Gramsci e Turati. Due modi di essere di sinistra

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Oggi che molti si chiedono cosa significa essere di sinistra, è il caso di fare un passo indietro nella storia delle idee e ricostruire da questo passato una mappa ideale di riferimento partendo dalle due principali culture politiche: il massimalismo il riformismo.

In questo percorso ci aiuta Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubbettino editore, pagine 147,  euro 12)  un saggio importante scritto da Alessandro Orsini, professore aggregato di Sociologia politica e di Sociologia dell’educazione nell’Università di Roma Tor Vergata e nell’Università LUISS.

Questo libro si propone di comparare la cultura dei riformisti con quella dei rivoluzionari partendo dall’analisi dell’opera e del pensiero  di Filippo Turati e Antonio Gramsci, rappresentanti autorevoli delle “due sinistre”.

Turati è stato il leader indiscusso della sinistra italiana fino all’ascesa di Benito Mussolini al congresso socialista di Reggio Emilia del 1912. Turati rimase sempre il principale esponente del socialismo riformista. Gramsci è il massimo rappresentante della cultura comunista in Italia.

La cultura politica di Turati giunse a formulare il “diritto di essere eretici” attraverso una serie  di tappe successive, culminate nel discorso di Livorno del 1921 Il diritto all’eresia è – secondo Turati – la condizione necessaria di ogni forma di progresso civile e morale.

Libera circolazione delle idee, rispetto attraverso il confronto e il dialogo, negazione assoluta di ogni forma radicale di violenza,  da questi principi  parte Filippo Turati per la costruzione di un partito riformista.

Orsini studia attentamente le fonti congressuali. In quei documenti individua i fondamenti della cultura politica dei riformisti: relativismo culturale, rispetto degli avversari, condanna dell’insulto, elogio del dissenso, pedagogia dell’ascolto, difesa del diritto all’errore, amore dell’eresia.

La cultura rivoluzionaria incarnata dal pensiero di Antonio Gramsci considerava la tolleranza, il dialogo, il rispetto degli avversari, la disponibilità ad ascoltarle ragioni altrui, tutti principi educativi che stavano ammazzando il socialismo.

Il primo pilastro della pedagogia di Gramsci è la chiusura  preventiva  nei confronti delle idee degli avversari. “ Negli stessi mesi in cui Turati affermava che il Partito socialista aveva il dovere di educare al rispetto degli avversari politici e alla libertà di critica, Gramsci educava a rifiutare ogni confronto con le idee degli avversari”. Orsini afferma che sin dai suoi primi scritti Gramsci indico nell’intolleranza un elemento costitutivo della sua cultura politica e della sua personalità.

Partendo dall’indottrinamento ideologico, nei suoi scritti il fondatore del Partito comunista afferma che coloro che non condividono  la dottrina marxista devono essere ricoperti di insulti e del massimo disprezzo.

Quindi, il partito politico teorizzato da Antonio Gramsci deve educare alla violenza per “liquidare” gli avversari.

In un articolo del 13 marzo 1916, egli scrive che gli avversari politici non dovevano essere aggrediti sul piano delle idee perché il confronto avrebbe rischiato di legittimare il loro punto di vista a danno del Partito. Bisognava imparare ad aggredire gli avversari sul piano personale  per impedire alle loro opinioni di  essere prese in considerazione e circolare.

Orsini nel suo libro mette in evidenza le due sinistre in perenne conflitto culturale. Turati e Gramsci a confronto attraverso i valori inconciliabili del loro pensiero.Turati condannava la violenza, l’intolleranza, l’insulto degli avversari, l’ortodossia, la sottomissione al partito.

Gramsci esaltava la dittatura, l’intolleranza, il disprezzo del nemico, la soppressione del dissenso e della libertà di critica.

“Consiglio questo libro – ha scritto Roberto Saviano su Repubblica – a chi si sente smarrito a sinistra. Potrebbe essere uno strumento di comprensione e soprattutto, credo, di difesa. Difenderebbe il giovane lettore dai nemici del dialogo, dai fautori del litigio, dagli attaccabrighe pronti a parlare in nome della classe operaia, degli emarginati, degli “invisibili”, dai pacifisti talmente violenti da usare la pace come strumento di aggressione per chiunque la pensi diversamente. Turati aiuta a comprendere quanta potenza ci sia nel riformismo, che molti considerano pensiero debole, pavido, direbbero persino sfigato. Il riformismo di cui parla Turati fa paura ai poteri, alle corporazioni, alle caste, perché prova, cercando consenso, ponendosi dubbi, ragionando e confrontandosi, di risolvere le contraddizioni qui e ora. Coinvolgendo persone, non spaventandole o estromettendole perché “contaminate”. Non è un caso che i fascisti prima e brigatisti poi avessero in odio soprattutto i riformisti. Non è un caso che i fascisti temessero Matteotti che aveva denunciato brogli elettorali. Non è un caso che i brigatisti temessero i giudici riformisti, i funzionari di Stato efficienti. Perché per loro i corrotti e i reazionari erano alleati che confermavano la loro idea di Stato da abbattere e non da migliorare”.

Orsini, partendo dall’analisi  dei discorsi congressuali di Filippo Turati dal 1898 all’ascesa del fascismo e dalla lettura critica delle opere di Antonio Gramsci, individua i pregi libertari della cultura riformista e i difetti totalitari di quella gramsciana.

Dopo il crollo delle ideologie e la conseguente fine di ogni atto di prepotenza massimalista, la cultura politica del riformismo di Turati oggi è ancora un valore attuale e necessario da cui ripartire per la ricostruzione della sinistra e del quadro politico, sociale e economico.

Nicola Vacca

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