NICOLAS WINDING REFN: TOO OLD TO DIE YOUNG

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Dal lontano 1941 in cui debuttò nelle sale Il mistero del falco di John Huston il noir si è confermato come genere catalizzatore di disastri sociali e generazionali. In una nazione in guerra, spopolata di uomini e affollata da future vedove è più che normale che il terreno dello scontro invada le relazioni tra i sessi.

Ecco quindi il proliferare di femme fatale, agenti del caos che, in assenza del (o alla spasmodica ricerca di) denaro, barattano qualunque cosa col sesso, non ultima la vita. Nicolas Winding Refn, che pure è danese, mi sembra il regista in circolazione che meglio ha metabolizzato la lezione del noir statunitense, quella generativa di Huston e Wilder (ma la maniacale attenzione alla forma unita alla densità dei personaggi femminili non può non far pensare a Von Sternberg), così come la rielaborazione postmoderna dei maestri più recenti. Tre nomi: Paul Schrader, William Friedkin, Michael Mann. Tre registi che in modo diverso (più episodico Schrader e Friedkin, in maniera programmatica Mann) hanno lavorato sul concetto di superficie, intesa proprio come strumento scenografico da mettere in relazione con la tridimensionalità del mondo. Too old to die young, serie in tredici episodi o più propriamente lungometraggio di tredici ore come è stato ormai ripetuto allo sfinimento, si apre sui riflessi arabescati che un neon forma sulla carrozzeria di un’automobile.

Sembra un’installazione di videoarte ma è la porta d’ingresso al mondo di Refn, estremizzazione michaelmanniana di una messa in scena bidimensionale in cui linee verticali (le persone, i personaggi) e orizzontali (i paesaggi, gli arredi) si incrociano continuamente, ripetitivamente, ossessivamente, creando senso e struttura. Non è facile parlare di Too old to die young o forse è facilissimo, perché Refn semplifica i percorsi narrativi fino a mostrarne lo scheletro ma, di contro, stratifica il cadrage, rarefacendo l’intervento del montaggio in favore di un editing interno all’inquadratura, densissima di entrate e uscite degli attori, silhouette che percorrono la scena, l’abbandonano e la lasciano vuota per poi tornare a occuparla in una porzione diversa di campo. Esempi a caso: il matrimonio di Jesus e Yaritza nel deserto con la lentissima carrellata laterale, una delle centinaia che attraversano Too old to die young, vera e propria figura retorica principe del film che si incarica di descrivere, esplorare, svelare un mondo. La panoramica nell’appartamento di Diana (l’ormai volto pienamente refniano Jena Malone) mentre lei balla sulle note di Ooh la la dei Goldfrapp.

La macchina da presa di Refn traccia confini e relega i protagonisti della pellicola in una bolla di rappresentazione che non è solo racconto ma anche (e forse soprattutto) teorizzazione e, a volte, satira. Il feticismo del genere noir (Jean Pierre Melville confessava di perdere ore e ore per decidere l’inclinazione del borsalino sul volto di Delon ne Le samourai) esplode nel corredo omicida della divina Cristina Rodlo, cioè la già citata Yaritza, autodesignatasi Alta Sacerdotessa della Morte (la sua arma col calcio istoriato di diamanti e griffata dall’Appeso dei tarocchi) o nelle icastiche posture dei narcos e degli sbirri, quasi fossilizzati nei loro ambienti di riferimento. Refn è così padrone della materia da potersi permettere di risemantizzare il genere: si veda l’inseguimento che chiude il quinto episodio.

A tratti potremmo non riconoscerlo come un inseguimento automobilistico; parte come tale, cacciatori e preda, poi la tensione si perde, dall’autoradio dilaga Mandy di Barry Manilow, addirittura gli inseguitori così come l’inseguito devono lottare contro dei colpi di sonno. Siamo allo smantellamento del noir come meccanismo complesso di aspettative, attese, risoluzioni; il mondo, quello di Refn, il nostro, è precipitato nel non sense. Tutto Too old to die young è costellato di gag da cinema muto, destabilizzanti detour della trama principale, momenti di pura contemplazione posti al termine di parabole narrative come quella di John Hawkes che esce di scena disintegrando l’America white trash (e mimando il finale di Zabriskie point).

All’interno di questo antiromanzo cinematografico non possono non rivestire grande importanza i suoi interpreti, capitanati da un Miles Teller gigantesco. Il suo sbirro assassino dall’andatura felina e lo sguardo catatonico è memorabile e richiama alla memoria gli anti-eroi di Takeshi Kitano. D’altra parte non è secondaria la presenza, in fase di sceneggiatura, di Ed Brubaker, autore di fumetti e in particolare di Kill or be killed il cui innesco narrativo mostra qualche analogia con la nostra serie. Allo stesso tempo quella tra  Brubaker e Refn è una partnership che suscita curiosità.

Infatti se le sceneggiature per i fumetti di Brubaker confermano una struttura in tre atti piuttosto tradizionale, Too old to die young, pur presentandosi come serie, nega tutti i punti fermi della serialità a cominciare dalla progressione in senso canonico dell’intreccio. Ma è anche vero che la stilizzazione estrema dei protagonisti non può non prendere idee e forme dal fumetto, anche questo un piccolo frammento della sterminata tastiera espressiva di Nicolas Winding Refn, creatore di forme.

Fabio Orrico

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