AVA DuVERNAY: WHEN THEY SEE US

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Reduce da Selma nel quale rievocava le lotte per i diritti civili degli anni ’60, Ava DuVernay amplia lo spettro della sua ispirazione mettendosi al servizio di una storia che, prodotta appositamente per il catalogo Netflix, assume la forma e la durata della miniserie. When they see us mostra fin dal titolo il dolore e la separatezza sottesi al razzismo legalizzato di tanta parte della società statunitense. Il minutaggio accresciuto si rivela un fedele alleato di DuVernay che ha così il tempo di frazionare la vicenda (drammaticamente vera) di cinque ragazzi ingiustamente accusati di stupro in quattro parti tra loro ben distinte e scandite in modo implacabile.

Il fatto di cronaca cui la cineasta afroamericana si ispira risale al 1989: cinque ragazzi di colore subiscono un processo e relativa condanna perché rei di condividere lo stesso luogo di un’aggressione violentissima ai danni di una ragazza. Lei, vittima di un trauma fortissimo dal punto di vista fisico come da quello psicologico, non ricorda nulla. Non sa chi sono i suoi aggressori né i modi dell’offesa e non è in grado di fornire dettagli per la cattura del responsabile. D’altra parte non ci sono prove concrete: nulla che colleghi i cinque ragazzi al delitto perpetrato. Nonostante questo, a poche ore dallo stupro, la macchina della giustizia si mette in moto con insolita ostinazione. La volontà è quella di assicurare i colpevoli alla giustizia, a qualunque costo, il più in fretta possibile. Il primo, quasi insostenibile, episodio è concentrato sulla fabbricazione dei colpevoli. Gli indiziati (uno dei quali, quello che pagherà il prezzo più alto, non essendo minorenne e quindi destinato al carcere vero e proprio, capitato al distretto di polizia solo per non lasciare solo un amico) vengono brutalizzati e, di fatto, costretti a confessare ciò che non hanno fatto. Insieme al secondo episodio, dedicato allo svolgersi processuale della vicenda, sono questi i momenti in cui DuVernay dà il meglio in termini di messa in scena: prospettive sghembe, fotografia quasi sottoesposta e un rifiuto pressoché totale della profondità di campo. Ogni personaggio occupa l’inquadratura ripreso in primo piano in mezzo a ombre sfocate, come a voler sottolineare la solitudine cui è condannato. Solitudine sociale e politica, odio etnico e di classe che Du Vernay documenta con precisione straziante. Il cinema americano, al di là del progressivo infantilismo cui sembra avviato, ha oasi di libertà che in Italia ci sognamo. È possibile da noi parlare in questi termini delle forze dell’ordine? Fanno eccezione il recente Sulla mia pelle, pure questo targato Netflix, e Diaz di Vicari, peraltro titoli contestatissimi in più di un’occasione, ed eccedenti da una produzione che, quando si toccano determinate categorie sociali, si costringe al bozzetto quando non direttamente all’autocensura.

When they see us è un film durissimo, giustamente aderente a ogni singola sfumatura della vicenda dei suoi protagonisti (in un filmato di repertorio vediamo anche un più giovane Donald Trump invocare la pena di morte e non si può non trattenere un brivido visti gli ultimi sviluppi di carriera del miliardario) e tocca il suo apice drammaturgico nell’ultima puntata dedicata all’odissea carceraria di Korey Wise, interpretato dal bravo Jharrel Jerome, già visto in Moonlight di Barry Jenkins.

La regia di DuVernay si concede alcune inquadrature così icastiche da essere riassuntive come quella del poliziotto che, inchiodato alle proprie responsabilità, perora la sua indifendibile causa con, sullo sfondo, la bandiera a stelle strisce, irrimediabilmente fuori fuoco, come un incubo notturno dal quale ci siamo a stento svegliati.

Fabio Orrico

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