Piero Bigongiari: dal Novecento un grande poeta oggi dimenticato

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La ricerca poetica, per Piero Bigongiari(1914-1997) è stata sempre  una vocazione da coltivare per scavare dentro la materia del pensiero. Della «poesia che pensa», il poeta toscano è stato forse il più fervido sostenitore.

Negli ultimi anni della sua esistenza Bigongiari non ha mai smesso di inseguire questo progetto, affidando ad una suggestiva forma colloquiale l’indagine poetico – filosofica sull’enigma della vita e sul mistero dell’amore.

Dell’amore e della vita parlano le poesie scritte, da uno dei più grandi poeti del Novecento, nel periodo che precede la sua morte, avvenuta il 7 ottobre del ’97.

Quei versi sono usciti postumi nel 2003, riuniti nel volume Il silenzio del poema (Marietti 1820, pagg.140, €12,00).

L’interrogazione sospesa tra un significativo scetticismo filosofico e un silenzio evocativo di mistero esistenziale, spinge il poeta  a creare immagini suggestive  del mutamento che disegna in un tempo metafisico l’eternità dell’istante che pensa la realtà(E’ l’istante che è eterno: non ha fine/che fuor di sé, esplode nel suo interno,/ il segno, il sogno di ciò che non è/il tempo, la cui aureola già si attenua).

Nell’ininterrotto ciclo di un pensiero che seguita a pensare Bigongiari è affascinato dal pensiero della poesia: la parola è la giustificazione etica di un discorso poematico ; in essa e con essa  il significato del significante non disperde ma il suo senso ultimo. Nella musica segreta della poesia si crea il grande codice, nel precisarsi significativo del proprio linguaggio.

Non perdendo mai di vista l’emozione e il pensiero, non trascurando il conflitto perenne tra ragione e sentimento, il poeta avverte l’esigenza di scoprire l’antimateria di un dialogo necessario, fino a raggiungere le profondità del non detto, dove è possibile incontrare le tracce dell’esistente sommerso, che rivela oscure profezie, insomma che dice e significa.

Il silenzio del poema è il luogo estremo in cui si rivela, senza finzione alcuna, la maschera dell’esistenza (Non so,/ ignoro in quale  misterioso abuso/posa l’uso quotidiano dell’essere/confuso nei suoi segni da ciò che /si suol chiamare normalmente esistere./ È  che non tutto sa  dove consistere,/persino l’amore e la verità,/dove tutto, per farsi, qua si disfa/in una luce mai vista, e in penombre/di verità persino l’ametista/del tuo cuore).

Bigongiari è sempre un poeta  che mira al significato e colpisce nel segno: dallo stupore del testo nasce la sua poesia che pensa, che non descrive , ma inventa.

Così quando cerca il cuore dell’Universo,  si interroga sull’ambiguità dell’amore, oppure, senza preoccuparsi di essere inattuale, si chiede dove siano finite le tracce dei sentimenti,  il poeta  chiede lumi al mistero invisibile degli accadimenti della poesia, «strumento dello spirito che attiva la stessa volontà di fare dell’uomo nel suo inoltrarsi  tra ciò che è visibile è ciò che è invisibile».

Anche nel pensiero poetico dei suoi ultimi versi scritti prima di andarsene, Bigongiari non ha mai smesso di ricercare ,andando anche controcorrente, un’ideale di poesia che si animasse sempre dal cuore invisibile della sintesi tra ragione e sentimento.

«Nella poesia si deve poter entrare e uscire, essa non è un vicolo cieco, ma un passaggio, non deve avere alcun muro terminale neanche se questo si chiama assoluto».

La poesia pensa. Il resto naufraga alla deriva, nel mare effimero del linguaggio sterile delle cose.

Nicola Vacca

 

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