GASPAR NOÉ: CLIMAX

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Climax, l’ultimo, anzi il penultimo film di Gaspar Noé (nel frattempo ha girato e presentato a Cannes Lux Aeterna), arriva in Italia con un anno di ritardo e, come al solito, finisce per scontentare un po’ tutti, com’è ormai abitudine per il cineasta franco-argentino. Probabilmente a Noé non si perdona la smodata ambizione prima ancora che il gusto per l’eccesso. A me sembra che il suo cinema sia fin dall’esordio di assoluta rilevanza per almeno due motivi: innanzitutto lo sforzo stilistico, al limite dell’autodissipazione, cui costringe, titolo dopo titolo, la macchina-cinema. Autore eminentemente formalista, Noé gira lungometraggi che sono inevitabilmente cataloghi di figure retoriche cinematografiche, declinate senza narcisismo e perfettamente aderenti ai suoi racconti morali. Poi c’è la sua disinvoltura nel mescolare forme e pratiche. Regista autenticamente postmoderno, Noé appartiene alla prima generazione per cui è giusto e normale non fare differenze tra Romero e Bergman e in questo senso la colata lavica di videocassette e titoli a incorniciare le interviste dei protagonisti nella scena d’apertura vale come una dichiarazione di poetica.

Che cosa racconta Climax? Ispirato, a quanto dice lo stesso regista, a un fatto di cronaca, il film ci mostra la festa di una compagnia di danza, in procinto di partire per una tournée in America. I ragazzi sono riuniti in una vecchia scuola, praticamente separata dal resto del mondo da un cielo che continua a vomitare neve. Maltempo a parte, potrebbe (e dovrebbe) andare tutto bene e la festa restare una semplice festa se qualcuno non mescolasse una potente droga allucinogena all’ampolla di Sangria cui tutti attingono. In breve si arriva a quel climax che, fin dal titolo, segna la pellicola e scoppi devastanti di violenza cominciano ad accendersi nella comitiva. Una trama quintessenziale che sembra fatta apposta per declinare sadismo e cattivo gusto ma Noé è, fin dai tempi di Irreversible, al riparo da queste accuse per una superiore consapevolezza della forma. Noé lavora sul tempo e sullo spazio da grande virtuoso, dislocando non solo segmenti temporali ma anche tutti quegli appigli formali dati come scontati da poco più di un secolo di cinema. E così, e non è la prima volta all’interno della sua filmografia, ecco che i titoli di testa arrivano a metà film mentre l’esito della vicenda si trasforma nella primissima inquadratura che ci viene mostrata. Se in Irreversible questa strategia poteva apparire come un semplice gioco (ma non era così, questo rischio lo correva molto più da vicino il Memento di Nolan), in Climax abbiamo una scelta di campo ideologica che fa rispecchiare la follia dei punti di vista nell’anarchica dissoluzione dei segni grafici. È il cinema, e forse in particolare il montaggio, a dare senso e sostanza al ricordo e quindi alla possibilità di chiarire chi ha fatto cosa ( e peraltro Noé resta giustamente reticente rispetto al gesto che innesca la tragedia).

Fotografato coi colori saturi, insieme squillanti e funerei, del sempre ottimo Benoit Debie, Climax è interamente percorso da una dominante rossastra che, oltre a citare apertamente l’argentiano e archetipico Suspiria (le analogie si sprecano), inserisce gli sconvolti protagonisti in mezzo a stanze e corridoi, percorrendo i quali, sembra di attraversare i dotti di un intestino. Noé chiude noi spettatori all’interno del suo subconscio cinefilo, una zona oscura e riparata, necessariamente claustrofobica, in cui le regole del mondo come lo conosciamo vengono abolite. È il mondo del cinema, o addirittura il cinema tout court, una dimensione che semplicemente non può esistere, se non nella mente di un uomo o lungo la superficie di uno schermo.

Fabio Orrico

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