In morte del pescatore Johannes. Mattino e sera di Jon Fosse

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Mattino e sera è una novella di Jon Fosse scritta nel 2000. Solo quest’anno è stata pubblicata in Italia, per la prima volta, dalla casa editrice La nave di Teseo, con la traduzione di Margherita Podestà Heir. Il titolo rinvia all’inizio e alla fine della vita, ai due poli dell’esistere, alla nascita e alla morte. È un testo diviso in due, reciso con nettezza dalla penna, sensibilissima e rabdomantica, del grande autore norvegese. In copertina, accostamento coerente, campeggia un quadro, intitolato North Cape, dipinto da Peder Balke, connazionale di Jon Fosse, paesaggista romantico dell’Ottocento. Vi si vedono due barche nell’insenatura di un fiordo, che pare tagliato con la scure. Non è chiaro se sia giorno o notte. Rileviamo questa nota di indeterminatezza anche in Mattino e sera. È noto l’amore del drammaturgo per l’arte, e per la natura che gli è più consona, familiare, la zona aspra, sospesa tra terra e mare, dove è cresciuto, nei dintorni dell’Hardangerfjord. Una passione per la bellezza e per le personalità artistiche del territorio testimoniata, tra le altre opere, da Melancholia, lavoro narrativo dedicato a Lars Hertervig, uno dei più grandi nomi della pittura nordica ottocentesca. Mattino e sera è una storia che risente di questo imprinting emotivo e intellettuale. Inoltre, non si possono tacere le influenze letterarie che Fosse rivendica, Samuel Beckett e Georg Trakl, Franz Kafka e Gustave Flaubert, fino alla chitarra elettrica e ai versi di Neil Young, perché Fosse ha tra i suoi riferimenti tanto il rock quanto la letteratura classica.

La prima parte, il mattino, dura il tempo di un travaglio. Sull’isoletta di Holmen, Norvegia, un uomo di nome Olai siede al tavolo della cucina, punta i gomiti sul piano e si prende la testa tra le mani. Sua moglie Marta è in camera e porta in grembo Johannes, il loro secondo figlio. Il parto è imminente. La levatrice Anna chiede acqua calda. Dio e Satana si insinuano nei pensieri di Olai. Chi avrà la meglio? Chi vince in questo mondo? Poi, Marta emette un urlo, Anna le dice di spingere, e allora accade. La vita incontra la luce. Le parole si sfaldano nella mente di Olai. È il caos della creazione, un’alba di percezioni inedite. Dal nulla sgorgano colori e rumori, alla rinfusa, in un tripudio di incroci sensoriali. Ogni aderenza tra nome e cosa si ferma alla soglia del dire, il concetto si frantuma in una babele di balbettii. Il vero, in questa lacerazione del presente, è un vagito, un fruscio, un suono onomatopeico. L’evento originario è una compressione totale, una massa aggrovigliata che sfianca l’immaginazione. L’inesprimibile cerca una via di fuga dal gorgo dell’informe.

e poi un suono e qualcuno lo espelle come dentro qualcosa e poi le mani e le dita dentro altre dita si piegano e tutto ciò che è vecchio, tutto non è più presente in una vecchia casa d’acqua in un vecchio mare di mucillagini e stelle lucenti che si allontanano e si avvicinano e arrivano e nulla è distinto ma attraverso ogni cosa traspare una nitidezza che è giunta da una stella e in maniera morbida e attutisce il freddo la demarcazione della terra e poi questa quiete racchiusa in una grande quiete che giunge da là e non da dentro ma è qualcosa che doveva essere e che non scomparirà e la scomparsa non è altro che il vecchio e non è mai lo stesso e poi l’urlo chiaro e nitido è chiaro e nitido come una stella

Ecco, quel momento è già passato. Johannes è un bel bambino, morbido e bagnato, dice la levatrice. Olai sa già che Johannes un giorno sarà un pescatore, come lui.

Un amore mancato, il matrimonio con Erna, le relazioni familiari, i sette figli, le abitudini quotidiane, la routine del mare, un incidente quasi fatale occorso in gioventù, l’amicizia con Peter, il rito del taglio dei capelli, sono le semplici tappe che scandiscono il percorso esistenziale di Johannes. Lo ritroviamo, metaforicamente, alla sera, anziano, alle prese con l’ennesima giornata plumbea del terribile inverno nordico. La seconda parte è molto più lunga della prima. Johannes si sveglia con i normali dolori della vecchiaia. Il giorno lo attende e nulla suggerisce l’ipotesi di un cambiamento. Eppure, a tratti, nella mossa di riafferrare il mondo e farlo proprio, nel tentativo di governare i fenomeni, l’uomo avverte uno scollamento, uno sfasamento, una perdita. Johannes sperimenta una misteriosa sensazione di leggerezza. Si sente anchilosato e, allo stesso tempo, giovane, baldanzoso, agile come un bambino. Fuori, benché la stagione non sia la migliore, l’aria è stranamente calda. Perché? Pare estate, forse, un’estate lontana, che è già stata. Il caffè, le sigarette, i cerini, il pane con il formaggio dolce di capra. Tutto è uguale, eppure tutto è mutato. Perché? Gli attrezzi nel capanno sono vecchi, identici a se stessi, usati con cura, ma Johannes li vede sotto una luce nuova. Perché? Il suo corpo è diverso, la materia degli oggetti è diversa. Gli viene il desiderio di fare un giro in barca.

e poi Johannes sente una voce che gli dice che adesso deve decidersi ed è la voce di Peter, ma cosa diavolo intende dire? no, Johannes non ci capisce niente, proprio niente, pensa e poi si gira e là sul bagnasciuga c’è Peter, proprio come prima, e come se niente fosse e Johannes pensa che Peter lo stia prendendo in giro e adesso glielo farà lui uno scherzetto, e Johannes raggiunge la battigia e vede che Peter sta fissando il mare aperto e Johannes si chiede che cosa deve fare, deve fare in modo di distogliere Peter da là, un vecchio che fissa il mare aperto, forse dovrebbe prendere un sassolino e scagliarglielo addosso?

«Gli esseri umani sono tutti i morti e tutti i non nati e tutti quelli che vivono ora», è detto ne Il nome (1994), una delle prime opere teatrali di Jon Fosse. Anche in Mattino e sera non vi è uno stacco netto tra le varie dimensioni dell’essere, naturali e sovrannaturali, fisiche e spirituali, bensì provvisoria compenetrazione, precaria intesa, armonia declinante verso un crescente scetticismo. Johannes cerca un’attestazione di continuità esperienziale attorno a sé. Si affida quindi allo sguardo ma lo sguardo è sovraimpresso dai ricordi. O forse non sono semplici ricordi? La vecchia signorina Pettersen appare sul molo, è giovane e bella, ha appena ricevuto la sua lettera di invito per una fetta di torta e un caffè. Johannes è un ragazzo, è tornato a essere il ragazzo innamorato di lei, l’accompagna a piedi presso la ricca dimora degli Aslaksen, poi, in un battito di ciglia, Anna, la domestica che Johannes vorrebbe sposare, è incinta di Aslaksen junior, il padroncino. Cosa è accaduto? Peter lo sa? La facoltà tattile tradisce un’inconsistenza inaspettata. Le mani altrui scivolano al tocco, spettrali. Johannes tira un sassolino a Peter. La pietra lo attraversa, come se Peter non esistesse. L’esca gettata in mare anziché andare a fondo, rimane a un metro dalla superficie, contro ogni legge, contro ogni aspettativa. La cittadina, a parte Peter, Anna, Erna e Marta, è deserta. Erna, la moglie di Johannes, così graziosa, si avvicina a lui… Il quadro scricchiola, il fattore tempo collassa. Erna è viva? Erna non è già morta? E con lei Peter, la consorte Marta e la povera Anna, non sono sottoterra da un pezzo? Eppure eccola lì, Erna, madre dei suoi sette figli, ridere e sorridere. E più tardi la ritroverà a casa, ad attenderlo sul viale d’ingresso, al termine di un’intera giornata passata con Peter, l’amico dai lunghi capelli, così minuto, scheletrico, a pescare granchi che nessuno ha comprato.

La prosa parsimoniosa di Fosse è un flusso testuale che sfida l’afasia. «Sono uno scrittore fortemente critico della lingua». Caratteristica dell’autore norvegese è il risolversi completamente nelle parole, lo scomparire nella materia narrata. La sua arte, ammette, sta nel «dire l’indicibile». Fosse si pone in attesa dell’accadere, affascinato dai margini, dalle ferite, dagli interstizi, dalle pause, dalle tregue, dai sussurri, dai tremolii, dalle piccole percezioni. Se capta, scrive. Il minimalismo di Fosse è anomalo e screziato, segmentato dalle continue ripetizioni grammaticali e di concetto. «Scrivere per me è più un atto musicale che intellettuale… Intorno ai 12 anni ero immerso nella musica. Nella scrittura cercavo di trovarmi nello stesso stato d’animo di quando suonavo. E il modo per arrivarci era ripetere». In ossequio alla musica, anche la figura stilistica della variazione è centrale nella tessitura. Immagini e impressioni rimbalzano sulla tela del racconto, rimpallate, da un personaggio all’altro, in un gioco di riflessi estenuante, quasi sadico.

e Peter si è appena allontanato con la barca, quindi non è tornato a casa, e allora come può pensare di recarsi a casa di Peter, no, oggi lui non è in sé, pensa Johannes, allora non gli resta altro che passare da casa, pensa Johannes e si ferma e si gira e guarda lo stretto, verso la città, e vede che adesso si è alzato un forte vento, quindi tra non molto si metterà a piovere, pensa Johannes, quindi è meglio che lui si affretti a tornare a casa e, santo cielo, adesso arriva anche il buio, e il buio arriva inaspettato, non attraverso il crepuscolo e il tramonto, ma all’improvviso, perché si è fatto così scuro che non vede dove mette i piedi e adesso deve arrivare a casa, no, che cosa terribile, oggi va tutto storto, oggi a quanto pare succede tutto di colpo e senza mezzi termini, pensa Johannes e comincia a percorrere la strada verso casa sua ed è la strada che conosce così bene che potrebbe percorrerla senza vedere niente e si ferma, non sono dei passi quelli che sente davanti a sé?

Jon Fosse si mostra sempre intento ad attingere a un linguaggio puro, retrostante il linguaggio reale, un a priori in grado di indirizzare i parlanti e sterilizzare il superfluo. Aggettivi e sinonimi sono ridotti all’osso. Lo scambio comunicativo è uno stretto sentiero tracciato nella radura del silenzio. I dialoghi sono prosciugati fino al limite del non-dire e alimentati dal fuoco freddo della meraviglia. Ne risulta un distillato di espressioni catatoniche, febbrili, precise. Le parole singhiozzate si concatenano in mantra verbale e diventano storia. Jon Fosse è un autore antipsicologistico, antidescrittivo, refrattario alla schiusa delle emozioni. Ciò che avviene, compreso il sentire dei singoli, è paragonabile allo sbocciare di un fiore o all’esplosione di una supernova. L’evento che si verifica precede la scrittura stessa. I suoi testi registrano la disperazione nascosta nella società, duellano con il nichilismo morale della nostra epoca, intercettano il deserto etico e linguistico del contemporaneo. Sul piano dello stile, la punteggiatura classica evapora, in particolare il punto. Ne risulta una corrente di scrittura potente, analitica, lucida, cadenzata, chirurgica, scientifica in senso fenomenologico. In Mattino e sera i pensieri di Johannes e degli altri sono condotti lungo un crinale di fedeltà e di adesione al “vero percepito”, vicino a quel “sentimento della precisione del narrare” non troppo distante dalla tecnica di Peter Handke.

Jon Fosse accoglie la morte di Johannes. L’anziano pescatore gli va incontro, gli mostra il suo smarrimento, gli concede l’onore di ricapitolare la sua vita. Peter è una sorta di guida dantesca, un Virgilio capovolto, l’amico fraterno tornato sulla terra ad indicargli la via per l’aldilà.

e la barca di Peter viene sbattuta in su e in giù tra le onde e poi non sono più nella barca da pesca di Peter, ma in una barca strana, e sono sul mare, e il cielo e l’oceano sono tutt’uno e il mare e le nuvole e il vento sono tutt’uno e poi tutto ciò che è acqua e luce sono tutt’uno

Metafisico, ipnotico, astratto, estremo, Jon Fosse, nonostante il successo planetario del suo teatro, è poco conosciuto in Italia. La sua prosa non promette carezze al lettore. Ciononostante, non vi è nulla di artefatto o cervellotico nel suo afflato lirico. Mattino e sera nasce da un altrove, ove tutto è scomposto e ricomposto, e riaffiora per non somigliare in nulla a ciò che sappiamo. Mattino e sera è una parabola che va dalla concretezza del parto al dissolvimento delle ceneri. Jon Fosse ha il dono raro di trasformare l’ordinario in straordinario. Papà Johannes, pensa Signe, la figlia più piccola, accorsa a tarda ora in quella casa umile e forte, con le vecchie lastre di pietra in corridoio che tanto la facevano vergognare. Papà Johannes, ripete mentalmente mentre il prete getta la terra sulla bara. Papà Johannes. L’amore per un padre lo soffia il cielo. Lo soffia il cielo. E, al termine delle parole, la calma, il riposo, l’arcano. Lo soffia il cielo. Così.

Alessandro Vergari

(Jon Fosse, Mattino e sera, La nave di Teseo, 2019)

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