Bontà. Come suona male

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Bontà. Come suona male. A sentirla si rammaricano le orecchie. È una parola tronca, quasi si vergognasse di esprimere in pieno la sua natura. Ma cosa vuol dire essere buoni e perché ostinarsi a esserlo a ogni costo, specie se non si desidera far seguire questo nome astratto da un’avversativa come ma o da una condizionale come se che ne attutiscano il vigore? Essere buoni, questo modo di essere, questo comportamento o pseudo tale, più realisticamente questa pia illusione, a cosa porta, a cosa serve? A essere additati come buonisti, pertanto a essere oggetto di pubblico ludibrio, a non avere alcun guadagno extra da palpeggiare, rimestando al contrario il vuoto in tasca perché, appunto, essere buoni è una scelta che non paga mai.

Che senso può avere essere buoni, specie in questo tempo? Potrebbe spiegarsi con il voler appartenere a una minoranza, una élite, di radical chic che chiacchierano di tutto con il culo al caldo senza mai nulla rischiare, divertendosi a spiegare ragioni e torti al vento, rimanendo comunque eterni incompresi. Cosa si illude di risolvere il buono con la sua bontà, spacciata spesso per carità pelosa, vale a dire mezzuccio per tacitare la coscienza sporca? Non crederà veramente di essere capace di spostare decisioni ed equilibri, di incidere a fondo in modo chirurgico il bubbone della cattiveria? Non crederà di poter salvare e, nel caso, chi o cosa c’è da salvare?

No, è all’interno dell’uomo il problema. All’interno dell’uomo, creatura orribile imprevedibile mostro che contiene un marcato dualismo che lo definisce in base all’ambiente, all’educazione, alle occasioni e solo in minima parte alla sua natura individuale, un’alternanza folle incontrollabile ma progettato per l’autodistruzione. Se così non fosse, l’ultima manciata di millenni, nelle mani dell’uomo, avrebbe visto un’evoluzione ben diversa.

Urge un ripensamento. Meglio essere scaltri, muoversi da profittatori, vivere aspettando come una salamandra per cogliere al volo l’attimo oppure sgomitare procurandosi le amicizie giuste che diano i frutti migliori. Essere viscidi. Fingere. Segnare i nomi e i guadagni, calcolare le convenienze. Seguire la corrente, far parte del gregge di appoggio al potere.

E se qualcuno è di ostacolo meglio dare voce e carne all’aggressività, schiumargli contro la nostra ira, mostrare come un trofeo prezioso la bava bianca alla bocca a penzolare, la disumanità, lo schifo umano, meglio uccidere nostro padre, nostro figlio, la nostra donna, il nostro uomo, il primo che attraversa, chiunque si frapponga tra l’ego e la meta. Aggregarsi per utilità, come molecole raggrumate, ma vivere fondamentalmente da soli, per il proprio tornaconto. Meglio cercare il sangue, i lividi, il dolore. Meglio rubare, attaccare per primi, ingannare il prossimo, lavorare in proprio.

Meglio vincere. Meglio vivere un gradino sopra gli altri. Anestetizzare i sentimenti e andare. Perché la vita è una dannata guerra e chi è in ballo deve provare a vincerla con ogni mezzo. Lo diceva anche Machiavelli nel “Principe”: “… e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ principi… si guarda al fine. … e mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati.” Il fine giustifica i mezzi. Conta solo l’esito, come nelle partite di calcio: non interessano i falli, i colpi bassi, i rigori sbagliati, i giocatori azzoppati, chi ha dato l’anima. Conta il risultato, i numeri che decretano la vittoria, l’andare o il restare.

Non c’è spazio per i deboli. Anche in natura i delicati soccombono. Mors tua vita mea. È il nostro istinto animalesco che ci istiga alla lotta, quella fame atavica che ci accompagna sempre e di cui abbiamo inciso il marchio a fuoco nel DNA, per la paura di rimanere indietro e morire. Che muoiano gli altri, dunque! Le vittime hanno sempre qualche colpa, a ben vedere, anche se noi non ne siamo a conoscenza nello specifico, perché nel momento di scegliere sono stati sicuramente deboli, preferendo imboccare la strada sbagliata. E se è vero che potremmo stare bene tutti, soltanto facendo scelte intelligenti, la cosa non ci interessa affatto perché non siamo congegnati per lambiccarci il cervello e fare troppi sforzi a favore dell’altro. Siamo animali egoisti, predatori freddi come i felini o i rapaci, i quali però si accontentano di cibo e di un nido. Noi vogliamo tutto. Razziare, piegare l’universo in tutti i suoi elementi naturali (terra, aria, acqua, fuoco), modificare quanto abbiamo trovato prima di noi. Rosicchiamo l’osso, dunque, scarnifichiamolo bene, raschiamo fino a quando non sarà rimasto nulla, neanche l’osso! Fino allo zero.

Perché mai ostinarsi a cercare il miglioramento globale, sociale, che non arriverà mai? Siamo così ciechi, non vediamo come va il mondo, come si è evoluta la storia umana, movimentata dai più forti e determinati, quelli che ci ostiniamo ridicolmente a chiamare cattivi, non sappiamo che la storia è una lista di baggianate edulcorate scritta dai vincitori? Non è cinismo, è pragmatismo, è aprire gli occhi e capire. I perdenti sono tutti morti. Per questo non hanno voce, non parlano, non scrivono, non possono avere ragione.

Mi fanno sorridere coloro che cercano la protezione dell’aggregazione, della comunità. Le guerre sono state tutte precedute da campagne di odio, di creazione di un simbolico nemico, un bersaglio da ingigantire fino al parossismo. Volemose bene, sì, Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Contro il nemico di turno. Quanti ne sono morti così? Milioni. Ingenui, ignoranti, ciechi. Quante manovre per rubare soldi e potere o, peggio, la vita. La Patria è stata l’apoteosi del senso di aggregazione, di appartenenza, quella che ne ha uccisi di più, o forse no, la più letale è stata la Religione. Dobbiamo essere buoni, siamo tutti figli di dio! e hanno sterminato l’altra metà del mondo, colpevole di essere miscredente.

La parola d’ordine è Adeguamento! Aderiamo alla tendenza e a ciò che ci torna utile e, se tocca a noi soffrire, basta chiudere gli occhi, stringere i denti, adattarsi pur di sopravvivere e nel frattempo magari anche strisciare, mostrarsi vili. Il fiero coraggio non paga mai, anzi, al 99% procura facilmente una bara da riempire. Sperare che il peggio passi presto e tocchi a un altro. L’altro è la nostra controfigura, il nostro surrogato da niente, il due di briscola, la nostra immagine spersonalizzata. L’altro è il nemico.

Negli intervalli di lotta, vestirsi di indifferenza, oltretutto un ottimo antirughe, distende i tratti del viso dando l’effetto lisciante del Botox e lascia rilassati i muscoli del corpo come dopo un massaggio thailandese. Cos’è questa ridicola storia dell’empatia, ma chi l’ha mai inventata? Lasciamoci scivolare di dosso le questioni che nessuno da solo potrà risolvere. Quelle erano sicuramente lì già prima della nostra venuta e le lasceremo immutate quando ce ne andremo. Assicurato!

Cosa dire, poi, del fatto che il buono sia tacciato di essere un facsimile del classico ritardato? Un marchio di fabbrica che dice tutto, appena scalzato dal dubbio amletico che li vede in bilico tra l’apparire generosi, sì, ma con secondi fini e l’essere totalmente e irrimediabilmente deficienti.

La bontà puzza di retorica, è il frutto maleodorante di moralismi stantii, vecchi come il cucco, non possiamo crederci veramente, sarebbe come credere a Babbo Natale e alla Befana: ormai siamo cresciuti. Non se ne può più. Neanche “La corazzata Potemkin” di Ėjzenštejn, che nel “Secondo tragico Fantozzi” era contenuto in diciotto bobine, ne eguaglierebbe la noia mortale. Chi può avere a cuore la propria stessa sofferenza e il rimanere indietro rispetto agli altri? Solo un pazzo, un masochista o un santo.

E allora, cosa fare? Semplice. È meglio, molto meglio l’estinzione! Ci stiamo affannando a vuoto, senza costrutto. Meglio accelerare. A che pro combattere per fare del bene, per redimere o salvare l’umanità? Schiacciare a fondo, a tavoletta proprio, quel dannato pedale, in direzione dello strapiombo più profondo, è nostro dovere a questo punto, cosa che, tra l’altro, ci procurerà sicuramente anche un piacere sottile e quasi sensuale. Il male fa questo effetto: è attraente in modo irresistibile.

L’umanità è stata solo un errore della lunga storia evolutiva, il più tragico e irrimediabile. La Terra ringrazierà. Nell’arco di qualche era geologica l’equilibrio si ristabilirà e l’uomo diverrà un vago ricordo. L’Olocene, la nostra attuale era geologica, in breve oblierà l’aver inglobato al suo interno un corpuscolo dannoso chiamato Antropocene. L’epoca umana avrebbe potuto trasformare la terra in un giardino, invece l’ha ridotta a una immonda discarica. Meglio dirigersi in velocità verso la fine.

Meglio essere cattivi, infami, prepotenti, spietati.

Chiediamoci se il male sia parte della vita stessa oppure sia prerogativa dell’uomo, catapultato all’interno di una natura innocente. E in quest’ultimo caso, chiediamoci chi sia più deprecabile, tra la sua intelligenza e la sua incapacità di saperla utilizzare al meglio. Chiediamoci perché le forze cattive riescano sempre a vincere e ottenere profitto da ogni situazione, perché i buoni siano fiacchi, demotivati e male organizzati. Perché la massa abbia lo spirito servizievole del suddito che attende il fischio d’ordine e invece crolli miseramente di fronte al carisma dell’uomo solo al comando. Perché mai non siano le idee giuste a prendere vigore e a volare.

Vedo tanta confusione, vedo il Caos che domina le sorti umane e vedo che colui che si considera buono in realtà non lo è affatto.

Viviamo il tempo della frenesia, una frenesia sterile, della pancia, dell’egoismo, dell’indifferenza. Siamo incanalati in fogne mentali e non riusciamo a intravedere il cielo.

 “L’unica frenesia di cui siamo ancora capaci è la frenesia della fine” affermava in “Squartamento” il grande pensatore scettico E.M.Cioran. E allora, avanti tutta!

Luisa Bolleri

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