Il solco. Reportage da Istanbul nell’era di Erdogan

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Il solco è un diario di resistenza in presa diretta. Valérie Manteau tesse un racconto politico partendo da sé. Collaboratrice del giornale satirico Charlie Hebdo dal 2009 al 2013, Valérie si innamora di un ragazzo turco e si trasferisce a Istanbul. Sono gli anni del trionfo popolare di Erdogan. Tutto accade rapidamente. Una nazione laica, colta, centrale nel quadro geopolitico mediorientale, si converte al culto del capo. La religione islamica, con subdola prepotenza, è richiamata, strumentalmente, a cementare l’identità collettiva. Le minoranze vengono imbavagliate: impossibile protestare in nome della libertà e della democrazia, impossibile parlare pubblicamente del genocidio, termine impronunciabile, degli armeni (un veto, a onor del vero, mai caduto dalla costituzione della Repubblica), impossibile affrontare la questione curda. Erdogan accarezza il sogno della renaissance ottomana e di trasformare la Turchia in una potenza economico-militare di stampo autocratico. L’Europa, incapace di affrontare il dramma delle migrazioni, parcheggia milioni di profughi siriani tra le braccia del nuovo Sultano, chiudendo gli occhi sulla reiterata violazione dei diritti civili perpetrata da esercito e polizia, e suggellata dalla parzialità degli organi giudicanti.

Il crescente autoritarismo scatena la rabbia dei giovani, un’irrequietezza che ne Il solco è palpabile. I giorni di Gezi Park infiammano e illudono, finché il fallito golpe del 2016, tuttora avvolto da un alone di mistero, diviene il pretesto per velocizzare il processo di accentramento del potere nelle mani di uno solo. I giornalisti, i blogger, gli opinionisti dissidenti sono indiziati di tradimento e spesso finiscono in carcere senza un reale capo d’imputazione, al di fuori di ogni prassi giuridica regolare. I sindaci, gli amministratori e i funzionari scomodi, alla minima insofferenza del padre padrone, sono a rischio di rimozione. Nessuna mediazione pare possibile.

Il solco è l’analisi, personale, nervosa e vivida, di una frattura che si allarga: da una parte l’Imperatore Erdogan, sostenuto dalle masse rurali e dai settori tradizionalisti della società, si erge con l’arroganza di chi pretende di incarnare lo Spirito della Storia, dall’altra l’opposizione formata dal ceto medio filo-occidentale, da intellettuali e professionisti delle grandi città e da millennials contrari alla retorica dell’uomo forte, cerca di strutturarsi e di emergere dal pulviscolo.

Un tempo c’erano tende piantate dappertutto, su entrambi i lati di un vialetto dedicato a Hrant Dink, giornalista armeno assassinato qualche anno prima e adottato come nume tutelare dai manifestanti che occupavano la piazza per impedire la distruzione di uno dei rari spazi verdi della città. Circondati da un cordone di polizia c’erano musicisti, artisti, giovani e anziani, hippie, hipster, colletti bianchi, islamisti. Indimenticabile il gruppo blues orientale con la cantante dai capelli mezzo rasati, passionale, ambigua, e il fisarmonicista barbuto che suonava come un invasato. Una ragazza un po’ strana metteva in scena delle performance in piedi su uno sgabello: scultorea, stava a braccia tese con una bandiera turca in mano, e con quel suo caschetto di capelli neri sembrava guidare l’atterraggio dell’assemblea che si librava tra le due ali della polizia… Un giorno l’hanno gasata in piena faccia, è svenuta e non si è più vista nell’accampamento.

Il solco’ (Agos) è, in origine, il nome del periodico fondato da Hrant Dink, martire della libertà di parola e di informazione. Vita, opere e parole del giornalista di origini armene, antinazionalista e critico verso ogni forma di intransigenza estremista, divengono per Valérie Manteau oggetto di studio, di contemplazione, di impegno. Hrant, apprendiamo, il giorno della sua morte rivelava di sentirsi prigioniero nell’inquietudine di una colomba. Le colombe, animali liberi e spauriti, cui non si può fare del male… Valérie indaga, milita, partecipa, agisce, pensa, scrive, si angustia, gioisce, cammina accanto alle paure, prende a calci il buio, si aggrega a coloro che combattono per la giustizia. E Hrant è il centro di tutto, il cuore del vortice, il buco nero che nasconde un’infinita possibilità di luce. Sulle ossa spezzate dell’intellettuale sono seminati i futuri perduti di un’intera nazione, sul suo corpo infranto dalla violenza si innalza una babele di domande senza risposta. L’omicidio di Hrant, uno degli atti fondativi della barbarie in cui è sprofondata la Turchia contemporanea, spinge Valérie alla ricerca di segni, di presenze nell’assenza, di una tomba sulla quale sostare (il cimitero armeno, quasi una goccia nel mare nella sterminata spianata di tombe ottomane). L’autrice si interroga su quale possa essere il linguaggio espressivo più adatto a tramutare la biografia in testimonianza, in una storia a disposizione di tutti. Prevale l’idea di una graphic novel.

La prima vittima del regime di Erdogan è la verità. Se l’evidenza dei fatti è negata, cosa resta a disposizione del discorso, del linguaggio e della memoria? Su Agos, scopriamo, Hrant Dink aveva dedicato una serie di sei pezzi all’identità armena:

Un testo in particolare, estratto dal contesto e strumentalizzato, rese l’autore il nemico pubblico numero uno. Hrant sottolineava come la figura del turco malefico fosse il pilastro su cui si reggeva l’identità armena, soprattutto nell’immaginario della diaspora. Bisognava sbarazzarsi immediatamente di quel veleno e lasciare che la giovane Armenia indipendente infondesse nuovo sangue nella comunità dispersa per il mondo. Rileggo la frase: contiene un’allegoria alquanto lambiccata, una riformulazione delle parole di Atatürk sul sangue glorioso della razza turca, e non sono sicura di capire bene, ma di certo c’è solo la malafede di chi ha voluto leggervi un appello all’insurrezione armata per far scorrere il sangue impuro dei turchi. E per di più un’ostinata malafede se si pensa che, nonostante le spiegazioni offerte da Hrant, nonostante il messaggio di pacifica coesistenza propugnato in modo chiaro dal giornale e le analisi del testo commissionate a vari specialisti, l’accusa di razzismo è rimasta.

Autofiction, diario di lavorazione, resoconto di viaggio, denuncia civile, antiromanzo, manifesto per la difesa delle libertà elementari dell’uomo, reportage, work in progress, meditazione morale su di sé e sul mondo, tesi finale di un apprendistato politico-romantico, Il solco della trentaquattrenne Valérie Manteau è un testo difficile da classificare. L’autrice si osserva e viviseziona il fallimento della relazione con il ragazzo turco, un militante appesantito dal fantasma della disillusione e precipitato in un mood prossimo al cinismo, registrando i passaggi d’ombra, le sfumature impercettibili, le mutazioni non più dissimulabili. La cronaca della disintegrazione di un amore, da evento privato, diviene simbolo di una condizione complessiva, pubblica, di debolezza, confusione e indecisione. Più il clima di distacco tra sé e l’amato si fa solco, più Valérie insiste testardamente nel portare avanti il suo progetto su Hrant. Il ritorno in Francia è rinviato.

La Francia e la Turchia, due nazioni gravate da minacce e atti bellicosi verso lo spirito di laicità, sono le due polarità sentimentali, prima che geografiche, del racconto della scrittrice, irriducibile nel suo proposito di vestire “all’occidentale” perfino nelle aree di Istanbul dove l’impronta islamista è evidente. Cosa ha apportato, in termini di consapevolezza civile e di assunzione di responsabilità, il sangue versato in Rue Nicolas-Appert e al Bataclan? Perché lo smantellamento delle tende in piazza Taksim ha coinciso con l’adesione di gran parte della popolazione turca al paradigma illiberale di Erdogan? Le notti brulicano di promesse e di paure. La scrittrice perlustra il sottobosco resistente dell’immensa capitale, si imbatte in silenzi ed euforie, in gesti amichevoli e azzardati, in sguardi dolci e rassegnati.

Che dimenticare sia la soluzione? Che perdersi nelle faccende anonime del quotidiano sia un’opzione valida per non soccombere? Valérie Manteau ausculta il cuore affaticato di Istanbul attestando la presenza di un battito comunque indomito. I suoi compagni sono i giovani animatori del Muz, caffè, centro sociale, ritrovo e luogo di discussione per i dissidenti del terzo millennio, uomini e donne in bilico tra tenace speranza e franco realismo, tra indolenza e ribellismo creativo. I bar, i locali, i giornali semiclandestini di taglio satirico, addensati soprattutto nei quartieri della parte asiatica, sono fragili baluardi di effervescenza culturale, isolati fari nell’oceano di conformismo. Annie Ernaux, tra le più grandi scrittrici contemporanee, ha scritto che Il solco “ti lascia nella testa un mondo trepidante”. L’antica Costantinopoli, scissa nelle sue molte anime, divisa tra due continenti, è un mosaico di voci impossibili da decifrare fino in fondo. Città inafferrabile e affascinante, la sua complessità condiziona la scrittura della Manteau e la rende un magma incandescente alimentato da impressioni, considerazioni, presagi, lamentazioni, confessioni, esternazioni, litigi. Sulla carta l’autrice fissa alcuni avvenimenti, vissuti in prima persona, imprescindibili tappe della narrazione politica recente della nazione turca: lo “strano” colpo di Stato del 2016 e la conseguente ondata di incarcerazioni, la manifestazione per il decennale della tragica morte di Hrant Dink, il processo farsa agli intellettuali, la diffusione della memoria difensiva del giornalista Ahmet Altan, accusato di aver comunicato con i golpisti attraverso niente di meno che messaggi subliminali (il testo fu distribuito in Italia dal settimanale Internazionale), la liberazione dal carcere della nota scrittrice Esli Erdogan, nessuna parentela con Recep, elevata dall’opinione pubblica occidentale a paladina e simbolo delle libertà perdute.

Ci fermiamo a comprare le sigarette a un chiosco, il venditore fissa Asli per un tempo infinito, con espressione dura, esita a lungo prima di porgerle il pacchetto, tanto che abbiamo paura che finisca male, ma alla fine le fa segno che non c’è da pagare, è un regalo. Ci sediamo in fondo al minibus e parliamo in inglese a voce contenuta, ma è evidente che il tizio seduto davanti a noi ci sta ascoltando, e il guidatore non stacca gli occhi dal retrovisore… Il minibus ci lascia a Kadiköy e parliamo un po’ prima di salutarci. Entrambe abituate a passeggiare nelle notti solitarie e gelide, ci sentiamo nel nostro elemento e ci mettiamo a raccontarci aneddoti sui nostri passati da ballerine; Asli abbozza un entrechat un po’ rigido, ride, e di colpo vediamo sbucare dall’angolo tre militari in passamontagna armati fino ai denti… Sono venuti per me – ma subito si riprende, si autocensura – sai, quando mi sono piombati in casa erano decine, mascherati, mi hanno messo un’arma qui.

Il solco, libro vincitore del premio Renaudot 2018, è un testo nemico di ogni retorica. L’autrice sviluppa un agile e appassionato racconto in medias res, senza ricorrere a inutili sovrastrutture. Valérie Manteau non scrive per dimostrare una tesi preconfezionata, a differenza di molta intellighenzia, anche nostrana, seduta sul sofà del progressismo parolaio. E non fa sconti nemmeno a se stessa. L’allontanamento volontario da Istanbul, doloroso e necessario come ogni momento di rinascita, è accompagnato da uno slogan mutuato da una t-shirt. Un caso di cronaca nera, una donna arrestata per aver ucciso il marito violento dopo una serie di denunce ignorate dalla polizia, che accarezza così il suo karma, con una semplice scritta:

‘Caro futuro, sono pronta’.

Alessandro Vergari

(Valérie Manteau, Il solco, L’orma, 2019, traduzione di Sabina Terziani)

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