremendo e imperfetto meccanismo della giustizia, un proscenio teatrale dove nulla è certo, tutto può cambiare anche i ruoli degli attori.

I testimoni ad esempio, coloro che attestano la veridicità di un fatto accaduto, non hanno la santità della certezza delle proprie affermazioni, per Durrenmatt essi sono un ingranaggio imperfetto di un meccanismo impossibile: “Dunque non esiste un testimone obiettivo. Ogni testimone tende inconsciamente a confondere il vissuto con l’invenzione. Un fatto, di cui egli è testimone, si svolge, sia al di fuori che dentro di lui. Il testimone percepisce il fatto a modo suo, se lo imprime nella memoria e la memoria lo trasforma: ogni singola memoria rende un fatto diverso.”  Ineccepibile l’analisi psicologica che l’autore mette in campo riguardo il ruolo dei testimoni, ogni verità è viziata dal ricordo personale e non obiettivo di chiunque, eppure le testimonianze sono un cardine fondamentale di una giustizia inesistente.

La giustizia qualunque essa sia non accerta alcuna verità, anzi pone ulteriori dubbi su qualunque verità accertabile o dimostrabile, forse perché la stessa verità dei fatti pone una impossibilità irrisolvibile con strumenti esclusivamente umani al fine di poter rappresentare la certezza di un avvenimento, problema di non poco conto che anche tutta la storiografia si è posto distinguendo tra testimonianze personali e fatti storici: “ ….la pretesa della giustizia di rappresentare qualcosa di obiettivo, un insieme di strumenti svincolati da qualsiasi considerazione sociale e da pregiudizi, era talmente lontana da ciò che era in realtà”.

Certamente il giudice umanamente afflitto del suo carico di pregiudizi, vanità, arroganza del sapere e presunzione di equilibrio è al vertice della decisione, è colui che discrezionalmente valuta, condanna o assolve in un quadro quasi irreale, inficiato molto spesso da costruzioni teoriche appesantite da procedure disumane: “ Un giudice invece esercita una funzione discutibile. Deve far sì che un’istituzione ormai imperfetta come la giustizia funzioni, che serva a garantire nell’aldiquà un certo rispetto delle regole del gioco umano. Non occorre che un giudice sia giusto, cosi come non occorre che il papa sia credente”. Fulminante la frase a chiusura di quest’ultimo passo citato, non serve essere giusti serve solo il rispetto della procedura per una verità che sia solo processuale “…. perché la giustizia può compiersi soltanto tra coloro che sono ugualmente colpevoli ….”.

Nel romanzo di Durrenmatt il problema della giustizia è il detonatore di ulteriori ed esplosive considerazioni intorno al pensiero e alla realtà, in effetti in un mondo che è la rappresentazione distorta della verità, solo l’autonomia del pensiero critico può salvare quella parte di umanità più sensibile dalla follia sia personale che sociale : “pensare è un impulso nichilista, mette in dubbio i valori”; il dubbio come bussola per orientarsi in una realtà sconvolta dall’inesistenza della giustizia e dall’immanenza della violenza, il dubbio quale strumento per sottoporre a critica tutte le ideologie, tutte le religioni, tutti i sistemi e gli apparati nati apoditticamente per la protezione sociale e la salvezza dell’uomo, il dubbio non per distruggere ciò che si è tramandato ma per ripensare la “polis” tenendo conto di una “tradizione” che forse può salvare ciò che di umano e di giusto rimane di una comunità : “ …..tradizione, anche se quest’ultima se n’è andata al diavolo da un pezzo: il tempo è diventato più forte della città malgrado tutta la sua attività solerte, fa ciò che vuole con lei. E cosi non siamo né quelli che eravamo un tempo né quelli che dovremmo essere ora. Viviamo in lotta con il presente, non vogliamo fare ciò che dobbiamo e, per ostinazione, non facciamo mai ciò che è necessario fino in fondo, ma soltanto a metà, nel migliore dei casi, e anche questo di malavoglia”.

Il presente è l’unico metro di valutazione della realtà che affligge l’uomo della modernità, sopravvivere al quotidiano è l’unico obiettivo da raggiungere in una società conformista al meccanismo implacabile del consumismo, ma sopravvivere al quotidiano è anche l’unica legittima difesa dalla oppressiva pervasività del Leviatano statale e dal “panopticon” del WEB che tutto vede e tutto pianifica. In questo contesto il pensiero critico del reale costituisce l’ancora di salvezza nel mare in tempesta ove è immersa l’umanità che non ha più punti di riferimento, nasce l’esigenza di ripensare il reale per ripensare e forse ritornare all’uomo: “ l’ambito del possibile è quasi infinito, quello del reale è molto limitato, perché di tutte le possibilità è sempre una soltanto quella che si può trasformare in realtà. Il reale è solo un caso particolare del possibile, e per questo è anche pensabile in altro modo. Ne consegue che, per poterci addentrare nel possibile, dobbiamo ripensare il reale”.

Gianfrancesco Caputo

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