Roccagloriosa: uno scrigno di ricordi proiettato al futuro

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Roccagloriosa è un paesino di circa 1700 anime, abbarbicato sulle montagne in provincia di Salerno, proprio lì dove la Campania quasi diventa Basilicata; è un piccolo scrigno di tradizioni antiche e di retaggi; quegli stessi  che, il più delle volte, si ritrovano nei racconti dei propri nonni, nelle serate d’inverno, stretti intorno al camino.

Nota prevalentemente per i suoi scavi archeologici, i cui reperti sono confluiti in due musei, questa piccola, bellissima cittadina è in realtà molto, molto di più!

Giungere a Roccagloriosa significa camminare indietro nel tempo, perché, al di là degli effettivi musei, ci sono i vicoli ricchi di storia, quelle antiche pietre che sanno raccontare attraverso la bocca degli abitanti: così nel percorso che separa un museo dall’altro capita di imbattersi, ad esempio, nel Palazzo Pappafico, edificato ai tempi della dominazione francese e così nominato, non senza ironia, a causa dell’abitudine dei gendarmi di richiedere come dazio ai rocchesani persino i fichi secchi; oppure nella cinquecentesca cappella gentilizia voluta da Marino Crasso e dedicata a S. Michele Arcangelo: un vero e proprio scrigno antico che contiene affreschi databili a cavallo tra XVI e XVII secolo e la statua di un Cristo deposto realizzata da ignoto artista partenopeo a seguito di un attentissimo studio anatomico condotto sui morti per crocifissione.

Ma soprattutto tale cappella è custode di una tradizione che gli abitanti, qui, non vogliono perdere: quella della confraternita del SS. Sacramento, che ogni anno, durante il sabato santo, anima le vie del borgo con una processione tripartita i cui nuclei, destinati a non incontrarsi mai, sottolineano il loro passaggio con il suono dei carrozzoni: antichissimi strumenti lignei che in questa particolare ricorrenza si sostituiscono al rintocco delle campane.

In essi si può chiaramente leggere il retaggio della genesi carnevalesca e della festa dei folli, fino allo Charivari francese; tutti rituali legati alle celebrazioni dionisiache con ogni probabilità praticate anche in queste terre.

Per quel che ne sappiamo la zona era geograficamente nota già in tempi assai antichi: è possibile infatti datare la civiltà lucana tra il V e il II secolo a. C.; ma siamo in Magna Grecia e non è difficile ipotizzare che essa sia nata da ceneri elleniche, come lasciano intendere la disposizione architettonica del muro di cinta della piccola città e la copiosa presenza di vasellame decorato appunto alla maniera greca con figure nere su coccio rosso.

Quello che è oggi mostrato nei musei proviene per larga parte dalla necropoli sita nel punto più alto della montagna, a pochi metri dal centro abitato.

Il primo museo ad essere stato inaugurato si trova all’interno dell’antico palazzo comunale e convoglia i reperti provenienti dai sepolcri di un’unica famiglia, conservando non solo numerosi pezzi dei corredi funerari, ma anche resti umani, rispettosamente disposti in una teca che ricostruisce fedelmente la tomba di provenienza.

Il secondo museo risale al 2001 ed è collocato in un’antica chiesa di rito ortodosso a pianta rettangolare priva di transetto; una scelta che consente di valorizzare un altro patrimonio storico-artistico cittadino: il suo cambio di destinazione d’uso, infatti, non ha impedito di conservare gli affreschi ancora rimanenti.

Al suo interno reperti provenienti sia dalla città che dalla necropoli, tra cui spicca un corredo in oro che segnala l’alto lignaggio della defunta, una donna che ha notevolmente alimentato l’immaginario locale: l’ipotesi più accreditata in città, infatti, vuole che il nome Fistelia, rinvenuto su delle monete e attribuito secondo alcune fonti all’antico villaggio, sarebbe in realtà appartenuto alla principessa lucana.

Indipendentemente da quale sia la verità, ciò lascia evincere quanto la popolazione rocchesana abbia pienamente integrato nella sua cultura quel retaggio antico che le ha dato i natali, facendo propria quella storia che è passata nel paese.

A questo evidente senso di appartenenza hanno senza dubbio contribuito gli scavi prima e il museo poi.

L’Antiquarium di Roccagloriosa, per la sua incidenza locale e il ruolo socio-culturale, se non addirittura antropologico, che svolge, pone in risalto quelli che devono essere i tratti caratteristici di un qualsiasi museo: un custode della memoria collettiva che ancora parla alla gente e saprà farlo nelle epoche a venire, impegnandosi a promuovere l’antica città lucana e dunque le proprie radici, proponendosi non solo di coinvolgere le zone limitrofe, ma anche e soprattutto di attestarsi a livello nazionale prima e internazionale poi.

La promozione storico-archeologica procede di pari passo con quella del territorio, i cui usi e costumi non prescindono mai completamente dalle sue radici più antiche: una visita al museo qui, come detto, significa il cordiale incontro con tradizioni che non si vogliono perdere, con una storia che si articola in maniera accattivante nei vicoli del paese, con il devoto rispetto dell’ambiente circostante che qui abita in ciascun rocchesano, grato alla terra natia come ad una madre.

In un momento storico di spopolamento dell’Italia e dei piccoli centri rurali del Sud in particolare, Roccagloriosa esiste, è questo che intende comunicare con i suoi musei, e sa guardare al futuro senza perdere il proprio passato; è un tempo antico che si proietta al domani, di cui il museo deve e sa farsi garante, anche e soprattutto attraverso la sua apertura al pubblico.

Un fattore che non si limita agli effettivi orari in cui è possibili visitare gli stabili, ma comprende proprio quel senso di accoglienza verso il visitatore, il saperlo inglobare in una realtà, facendolo sentire partecipe a tutti gli effetti di essa; così la disponibilità di Sabato, custode dei musei nella sua vita di pensionato, e di Mirko, esponente della Pro Loco che si dedica con passione all’attività di guida museale e turistica, è andata ben oltre l’etichetta professionale, travalicando in quella cortesia che risulta essere cifra stilistica del posto; e proprio loro denotano quanto il museo a Roccagloriosa sia affare di tutti e ognuno dia il proprio contributo alla sua crescita e alla sua promozione, dai ragazzini ai pensionati.

Nei loro racconti, parole di un tempo lontano mai realmente passato, emergono figure dai tratti proverbiali, come lo zio Ugo, epiteto tipicamente meridionale che gli ha concesso di avere per nipote un intero paese; negli anni ’70 partecipò alle campagne di scavo riuscendo a intendersi alla perfezione con gli archeologi canadesi grazie a un fortissimo senso di ospitalità, oggi è una mano benevola che, a dispetto dell’età, continua a prendersi cura del sito archoeologico e di quanti lo visitano, non mancando di proporre anche un tour della propria dimora.

Inoltre proprio gli scavi e i primi reperti assolsero alla funzione di riunire la comunità, cementandola con quel senso di appartenenza a un passato che si stava proprio allora disvelando: furono infatti i cacciatori locali ad alternarsi, per diverse notti, nei turni di guardia a difesa dei tesori contenuti in quelle tombe appena scoperchiate.

In definitiva Roccagloriosa e i suoi musei sono essenzialmente frutto di quell’amore viscerale che ciascuno di noi serba in cuore per le proprie origini, che viene sapientemente trasmesso con competenza ed entusiasmo.

Un viaggio che vale la pena fare: sarà un po’ come tornare a casa!

Roberta Manfredi

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