Il Canto di Circe. Una nuova invasione barbarica

invasioni barbariche

Siamo in procinto di un’ennesima e sempre uguale invasione barbarica. Dopo aver preso Roma, l’orda avanza inesorabile e minacciosa verso lidi Felix, per dilagare fino all’estrema punta della Magna Grecia, che minaccia di demolirne i pilastri. Il Mediterraneo, culla della civiltà, rischia di essere ridotto a mera bara di una cultura in decadimento. Quella che fu la terra della “xenia”, che la rese Magna e Felix, sta correndo il rischio di essere ridotta a forziere della xenofobia, a causa di una nuova ondata d’invasioni di barbari. Ma come riconoscerli? Giordano Bruno nel suo Cantus Circaeus ci fornisce gli elementi necessari per identificarli e renderli inoffensivi: “Quella è la stessa razza di barbari – scriveva il Nolano – che condanna e attacca tutto quanto non intende […] latrano contro tutti gli sconosciuti, anche se vengono con intenti benefici, mentre si fanno più miti con quelli che conoscono, per quanto siano malvagi e scellerati.” Allo stesso modo, qualche secolo dopo, un nostro coevo ci invitava, dalle pagine del suo libro “La Paura dei barbari. Oltre lo scontro delle civiltà”, a riflettere sul fatto che “I barbari sono quelli – scriveva Todorov – che negano la piena umanità degli altri. Ciò non significa che essi ignorino realmente la loro natura umana, né che la dimentichino, ma che si comportano come se gli altri non fossero umani, o non completamente.”

A questo punto, abbiamo gli strumenti per riconoscerli, ma disponiamo delle armi necessarie per fronteggiare la nuova invasione barbarica che minaccia la nostra civiltà e umilia la sua cultura? Siamo in grado di riconoscerli, ma come fermare certe idee che incombono sulla nostra “xenia” e la nostra disposizione al dialŏgus interculturale? Certo, se noi ci opponessimo a tali idee barbariche, vietandole, verremmo comunque meno sia al principio dell’ospitalità, che, è risaputo, per noi “magnanimi” (figli della Magna Grecia) è sacra. Allo stesso modo, se ci rifiutassimo di dialogare con esse e le censurassimo, saremmo noi a mortificare i nostri principi. Che fare? Dalle acque del Mediterraneo nacque la democrazia, il diritto e le prime forme di costituzioni. In quelle stesse acque Clistene varò l’isonomia – “tutti siamo uguali davanti alla legge” – che, spesso con il sangue, è stata incisa nelle moderne costituzioni. Basti citare l’Art. 3 della nostra Carta costituzionale: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Ma come comportarsi con chi minaccia questi principi? Dare voce a tutti sempre e comunque nel nome della libertà e dei principi democratici? Attenersi sempre e comunque ai dettami dell’Art.21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Tollerare rimane sempre e comunque la causa prima e ispiratrice di uno stato civile e liberale? O?… Benedetto Croce sosteneva che essa, la tolleranza, è “formula pratica e contingente e non già principio universale [e che, nella storia, i tolleranti] non sempre furono gli spiriti più nobili ed eroici. Spesso vi furono i retori e gli indifferenti.”

Forse, in questo momento storico, in cui una nuova invasione barbarica rischia di incrinare le arcate dei ponti che ci uniscono alle altre culture, non possiamo permetterci né di essere retori né indifferenti. Ci sono tempi in cui è inevitabile essere intolleranti, non cedere alle malie di una democrazia a prescindere, anzi a volte si rende necessario “addomesticare” i suoi principi al fine di garantirli e preservarli. Scriveva N. Bobbio che bisogna tener conto di una certa “Intolleranza in senso positivo [in quanto] sinonimo di severità, rigore, fermezza, tutte qualità che rientrano nel novero delle virtù; [e di una certa] tolleranza in senso negativo […] sinonimo di colpevole indulgenza, di condiscendenza al male, all’errore, per mancanza di principi, o per amore del quieto vivere o per cecità di fronte ai valori.” Per poi concludere che “La tolleranza deve essere estesa a tutti tranne a coloro che negano il principio di tolleranza, o più brevemente tutti debbono essere tollerati tranne gli intolleranti.”

Abbiamo quindi il dovere di non tollerare gli intolleranti, lo impone il principio stesso della tolleranza. È necessario inquisire certe libertà che minano le fondamenta di uno stato di diritto. Denunciare certi arbìtri che minacciano e corrodono i pilastri della democrazia. K. Popper, ne La Società Aperta e i suoi Nemici, ci spinge a riflettere sul “Paradosso della tolleranza”, ovvero: «La tolleranza illimitata porta inevitabilmente alla scomparsa della tolleranza. Se noi rivolgiamo tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo pronti a difendere la società dalle offese devastanti dell’intollerante, il tollerante sarà distrutto, e con lui la tolleranza. […] potrebbe infatti succedere che loro, [gli] intolleranti, non siano in grado di confrontarsi con noi con argomenti razionali, iniziando a deprecare qualsiasi argomento gli si proponga; potrebbero, anzi, vietare ai loro seguaci di ascoltare ragionamenti razionali, per loro fuorvianti, e insegnare che è meglio rispondere con i pugni e le pistole. In tal caso, dobbiamo rivendicare il diritto, nel nome della tolleranza, di non tollerare gli intolleranti». Forse, ci sono momenti in cui siamo chiamati a essere intolleranti nel nome della tolleranza; a essere ‘censori’ nel nome delle libertà democratiche.

Ci sono momenti e casi in cui è doveroso non concedere il diritto di manifestare liberamente a chi si esprime “con pugni e pistole”; a chi urla e propaganda «che è meglio rispondere» con “ruspe” e ‘fogli d’espulsione’; a “Quella […] razza di barbari che condanna e attacca tutto quanto non intende […] latrano contro tutti gli sconosciuti, anche se vengono con intenti benefici, mentre si fanno più miti con quelli che conoscono, per quanto siano malvagi e scellerati.” Che fare? Tapparsi le orecchie per non farsi ammaliare dal Canto di Circe che trasforma gli uomini in bestie o apprendere e allenarsi nell’arte della mnemotecnica? Chiudere porti e porte alla nostra umanità o aprire le nostre coscienze e ricordare che – come sosteneva Todorov in un’intervista del 2009 apparsa su Avvenire – «le epoche più gloriose nella storia di ogni cultura sono quelle di apertura verso gli altri popoli»?

Gerardo Magliacano

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